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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; timidezza</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
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		<title>Rossore addio, alla ricerca della fiducia in se stessi</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 11:41:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Rossore addio, alla ricerca della fiducia in se stessi la Repubblica &#8211; 10 gennaio 2012 di Valeria Pini L&#8217;articolo è disponibile sul sito de La Repubblica e sul nostro Scribd in formato .pdf: Rossore addio, alla ricerca della fiducia in se stessi. Mentre un film francese affronta il tema della timidezza e della fobia sociale, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Rossore addio, alla ricerca della fiducia in se stessi</p>
<p><em>la Repubblica</em> &#8211; 10 gennaio 2012</h3>
<h4>di Valeria Pini</h4>
<p><span class="highlight-green">L&#8217;articolo è disponibile sul sito de <em><a href="http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2012/01/10/news/rossore_addio_alla_ricerca_della_fiducia_in_se_stessi-27860140/">La Repubblica</a></em> e sul nostro <a href="http://www.scribd.com/LegaIntroversi">Scribd</a> in formato .pdf: <a href="http://www.scribd.com/doc/79097307/Rossore-addio-alla-ricerca-della-fiducia-in-se-stessi"><strong>Rossore addio, alla ricerca della fiducia in se stessi</strong></a>.</span> </p>
<p><em>Mentre un film francese affronta il tema della timidezza e della fobia sociale, anche in Italia crescono i gruppi di auto-aiuto. Paure e angosce possono spingere all&#8217;isolamento e trasformarsi in malattia. In rete nascono forum e social network per aiutare i pazienti.</em></p>
<p>Cyrano de Bergerac aveva così paura di non piacere alla sua bella da non riuscire a dichiararle il suo amore. Le emozioni possono bloccare, inibire ogni azione. Spingono all&#8217;isolamento, alla chiusura in un mondo fatto di solitudine. Paure e sensazioni che possono essere un problema e a volte trasformarsi in malattia. Delle angosce dei timidi parla anche <em>Emotivi anonimi</em>, la commedia francese in cui il proprietario di una fabbrica di cioccolato incontra una donna che, come lui, soffre di fobia sociale. «La timidezza non è una malattia, indica un comportamento che va ricondotto all&#8217;introversione che solo in alcuni casi estremi può portare al disagio psichico &#8211; dice Luigi Anepeta, psichiatra e autore del saggio <em>Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione</em> &#8211; A volte la difficoltà del rapporto con l&#8217;altro nasce dal fatto che le persone sono banali, poco interessanti». </p>
<p>Ma che cosa fare quando l&#8217;ansia cresce fino ad arrivare alla fobia sociale? «L&#8217;introverso deve riuscire a riconoscere i propri valori, ma anche accettare i propri limiti», spiega lo specialista. Secondo gli esperti è importante aiutare i pazienti a relativizzare il concetto di &#8220;normalità&#8221; e a sviluppare le proprie potenzialità. «Una mia paziente aveva una sensibilità che l&#8217;aveva fatta sentire &#8220;diversa&#8221; e aveva pressoché disimparato a parlare &#8211; dice Nicola Ghezzani, presidente dell&#8217;Asip, Associazione per lo studio delle iperdotazioni psichiche e autore di <em>A viso aperto</em> &#8211; viveva in una sorta di mutismo. Ha cominciato a guarire quando le ho consigliato di dare spazio alla sua vocazione poetica. Oggi scrive, frequenta altri poeti e ha ritrovato la sua socialità naturale». </p>
<p>Anche in Italia, proprio come in <em>Emotivi Anonimi</em>, esistono <a href="http://www.emotivianonimi.it">gruppi di auto-aiuto</a> che offrono un programma simile a quello per chi deve smettere di bere. Il primo passo per uscire dal proprio guscio è quello di «accettare di essere impotenti di fronte alle emozioni». La <a href="http://www.legaintroversi.it">Lega per la difesa dei diritti degli introversi</a> , presieduta da Anepeta, cerca di ricordare gli aspetti positivi del concetto di &#8220;pudore&#8221; e &#8220;riservatezza&#8221;. Questa rete ha dato vita a un forum e a un social network frequentato da centinaia di persone. Fra i vari quesiti che arrivano agli esperti ce ne sono molti che riguardano i bambini. «Si possono aiutare a esporre le proprie qualità e rinforzare così l´autostima. Forzarli a essere estroversi in senso generico comporta un grave danno perché li espone all&#8217;angoscia della performance», dice Ghezzani.</p>
<p>È la stessa ricetta che devono seguire i timidi in amore. Spesso sono proprio loro a trovare una forza improvvisa nei momenti importanti. Ancora Ghezzani: «A volte è necessario esporsi alle proprie paure, ma solo quando il desiderio raggiunge una soglia critica, quella della &#8220;necessità morale&#8221;: se amo davvero quella ragazza o devo chiarire la mia posizione etica con il capo allora posso attingere a una forza morale che travolge le limitazioni del mio io. Il timido cerca autenticità e deve muoversi in modo sincero prima di imparare a mentire come tutti gli altri». </p>
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		<title>La rivincita dei timidi nella società arrogante</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2011/01/07/la-rivincita-dei-timidi-nella-societa-arrogant/</link>
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		<pubDate>Fri, 07 Jan 2011 11:16:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La rivincita dei timidi nella società arrogante la Repubblica &#8211; 6 gennaio 2011 di Vera Schiavazzi (con un&#8217;intervista al dott. Anepeta) L&#8217;articolo è disponibile sul nostro Scribd in formato .pdf: La rivincita dei timidi nella società arrogante. Oggi la timidezza è a un bivio: da un lato gli studiosi, e perfino le associazioni, come la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>La rivincita dei timidi nella società arrogante</p>
<p><em>la Repubblica</em> &#8211; 6 gennaio 2011</h3>
<h4>di Vera Schiavazzi (con un&#8217;intervista al dott. Anepeta)</h4>
<p><span class="highlight-green">L&#8217;articolo è disponibile sul nostro <a href="http://www.scribd.com/LegaIntroversi">Scribd</a> in formato .pdf: <a href="http://www.scribd.com/document_collections/2794896"><strong>La rivincita dei timidi nella società arrogante</strong></a>.</span></p>
<p>Oggi la timidezza è a un bivio: da un lato gli studiosi, e perfino le associazioni, come la LIDI che vorrebbero rivalutarla, rispolverando concetti solo apparentemente passati di modo come «pudore», «riservatezza», «temperamento riflessivo». Dall&#8217;altro i gruppi di aiuto che offrono ai troppo timidi un programma del tutto simile a quello di chi deve smettere di bere. E che hanno dato il titolo anche a una divertente commedia dove il proprietario di una fabbrica di cioccolato e un&#8217;sperta del settore sono entrambi iperemotivi e soffrono di fobia sociale, circostanza che porta con sé una serie di conseguenze grottesche e finisce col far ridere perfino i protagonisti. Dichiararsi timidi, del resto, è un&#8217;eccellente occasione anche per chi non ha alcuna intenzione di passare neppure una serata tra gli Emotivi anonimi: lo hanno fatto attori e personaggi dello spettacolo, da Margherita Buy a Vittoria Solarino, da Alessandro Gassman a Piero Chiambretti.</p>
<h4>Il talento dei timidi</h4>
<h5><em>Da Shakespeare fino a personaggi dello spettacolo di oggi: ecco la rivincita contro il mondo degli showmen</em></h5>
<p>Per Shakespeare, Rousseau e Proust è stata un&#8217;inesauribile fonte di ispirazione. Oggi però la timidezza è a un bivio: da un lato gli studiosi, e perfino le associazioni, come la LIDI che vorrebbero rivalutarla, rispolverando concetti solo apparentemente passati di modo come «pudore», «riservatezza», «temperamento riflessivo». Dall&#8217;ltro i gruppi di aiuto-aiuto che spuntano qui e là come funghi e offrono ai troppo timidi un programma in dieci, dodici tappe del tutto simile a quello di chi deve smettere di bere (<a href="http://www.emotivianonimi.freetools.it">www.emotivianonimi.freetools.it</a>).<br />
E che hanno dato il titolo anche a una divertente commedia da poco sugli schermi in Francia (il proprietario di una fabbrica di cioccolato e un&#8217;esperta del settore sono entrambi iperemotivi e soffrono di fobia sociale, circostanza che porta con sé una serie di conseguenze grottesche e finisce col far ridere perfino i protagonisti). Dichiararsi timidi, del resto, è un&#8217;eccellente occasione anche per chi non ha alcuna intenzione di passare neppure una serata tra gli Emotivi anonimi: lo hanno fatto attori e personaggi dello spettacolo, da Margherita Buy a Vittoria Solarino, da Alessandro Gassman a Piero Chiambretti, mentre un serissimo editore come Franco Angeli sta per mandare in libreria (a metà gennaio) quasi 300 pagine sull&#8217;argomento.</p>
<h4>Così i timidi si prendono la rivincita</h4>
<h5><em>Da Shakespeare fino ad attori di successo: ecco come il popolo degli introversi riesce ad affermarsi in un mondo che premia sempre di più gli showman. Gli psicologi: &#8220;Non provate a rieducare i bambini con la forza. Saranno infelici&#8221;</em></h5>
<p>ll titolo? «<a href="/2011/01/04/le-talpe-riflessive-il-mondo-sotterraneo-dell-introversione/">Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione</a>», curato dallo psicoanalista Luigi Anepeta in collaborazione con Lisa Cecchi, Marcello Di Fiore e Maria Rossi. «Abbiamo raccolto &#8211; spiega Anepeta, che della Lega pro-timidi è il presidente &#8211; le storie delle centinaia di persone che si rivolgono a noi perché con i loro occhi di introversi vedono il mondo che li circonda: rozzo, aggressivo e violento. Temo che abbiano ragione». E giù un impressionante elenco di esempi: «Prendiamo la politica. L&#8217;assemblea Costituente, ad esempio, era composta in gran parte di timidi, lo erano Togliatti, Nenni e De Gasperi, ma fece un ottimo lavoro. Non pare si possa dire la stessa cosa della politica attuale, dove essere uno showman facilita la carriera, mentre chi non lo è spesso si auto-emargina. Una perdita grave, perché gli introversi normalmente coltivano in sé valori che potrebbero essere di grande utilità alla vita pubblica». Ma, lontani dalla ribalta, molti di loro compongono sinfonie, dipingono quadri, fanno scoperte scientifiche e scrivono romanzi destinati a passare alla storia: è il caso di Einstein e di Freud. Di Tolstoi e di Kafka. Di Rousseau e Spinoza come di Ravel, Bartok, Schumann: «Il 7 per cento della popolazione ci ha dato il 60 per cento della cultura alla quale facciamo riferimento». In Occidente, s&#8217;intende, che in Oriente la timidezza non è (ancora) considerata una patologia sociale da curare aggressivamente, mentre in Italia c&#8217;è chi perde il lavoro a partire dal fatto che non riesce a evitare di arrossire alla minima emozione.<br />
Come racconta Giuseppe Rescaldina, terapeuta e sessuologo: «Ci viene insegnato a negare, a non mostrare emozioni, ma questo non è un pregio, semmai un difetto. Non solo nelle relazioni sociali, ma anche nel rapporto amoroso, dove la scoperta dell&#8217;altro &#8211; e dunque la sua ritrosia a farsi scoprire &#8211; è una parte fondamentale dell&#8217;investimento, come sapeva già Freud. Il timido invece è semplicemente qualcuno che accetta di non chiudere la sua &#8220;fabbrica&#8221; interiore, e che può, in molti casi, essere aiutato a superare i suoi limiti più gravi senza tuttavia mai pretendere di &#8220;rieducarlo&#8221; fino in fondo». Chi si innamora di un &#8220;ritroso&#8221;, insomma, è avvisato: «L&#8217;approccio deve essere cauto, come quello tra maestro e discepolo, senza mai forzare ma continuando invece ad alimentare la sottile eccitazione che deriva dal sapere che c&#8217;è ancora molto da scoprire». Attenzione però, perché dietro quei rossori e quella fragilità apparente può celarsi un&#8217;aggressività potenzialmente esplosiva: «Anche i più estroversi e solari sono stati timidi, almeno una volta, e naturalmente non c&#8217;è nulla di male &#8211; premette la psicoterapeuta Maria Rita Parsi &#8211; può trattarsi invece di una malattia vera e propria, e perfino di un tratto ereditario, ma anche di una forma di autodifesa verso sofferenze profonde, in famiglia e fuori. Chi subisce il peso delle umiliazioni, il timore del giudizio altrui, l&#8217;aggressione alla propria autostima (pensiamo al bullismo tra giovanissimi) li accumula come materiale esplosivo nella cavità di un vulcano e sviluppa un sentimento bifronte, che all&#8217;esterno si manifesta con balbuzie e rossori ma dentro può diventare un incendio pronto a esplodere».</p>
<p>C&#8217;è il timido che si finge spavaldo e giunge ai limiti dell&#8217;aggressività, e c&#8217;è il cripto timido, ma entrambi, assicura Parsi, hanno molto bisogno d&#8217;aiuto. «Per prima cosa bisogna scoprire le cause di tanto timore. Poi, la timidezza può anche essere rivalutata se significa discrezione, sobrietà, rispetto per la privacy personale e altrui. Non se rappresenta una fuga da qualsiasi relazione umana». Guai a chi viene rieducato con la forza fin da piccolo: «Molti bambini sono naturalmente introversi e soffrono moltissimo quando vengono gettati all&#8217;improvviso in contesti ricchi di frastuono &#8211; sostiene Anepeta &#8211; occorre lasciare loro la possibilità di ascoltare il proprio mondo interiore, di non omologarsi a forza. Le testimonianze che arrivano sul nostro forum (<a href="http://www.legaintroversi.it">www.legaintroversi.it</a>) dimostrano quanto già avevamo raccontato in un precedente studio, &#8220;Timido, docile, ardente&#8221;, e mostrano la fortuna di chi è stato accettato fin dall&#8217;infanzia e in seguito, magari grazie a un percorso analitico, ha potuto lasciare libere le proprie inclinazioni». Il luogo in cui si vive influenza la possibilità di essere e dichiararsi timidi: perfettamente accettata in Thailandia, la timidezza sembra calare in Israele e negli Stati Uniti, e in generale in tutti quei paesi dove al &#8220;successo&#8221; sociale sembra corrispondere una forte capacità di dichiarare tutto di sé. Anche la filosofia ha la sua parte nel dibattito. «Esistono almeno tre stadi della timidezza, che già Aristotele aveva provato a classificare &#8211; ipotizza Franca D&#8217;Agostini, autrice per Bollati Boringhieri di Verità avvelenata, un&#8217;analisi della menzogna nel discorso pubblico &#8211; Tutto si basa sui confini che poniamo tra noi e gli altri. E nel momento in cui riconosciamo che la nostra paura di essere invasi è la stessa del nostro vicino esprimiamo un &#8220;narcisismo timido&#8221; che è tipicamente alla base della democrazia». E che non è uguale per gli uomini e per le donne, in particolare per quelle che (quando la scelta è volontaria) si difendono col velo più o meno integrale: «Il pudore è stato ed è ancora una categoria spesso usata al femminile &#8211; osserva D&#8217;Agostini &#8211; ma è anche un&#8217;importante forma di protezione da una visibilità che può essere espropriante». Duccio Demetrio, docente di filosofia dell&#8217;educazione e autore di «La vita schiva», da tempo si dedica a insegnare a scrivere la propria autobiografia. E annota: «I timidi sembrano avere più memoria, perché fin dalla primissima infanzia sono stati più attenti, più capaci di ascoltare. All&#8217;atteggiamento riservato viene spesso contrapposta in modo ossessivo la «socializzazione»: peccato che questa parola, ripetuta all&#8217;infinito con pretese educative o peggio rieducative non faccia che deprimere chi vive la timidezza come un segno di inferiorità o di colpa. Invece, è un talento che andrebbe coltivato come tale». Vittorio Lingiardi, psichiatra, psicoanalista e docente, aggiunge: «Se la timidezza patologica, quella che produce una continua frustrazione del desiderio di stare in relazione con gli altri, ed è spesso inevitabilmente legata alla paura di non essere apprezzati e di non valere, è una condizione di effettivo disagio, che una buona psicoterapia può aiutare ad affrontare, credo invece che la timidezza come atteggiamento non-invasivo e non-autocelebrativo, diciamo pure come ingrediente di sobrietà nella vita sociale, possa invece favorire conoscenze più profonde, autentiche e meno esibizionistiche». Chi non è (o non è ancora) un &#8220;emotivo anonimo&#8221;, chi non ha trovato il terapeuta in grado di aiutarlo, può sempre cercare compagni di viaggio disponibili a rivendicare con orgoglio rossori e ritrosie: lo &#8220;shy pride&#8221; è alle porte, e chissà che possa trasformarsi in un nuovo stile sociale. Con qualche prudenza, perché, come dice Alan Bennett nel nuovo Una vita come le altre (Adelphi) «Timido è uno spettro che si allarga da chi fa da tappezzeria alle feste fino allo psicopatico».</p>
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		<title>La vita schiva. Il sentimento e le virtù della timidezza &#8211; Duccio Demetrio</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jan 2008 17:28:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[1. Duccio Demetrio La vita schiva. Il sentimento e le virtù della timidezza Raffaello Cortina, Milano 2007 È noto che la mente umana è, in profondità e in superficie, catturata dalla logica degli opposti. La prova evidente di questa cattura è facilmente ricavabile dall&#8217;analisi del senso comune, della cultura dominante in un qualsivoglia contesto storico-culturale, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<div id="biblio_box">
<p>Duccio Demetrio</p>
<p><em>La vita schiva. Il sentimento e le virtù della timidezza</em></p>
<p>Raffaello Cortina, Milano 2007</p>
</div>
<p><!-- /biblio_box --> </p>
<p>È noto che la mente umana è, in profondità e in superficie, catturata dalla <strong>logica degli opposti</strong>. La prova evidente di questa cattura è facilmente ricavabile dall&#8217;analisi del senso comune, della cultura dominante in un qualsivoglia contesto storico-culturale, a partire dalla distinzione tra Noi e gli Altri che promuove l&#8217;etnocentrismo e il pregiudizio nei confronti degli &#8220;stranieri&#8221;.<br />
<em>Barbaro </em>è un termine coniato all&#8217;interno della più ricca cultura che un gruppo umano abbia mai prodotto, quella greca. È vero che la cultura greca, con Eraclito, ha riconosciuto anche l&#8217;intuizione della dialettica tra gli opposti. Ma tale intuizione, dovuta ad un genio solitario, è rimasta sterile sino all&#8217;Ottocento, allorché è stata ripresa da Hegel e Marx. Solo nel Novecento, infine, nella cornice della <em>Teoria delle Catastrofi</em>, essa è stata scientificamente formalizzata come legge del divenire della materia per cui ogni forma che essa assume implica un conflitto latente tra &#8220;forze&#8221; opposte.</p>
<p>Ci si può convincere della suggestione che la logica degli opposti esercita sulla mente umana non solo analizzando l&#8217;ideologia normativa proprio di ogni cultura, ma anche ripercorrendo la storia della religione, della filosofia, della letteratura, dell&#8217;arte e della scienza. Ovunque ci si imbatte in paradigmi che si succedono nel corso del tempo sulla base di ristrutturazioni critiche che avvengono sulla base di quella logica.</p>
<p>Questa premessa, che occorrerà altrove approfondire adeguatamente, serve ad introdurre il discorso su di un libro denso e suggestivo che, fin dal titolo, va controcorrente: <strong>contro la corrente dell&#8217;esperienza comune</strong>, che risulta sempre più appiattita da un banale conformismo, disinvestito da qualunque esigenza morale; <strong>contro il pregiudizio</strong> che, eleggendo a modello il modo di essere della maggioranza, riverbera un sinistro bagliore contro ogni forma di diversità (indigena o esotica);  <strong>contro la psichiatria</strong>, che alimenta stoltamente l&#8217;opposizione tra normalità e anormalità, e, infine, <strong>contro le discipline psicologiche</strong>, che, ad un mondo pervaso da un inquietante malessere, offrono ricette di felicità prêt-a-porter che lasciano il tempo che trovano.</p>
<p><strong><em>La vita schiva</em></strong> è un libro per pochi. I suoi contenuti e, per alcuni aspetti, lo stile stesso richiamano immediatamente Nietzsche: il genio solitario per eccellenza, che ha dedicato pagine sublimi alla necessità, intrinseca ad alcune anime, di prendere le distanze dal mondo, di raccogliersi nella propria interiorità e di sperimentare l&#8217;ebbrezza vertiginosa creativa della libertà assoluta che solo la solitudine promuove. È singolare, pertanto, e quasi incomprensibile che, nel profluvio di citazioni che caratterizzano il saggio, Nietzsche, al quale si deve, tra l&#8217;altro, l&#8217;aforisma più icastico sul bisogno di raccoglimento interiore (&#8220;Odio coloro che mi tolgono la solitudine, senza farmi compagnia&#8221;) non venga nominato una sola volta e risulti addirittura assente dalla bibliografia.</p>
<p>I pochi, a cui il libro esplicitamente si rivolge, sono coloro la cui esperienza, per mantenersi fedele a se stessa, deve sottrarsi alla suggestione della socializzazione forzata che caratterizza il nostro mondo, rifuggire dalle alienazioni imposte dalla vita sociale e rifugiarsi nella solitudine riflessiva e meditativa che promuove e alimenta l&#8217;individuazione.</p>
<p>I destinatari del libro e il suo impianto concettuale sono enunciati così nel prologo:</p>
<blockquote>
<p>Questo libro si rivolge [...] a una minoranza ben risoluta che persegua la solitudine come antidoto ai molti mali presenti, eventuali, prima o poi inevitabili. La proposta, va subito chiarito, si rivela più credibile se la raccoglie chi possa ammettere di avere odi aver avuto una vita non del tutto infelice o che abbia già saputo fare del dolore un&#8217;occasione di rinascita. Vivendola in piena consapevolezza e come esperienza di elevazione umana oltre che intellettuale o poetica. Ed è tale la vita che, per affetto ricevuto e restituito, ci consenta di allontanarci senza strazio eccessivo, rassicurati da un&#8217;interna ricchezza pur a un certo punto perduta. Rappresentata oltre che da una disposizione naturale alla riservatezza e a un bisogno fisico di starsene da soli, dalla attitudine ad aiutarsi attraverso un&#8217;intensa attività introspettiva. In altre parole, grazie alla fedeltà verso un pensiero riflessivo capace di oltrepassare le banalità. Per dedicarsi alla propria maturazione, a una incessante conversazione con gli eventi e le circostanze esistenziali che ci ripropongono interrogativi insolubili. Ma per questo capaci di scuotere la nostra pigrizia, di ostacolare l&#8217;assuefazione emotiva, l&#8217;acquiescenza intellettuale.<br />
<br />
L&#8217;introspezione è figlia naturale, seppur non sempre prediletta, poi in seguito riabilitata (talvolta) negli anni adulti, della timidezza. La propensione dell&#8217;animo che ha ben chiaro che cosa sia un sano e civile diritto alla privacy. Da ribattezzare in quanto giusta causa e buona ragione individuale a poter dedicarsi senza troppi ostacoli a una vita vissuta all&#8217;insegna dei privilegi, ad altri incomprensibili, che il sentimento della timidezza è in grado di offrire. Se coltivato oltre gli aspetti istintivi e originati. Quando pur essa venga con coerenza e a ragion veduta non più combattuta, bensì inclusa nella propria storia. Perché la timidezza è punto di partenza e compagna di ogni propensione alla vita schiva; nell&#8217;incontro con la sua alleata elettiva, la solitudine. In quanto esperienza interiore, intima, indicibile a chicchessia, che conferisce pienezza e non desolazione a quanto sia dato vivere sui crinali dello sconforto.<br />
<br />
La timidezza, in tal modo, si rende una forma di sensibilità verso il mondo e se stessi, del tutto alleata alla passione per la solitudine come desiderio. Da difendere, con spontaneità e da esibire in ogni circostanza, sia questa amorosa, famigliare, amicale e financo, in quanto forma trasparente di stare tra gli altri, professionale. Come una ricchezza dunque: per nulla come debolezza e passiva fragilità. Poiché, per molti, furono proprio le traversie del percepire e dell&#8217;agire timidamente la vita, non di certo le patologie fobiche e le sue derive morbose, a tributare un valore più alto a ciò che si rende emblema di una forza d&#8217;animo dotata di spirito di indipendenza. La timidezza, rafforzata dalle scelte solitarie, con la solitudine come iniziazione a essa, può essere in grado di rafforzare il carattere, le condotte, le decisioni che possono contare più di altre se, in una lizza tutta segreta dentro di sé, la posta in gioco sia il percepire (tra ragione e sentire) che si va adempiendo una crescita interiore come scopo esistenziale.<br />
<br />
La scelta schiva, di cui qui si leggerà, non equivale pertanto a &#8220;schivare la vita&#8221;. A ritrarsi in una beata vacanza in qualche luogo disabitato, per inseguire la propria felicità in santa pace. Smettendo &#8211; di punto in bianco &#8211; di frequentare il prossimo. Occorre imparare a prenderne le distanze (proverbiale attitudine dei timidi) proprio nei momenti di maggiore pienezza dell&#8217;emozione di vivere insieme ad altri. Imparando a partire e a viaggiare da soli, a camminare senza alcuna compagnia, a chiudersi la porta alle spalle esigendo che nessuno disturbi, non per lavoro ma per pensare in libertà. Questi sono atti &#8220;topici&#8221;. E poi: dormire da soli, gironzolare per strade sconosciute o per musei senza ciceroni di sorta, rifugiarsi in una biblioteca e, anche se non credenti, in una chiesa. Senza che per perseguire il proprio intento si debba scendere in un rifugio o in una trincea; dalla quale osservare &#8211; attraverso gli occhi altrui -. le miserie umane, credendosi protetti e innocenti. Si tratta, semmai, di riconquistare una possibilità di convivenza, seppur instabile, come tutto, tra il diritto a dire onestamente &#8220;questo sono io&#8221; e il resto del mondo, che si renderebbe più amabile, più evoluto, più assennato se intraprendesse i nostri esperimenti con la solitudine. A tale scopo, far esercizi schivi, nel vicino o nel lontano, per poco o per molto, ci aiuterà a capire quale sia il livello di tolleranza e di sopportabilità del nostro saper stare soli.<br />
<br />
È una prova di maturità questa nell&#8217;interminabile iniziazione a essa.<br />
<br />
Ammesso che l&#8217;inseguirla possa ancora aver un peso. La più ardua, specie se non ci congediamo dalla comunità dei nostri simili almeno di quando in quando per masochismo, per espiazione o per misantropia. Per qualche sofferenza psichica che la solitudine non può guarire. Piuttosto per iniziarci, in questa libertà privilegiata già di per sé rara e non comune, a qualcosa di inusuale, che riserva sempre sorprese, che non interrompe anzi prolunga la nostra autoeducazione. Quando il compimento della nostra storia di formazione inizia proprio quando ci chiediamo se siamo in grado di diventare maestri di noi stessi. Non soltanto esploratori dei nostri enigmi. Sapendo ormai bene quel che vogliamo da scelte controcorrente, anticonformiste, eccentriche, incomprese.<br />
<cite> pp. 23-25</cite></p>
</blockquote>
<p>&#8220;Occasioni e forme del sentire&#8221; (p. 33), timidezza e solitudine sono intimamente associate:</p>
<blockquote>
<p>Chi la timidezza abbia incontrato in passato sulla propria strada o ancora la provi come il primo giorno, seppur nel mutar della vita, è più abituato di altri a confrontarsi con le necessità e le circostanze della solitudine. A non temerle, anzi a desiderarle. A renderle parte accetta e integrante, ineliminabile, della propria storia.<br />
<br />
Chi la solitudine prediliga o l&#8217;abbia eletta a costume e condotta, non può non essersi incontrato con la timidezza, che invoglia e abitua a evitare la gente e ad appartarsi. Avendo scelto se stesso per compagno o compagna ideali, in appagante e intima amicizia. Non più disposto a barattare la propria libertà di andare e venire a proprio piacimento. Secondo un estro che non disdegna del tutto il ricomparire in pubblico, lesinando le frequentazioni.<br />
<cite> p. 33</cite></p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Le emozioni derivanti da entrambe, pur non coincidenti del tutto, costituiscono ciò che in questo libro si è scelto di chiamare &#8220;sentire schivo&#8221;. Non esauribile in un istante, bensì frequentato da chiunque nutra una naturale propensione per scelte di allontanamento, radicali o discrete, dai propri simili.<br />
<br />
Il sentire schivo cercato dona intensi momenti di serenità o di vigorosa concentrazione a coloro che avvertuno istintivamente tale richiamo e che sono disponibili, quasi in una autodisciplina morale, a educarsi a esso. Più disponibili di altri a soffermarsi a ricordare; a riflettere sulla propria storia, a ragionare su di sé. Senza alcun altro intento che non sia provarne il più personale diletto. Cui risonanze di natura etica, non sono certo estranee; poiché quanto ha il potere di rafforzare il senso dell&#8217;io, l&#8217;esplorazione della propria interiorità, genera ritorni inaspettati e più convinti. Questi spazi, in cui pur non ritenendoci timidi lo diventiamo prendendo le distanze, schivando i mondi abituali, andando a cercare la solitudine, sono dunque (e da gran tempo) quanto di più propizio per l&#8217;introspezione, la scrittura, la preghiera, la contemplazione. Tutti motivi che concorrono alla nostra, interminabile, formazione invisibile, segreta, attraversata da reversibilità preziose e da meno tenaci resistenze al cambiamento.<br />
<cite> p. 37</cite></p>
</blockquote>
<p>La timidezza promuove la solitudine perché essa, intesa in senso proprio, la postula come bisogno:</p>
<blockquote>
<p>Si diventa timidi: non solo &#8211; alcuni affermano &#8211; si nasce tali, per violenze subite, per soprusi e traumi pressoché inguaribili. Ma, in tali casi gravi, occorrerebbe trovare altre parole invece di continuare ad agitare lo spettro della timidezza per designare ciò che, ben oltre un disturbo psichico indotto, costituisce un&#8217;ipersensibilità non necessariamente devastata da una ferita. La timidezza è ben più di una condotta difensiva, una sorta di sindrome autoprotettiva: è una figura dell&#8217;umano, una voglia di vivere dalle caratteristiche peculiari. Si divincola se tentiamo di ridurla a una categoria clinica; accetta semmai di restare una evocazione letteraria. Essa va riletta in ogni storia di vita, poiché non vi è esistenza individuale che non la conosca, pur in forme leggere, episodiche, mutevoli nel tempo. Nella facoltà riconosciuta di divenire quello che gli schivi non possono che essere: i latori di una sensibilità eccessiva. In sicura controtendenza, se le consuetudini dominanti, i costumi accettati continueranno sempre (come pare) a esaltare aggressività e rivalità sleali. A niente che non sia, più che &#8220;normale&#8221;. Questo modo di essere, che non cessa di apparire segno di follia, di pessimismo, di depressione &#8211; senza gli eccessi dolorosi possibili &#8211; sempre più arriva a consolidarsi mutandosi in stile esistenziale duraturo. Fino ad attraversare tutte le età, in declinazioni pur differenti, che rendono la solitudine il motivo conduttore, e ispiratore, la risorsa emotiva e intellettuale, di tutta una vita. Chi la timidezza ha sofferto e ha patito, ingessato nel silenzio che non riusciva a infrangere, di questo stato trascorso può avere un ricordo sofferto o viceversa consolante, ma quale sia la sua storia, quali i conti non del tutto risolti, da essa avrà imparato. Ne avrà ormai meno timore, potrà considerarla finalmente un vantaggio e un antidoto per disavventure peggiori. Quasi un tirocinio di cui non ci si può stancare, un&#8217;educazione alla tenacia del carattere, un dischiudersi di altre sensibilità. Del tutto ignote ai presuntuosi, ai sicuri di sé, agli arroganti. A patto che non sia caduto nella trappola di rivaleggiare con i loro modi, disperdendo le qualità insostituibili del sentimento e delle virtù della timidezza.<br />
<cite> pp. 38-39</cite></p>
</blockquote>
<p>Nel nostro mondo:</p>
<blockquote>
<p>La comunità dispersa dei &#8220;puri di cuore&#8221;, dei &#8220;nobili d&#8217;animo&#8221;, dei &#8220;beati&#8221; in spirito, degli &#8220;incapaci di vivere&#8221;, è sempre più una minoranza in pericolo che rischia l&#8217;estinzione, per forze impari e troppo malthusiane prepotenze.<br />
<br />
E, invece, la timidezza quando da sentimento si rende tenacia morale, ecco che ci mostra altri suoi volti:<br />
<br />
- è alle radici delle filosofie dedite alla meditazione interiore;<br />
- è il requisito che muove la ricerca individuale di un dio nascosto nei luoghi del silenzio o di una natura priva di ogni eco trascendente;<br />
- è la condizione senza la quale la preghiera &#8211; credente o miscredente -, la meditazione, il piacere di contemplare non potrebbero darsi;<br />
- è la necessaria pietra dello scandalo in un universo dove il male assoluto, disordinato e inestinguibile, è la violenza che ogni timido teme per sé e per tutti.<br />
<br />
Perciò la più vera, originaria, natura della timidezza è una pulsione di vita e non di morte. Tanto più perché la mente timida ne è costantemente abitata, così pervasa dal sentimento della fine, della efemericità del tutto. Dalla assillante presenza dell&#8217;&#8221;esperienza dell&#8217;Insolubile&#8221;.</p>
<p>La tristezza che i timidi-solitari frequentano tanto spesso, nelle declinazioni della malinconia, della nostalgia, della tragicità del proprio essere apparsi al mondo, trovano come loro riscatto, la tensione e la ripetuta tentazione spasmodica di vivere fino in fondo tali umori. In quanto momenti della vita da conoscere senza rimuoverli da sé o rifuggirli, in quanto sottrarrebbero tempo (e denaro) da spendere altrimenti, da bruciare in istanti che la lentezza proverbiale di chi insegue la solitudine non può sopportare. Poiché i timidi ben hanno imparato a riconoscerne la funesta presenza, sul ciglio di quel nulla che li ha sempre attratti. Nelle sembianze di un timoroso accostarsi agli altri, in quel senso di vuoto e di vanità di ogni cosa innanzitutto. Nella paura di esporsi troppo, di alzare la voce o soltanto di parlare in pubblico. Chi è nato nel sentire timido conosce assai bene l&#8217;esitazione, la fragilità, il dubbio e non si rende conto sovente invece di quanta sapienza per la preparazione al vivere, per la sussistenza quotidiana, si celi in tutto ciò. Però ha coltivato in sé, in questa esorbitante titubanza, la volontà tenace di non soccombere alle prepotenze del mondo e, per di più, senza mostrare alcuna invidia per i prepotenti. Semmai, molta ironia e dileggio nei loro confronti. Il compito dei timidi, che tali tengano a restare &#8211; segno inequivocabile di uno scatto verso la meta ancora ambita della maturità alla quale nel loro incedere incerto sono più vicini di altri &#8211; può consistere nel tentare di educare alla vita schiva coloro che la rifuggano. La cui ragion d&#8217;essere, lo si vuol ribadire, non è certo ascrivibile, o riducibile, a un tipo umano e tanto meno psicologico. E piuttosto una qualità dell&#8217;intelletto, oltre che un&#8217;esperienza emotiva; la quale da sempre disprezzata dagli spavaldi ha informato la storia del pensiero umano cui necessita la solitudine per germinare e poi tornare al mondo.<br />
<cite> p. 51</cite></p>
</blockquote>
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		<title>La lettera di Max Ramstein</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jan 2008 07:15:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo aver letto l&#8217;articolo intitolato La rivincita dei timidi, pubblicato su Il Giornale del 30 dicembre 2007, con l&#8217;intervista al Dott. Luigi Anepeta, mi sono deciso, previo contatto telefonico con il vostro presidente, a portare anch&#8217;io la mia testimonianza personale. Non certo per mettermi in mostra ma per tentare di ragionare sul posizionamento, forse addirittura [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo aver letto l&#8217;articolo intitolato <a href="http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=230662"><em>La rivincita dei timidi</em></a>, pubblicato su <em>Il Giornale</em> del 30 dicembre 2007, con l&#8217;intervista al Dott. Luigi Anepeta, mi sono deciso, previo contatto telefonico con il vostro presidente, a portare anch&#8217;io la mia testimonianza personale.<br />
Non certo per mettermi in mostra ma per tentare di ragionare sul posizionamento, forse addirittura sul ruolo, dell&#8217;introverso nella (stranissima) società dei nostri tempi. Per &#8220;società&#8221; intendo prevalentemente quella italiana alla quale voglio bene e che, ne sono sicuro, ha in sé grossissime potenzialità, oltre ad un patrimonio culturale unico al mondo. Lo dico da straniero che però possiede anche la cittadinanza italiana.</p>
<p>Io sono nato nel lontanissimo 1936 nella serafica Svizzera, a Losanna, sul lago di Ginevra. I miei erano benestanti finché, nel 1948, mio padre, un estroverso un po&#8217; ozioso, perse tutto. La bellissima villa dove abitavamo fu venduta. C&#8217;era un grandissimo giardino nel quale amavo rifugiarmi per &#8220;raccontarmi storie&#8221;, in cerca di solitudine, da buon timido introverso&#8230; Per mia madre, per me, fu un grandissimo choc. Ma il peggio venne circa dieci anni dopo, quando seppi che la bellissima villa, benché di recente costruzione e in ottimo stato, era stata rasa al suolo per far spazio a palazzi con alloggi. Da allora io, pur non avendo mai provato odio per nessuno, covo nel mio intimo un rancore infinito contro ogni forma di spreco e di spirito speculativo: non accetto che il guadagno, anziché dall&#8217;operosità, derivi dal semplice possesso di beni (<em>capital gain</em>).</p>
<p>Ecco, in stile telegrafico, una breve elencazione di alcuni fatti e circostanze che hanno segnato la mia infanzia e adolescenza.</p>
<p><em>A due/tre anni di età</em>: Su richiesta di mia madre, un&#8217;anziana signora mi porta a fare una passeggiata. Ricordo ancora il luogo. Sul marciapiede di fronte passano alcuni ragazzini; &#8220;guarda, i bambini!&#8221;, dico io con gran voglia di avvicinarmi; &#8220;sono cattivi&#8221;, replica la donna. Che delusione! Però credo, senza ombra di dubbio, a quanto mi è stato detto.</p>
<p><em>Cinque anni e mezzo all&#8217;asilo</em>: Ogni mattina c&#8217;era un&#8217;ora buona di disegno su fogli distribuiti in precedenza; un bel giorno li perdo tutti (non ricordo perché né come) ma non oso chiederne altri! Per giorni e giorni fingevo di disegnare, usando la scatola delle matite, con immenso senso di disagio. Fra i compagni di classe c&#8217;erano due gemellini, maschio e femmina, più piccoli di me, all&#8217;uscita mi rincorrevano urlando &#8220;adesso ti prendiamo e ti uccidiamo&#8230;&#8221; e io ci credevo. Poiché non parlavo mai con nessuno, la maestra d&#8217;asilo finì con il convocare mia madre e le disse &#8220;secondo me, suo figlio è ritardato&#8230;&#8221;. &#8220;Macché&#8221;, fu la risposta, &#8220;basta che lei gl&#8217;insegni qualche cosa di utile, i primi elementi di lettura ad esempio, vedrà che riuscirà a seguire&#8230;&#8221;. Così fu&#8230;</p>
<p><em>Alle elementari</em> andavo benissimo, a 10 anni superai l&#8217;esame di ammissione al &#8220;collège&#8221; (inizio del ciclo secondario) ma poi le cose cambiarono; contrariamente ai miei compagni, quasi tutti figli di professionisti o comunque di gente che &#8220;aveva studiato&#8221; (mentre mio padre era privo di qualsiasi titolo), non riuscivo a capire il perché di un certo tipo d&#8217;insegnamento (latino, mitologia&#8230;); mi turbavano le storie degli dei che interferivano nella vita dei mortali; mi sembrava assurdo dover imparare parole non più attinenti alla nostra epoca (scutum, auriga&#8230;); ricordo un colloquio con un mio compagno, figlio di commercianti, che la pensava come me: &#8220;perché non c&#8217;insegnano parole pratiche, tipo panino&#8221;, si chiedeva (ne era un divoratore!). Nei primi tempi del collège, assolutamente non riuscivo a concentrarmi; risultato: per compiere i primi due anni, impiegai il doppio del tempo, 4 anni! due volte ripetente; provavo vergogna, mi sentivo in colpa. E ancora oggi, a distanza di quasi 60 anni, non riesco a ribaltare la responsabilità sugli insegnanti perché ricordo bene come ero: svogliato ma pienamente consapevole della mia pigrizia.</p>
<p>Il momento di peggior imbarazzo lo provai a scuola nel 1947, all&#8217;età di soli 10 anni, quando il professore decise che ogni allievo avrebbe dovuto parlare in classe, di fronte a tutti, di un argomento di suo interesse. &#8220;Come faccio&#8221;, pensai, &#8220;non ho proprio niente da dire&#8230; gli altri parleranno dei loro giochi, del trenino elettrico&#8230;&#8221; (non ce l&#8217;avevo, sono sempre stato estraneo al culto dell&#8217;oggetto). Mia madre, donna di spiccato buon senso, mi suggerì di parlare dell&#8217;acqua. L&#8217;acqua!? &#8220;Sì, tu spieghi a cosa serve, per i campi, per l&#8217;igiene, parla del vicino lago dove ti piace fare il bagno, ecc&#8230;&#8221; Evidentemente lei precedeva i tempi, allora non si parlava ancora di &#8220;oro blu&#8221;. Feci come mi diceva, alternative non ne avevo; i miei compagni mi ascoltarono un po&#8217; sbalorditi dal tipo di scelta, ma non mi presero in giro.</p>
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		<title>La rivincita dei timidi</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Jan 2007 08:06:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La rivincita dei timidi Il Giornale &#8211; 30 dicembre 2007 di Tommy Cappellini (con un&#8217;intervista al dott. Anepeta) L&#8217;articolo è disponibile sul sito de Il Giornale e sul nostro Scribd in formato .pdf: La rivincita dei timidi. Loro arrossiscono e gli altri li prendono in giro. Loro stanno in disparte e gli altri si divertono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>La rivincita dei timidi</em><br />
<em>Il Giornale</em> &#8211; 30 dicembre 2007</h3>
<h4>di Tommy Cappellini (con un&#8217;intervista al dott. Anepeta)</h4>
<p><span class="highlight-green">L&#8217;articolo è disponibile sul <a href="http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=230662&#038;START=0&#038;2col=">sito de <em>Il Giornale</em></a> e sul nostro <a href="http://www.scribd.com/LegaIntroversi">Scribd</a> in formato .pdf: <a href="http://www.scribd.com/doc/19664577/La-rivincita-dei-timidi"><strong>La rivincita dei timidi</strong></a>.</span></p>
<p><em>Loro arrossiscono e gli altri li prendono in giro. Loro stanno in disparte e gli altri si divertono in gruppo. Loro sono riflessivi e gli altri sono iperattivi. Loro sono i timidi e/o introversi. Una tribù silenziosa di cani sciolti, di solitari, a volte di autentici emarginati. Ma dentro covano spesso un fuoco che alimenta la macchina delle loro facoltà. Così spesso «loro» riescono non di rado a eccellere nelle arti e nelle scienze, nella letteratura e addirittura nella politica. Raggiungendo livelli tali da far arrossire gli altri, quelli che ridono di loro, che simuovonoin gruppo e che dall&#8217;iperattivismo ottengono poco o nulla.</em></p>
<p>Sono quelli che quando li inviti a cena &#8211; un&#8217;allegra tavolata tra amici &#8211; stanno in silenzio. Sono quelli che quando arrivano in un nuovo ambiente di lavoro, non corrono certo il rischio di essere etichettati come «imprenditori di se stessi», «maghi dell&#8217;autopromozione», ma nemmeno «scansafatiche senza obiettivi». Anzi: hanno della professione un&#8217;idea piuttosto rigorosa, «nobile», sebbene siano il contrario dei <em>workaholics</em>, i dipendenti dal lavoro.<br />
Sono quelli di cui ci si innamora &#8211; sempre che accada &#8211; al secondo o forse al trentesimo sguardo, ma mai al primo. Sono quelli che quando li vedi cenare in trattoria o al Grand hotel, quando leggi i loro libri, quando gli chiedi l&#8217;ora per strada, la vibrazione interiore che ti rimandano è la stessa della voce da orso di Paolo Conte che &#8211; rivolgendosi solo a se stesso in un teatro gremito di persone &#8211; riassume perfettamente l&#8217;argomento di questo articolo: «Ma un uomo camion vive ancora in me&#8230; ».<br />
Insomma, parliamo degli introversi. È uscito per Franco Angeli un libro dedicato a loro: <em>Timido, docile, ardente&#8230; Manuale per capire e accettare valori e limiti dell&#8217;introversione (propria e altrui)</em> (pagg. 128, euro 16) di Luigi Anepeta, psichiatra e psicanalista che da decenni studia i nessi tra soggettività e storia sociale, dopo aver lavorato in ambito accademico e &#8211; ai tempi di Franco Basaglia &#8211; in un ospedale psichiatrico. Gli abbiamo chiesto se l&#8217;introversione è una malattia &#8211; un po&#8217; come la depressione &#8211; o soltanto un modo di essere divergente da quello predominante degli estroversi: «Questi ultimi» ci ha spiegato, «sono caratterizzati dall&#8217;attrazione che il mondo esterno esercita sulla loro personalità. Gli introversi, invece, sono attratti dal mondo interno, vale a dire dal pensiero riflessivo, dalla meditazione, dalle fantasie. L&#8217;introversione, ad ogni modo, non è una malattia, ma uno spettro caratteriale».<br />
<strong>Con quali connotati?</strong><br />
«Un corredo emozionale molto ricco, spesso associato a un livello intellettivo elevato. Il mondo esterno, che noi riteniamo oggettivo e tangibile, ha una dimensione stratificata: è una foresta di simboli e di significati. Gli introversi hanno la capacità intuitiva di penetrarne lo spessore, di &#8220;vedere&#8221; ciò che esso significa al di là delle apparenze».<br />
<strong>Un esempio?</strong><br />
«Un mio paziente riconduceva il suo primo trauma all&#8217;essere entrato, a tre anni, in una macelleria e all&#8217;aver avuto un attacco di panico alla vista degli animali scuoiati e sventrati. Egli ha visto ciò che noi non riusciamo più a vedere perché la nostra percezione è assuefatta a qualcosa che invece dovrebbe inquietarci».<br />
<strong>Quali origini può avere l&#8217;introversione?</strong><br />
«È decisa dalla natura: dalla lotteria genetica, insomma. L&#8217;ambiente familiare e scolastico può influenzare lo sviluppo di una personalità introversa a seconda che valorizzi il suo patrimonio interiore (vibratile, plastico, creativo) o, viceversa, lo drammatizzi in quanto diverso da quello della maggioranza. Il bambino introverso ha una percezione complessa della realtà, ne coglie spessore e contraddizioni, la esplora sulla base di un innato e spiccato senso di dignità e giustizia».<br />
<strong>Ed è quindi autorizzato a starsene per i fatti propri?</strong><br />
«Anche. L&#8217;odierna ideologia della socializzazione ritiene, per esempio, che tutti i bambini abbiano bisogno di andare alla scuola materna per stare con gli altri. Ma questa è un’istituzione caratterizzata in genere dall’affollamento, da una certa agitazione motoria e da una rumorosità spesso elevata. Per i bambini introversi, che odiano la confusione, l&#8217;interazione fisica aggressiva e il fracasso, è un’esperienza in genere terribile».<br />
<strong>Sognatori e solitari fin da piccoli, si direbbe.</strong><br />
«Sognatori indispensabili. Dall&#8217;inizio alla fine della vita essi non possono prescindere dal &#8220;sogno&#8221; di un mondo umano solidale, delicato, nel quale non si diano violenze, sopraffazioni, conflitti. È per questo che non sono incorsi in un processo di selezione naturale e sociale: sono depositari di un certo tipo di idea dell&#8217;uomo che anche la società più utilitarista non può permettersi o non è riuscita ad abbandonare».<br />
<strong>Forse per questo la loro quotidianità è più difficile.</strong><br />
«La nostra cultura è fondata sulla spigliatezza nell’agire, sulla parola pronta, sull&#8217;intraprendenza, sulla capacità di essere sempre simpatici, brillanti. Squalifica gli introversi, che sono il 5-7 per cento della popolazione, come &#8220;difettosi&#8221; e anziché rispettarli li sollecita ad essere come tutti. Tuttavia, due terzi dei prodotti culturali nei campi della religione, della filosofia, dell’arte, della scienza è riconducibile a soggetti introversi. Non molti introversi sono geni, ma è un fatto che gran parte dei geni sono introversi».<br />
<strong>Tutelarli, dunque?</strong><br />
«Non occorrono leggi a protezione degli introversi, ma una rivoluzione culturale meritocratica che riabiliti le loro qualità umane e professionali ed eviti di privilegiare la tendenza narcisistica ad affermarsi ad ogni costo, anche adottando strategie comportamentali asociali e amorali. È quello che ho tentato di fare fondando la LIDI (www.legaintroversi.it). Preso atto del disagio psichico che si manifesta negli introversi soprattutto tra i 15 e 25 anni di età, la LIDI ha l&#8217;intento di aiutarli a dare alla propria diversità un valore». </p>
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		<title>La &#8220;timidezza&#8221; sul Web</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Apr 2006 07:40:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Su <em>La Repubblica</em> del 9 aprile è stato pubblicato, a cura di Stefania Di Lellis, un articolo dal titolo altisonante: <strong><em>Arrossire adesso è bello: dal web la riscossa dei timidi</em></strong>. In esso si fa riferimento alla comparsa in Rete di siti che tentano di opporsi allo stereotipo normativo dominante qualificando la timidezza come indizio di una grande sensibilità e di doti fuori dell&#8217;ordinario che, ben coltivate, possono portare ad organizzare una vita ricca di soddisfazioni. Tra i siti in questione viene citato il più famoso, <a href="http://www.shyandfree.com">Shy and Free</a>, attivo già da qualche anno, che, tra l&#8217;altro, sta organizzando una <a href="http://www.shyandfree.com/html/community.html">comunità online</a>. Utilizzando i link presenti in questo sito, se ne possono visitare parecchi altri (<a href="http://www.sensitiveperson.com">Highly Sensitive People</a>, <a href="http://www.shyunited.com">SHY United</a>, <a href="http://shakeyourshyness.com">Shake Your Shyness</a>).</p>
<p>Nell&#8217;articolo in questione viene fornita anche un&#8217;informazione di notevole interesse. La prossima settimana a Newcastle accademici e medici si incontrano per dibattere sul tema del &#8220;mercato delle malattie&#8221;, un business che prospera sulla trasformazione di condizioni naturali in patologie da trattare. Tra queste &#8220;patologie&#8221;, indubbiamente la timidezza (metonimia che, malauguratamente, sta per introversione) occupa uno dei primi posti.<br />
Il convegno si propone di denunciare la crescente medicalizzazione della vita, che induce numerosi soggetti, tra cui non pochi introversi, a sottoporsi ad una &#8220;cosmesi psico-farmacologica&#8221; e a svariati trattamenti psicologici.<br />
Posto che questa denuncia e il tam-tam del Web conseguano qualche effetto nel sensibilizzare l&#8217;opinione pubblica sulla condizione di diversità degli introversi, c&#8217;è da chiedersi quali conseguenze possano derivarne. Se si consultano i siti citati, non ci sono motivi per essere ottimisti.<br />
Certo, il riferimento all&#8217;introversione come modo di essere diverso, ma non patologico, ricco di qualità emozionali e creative, è pressoché costante. In sé e per sé questo è un fatto positivo, se non altro perché argina la possibilità che gli introversi giungano essi stessi ad autodiagnosticare la loro condizione come una &#8220;malattia&#8221;.</p>
<p>Al di là delle proposte commerciali (acquisto di libri, possibilità di accedere ad una terapia online o di persona) presenti sui siti in questione, il problema è che: primo, <strong>non si dà un&#8217;adeguata definizione della personalità introversa</strong>; secondo, <strong>non c&#8217;è quasi alcun riferimento alla carriera sociale degli introversi</strong>; terzo,  <strong>non si sottolinea la frequenza con cui gli introversi sviluppano un disagio psicopatologico franco</strong>; quarto, si dà per scontato che il problema possa essere affrontato &#8211; direi anche con una certa facilità &#8211; sul piano della ricostruzione dell&#8217;autostima, della valorizzazione sociale di sé, della spiritualità, ecc.</p>
<p>Il messaggio, in altri termini, è rivolto agli introversi come individui che possono raggiungere una grande indipendenza di giudizio rispetto al contesto socio-culturale e fare un salto di qualità nella percezione di sé senza che si realizzino cambiamenti oggettivi nell&#8217;organizzazione complessiva della società. Non escludo che una possibilità del genere si possa realizzare in un certo numero di introversi, ma essa riguarda solo gli adulti e per giunta non gravati da un disagio psichico franco.</p>
<p>Il problema vero, a mio avviso, è incidere sulla carriera evolutiva degli introversi, e questo, se anche comporta l&#8217;acquisizione graduale da parte loro di un bagaglio di consapevolezze inerenti la loro condizione, <strong>non può prescindere dal fatto che la loro diversità sia riconosciuta come tale dalla società e rispettata</strong>.<br />
Nonostante questo, ritengo che  anche la sola presenza di questi siti sul Web sia un segno dei tempi o, comunque, un indizio che<strong> il modello normativo dominante estroverso, intraprendente, aggressivo e scarsamente sensibile sotto il profilo sociale comincia ad attivare una reazione di rigetto</strong>.</p>
<p>È inutile dire che la LIDI ha un impianto teorico diverso e finalità ben più ambiziose dell&#8217;aggregare i &#8220;timidi&#8221;, fornendo loro strumenti di maggiore consapevolezza della loro singolare condizione. Essa ambisce anzitutto a <strong>prevenire lo sviluppo di un disagio psichico a livello infantile e adolescenziale</strong>. In secondo luogo, si prefigge di <strong>rilanciare a tutto campo il discorso sulla normalità/anormalità e sulla produzione sociale degli uomini</strong>.<br />
Si può pensare che, in rapporto alle forze di cui si dispone, gli obiettivi siano troppo elevati. Volendo, però, restaurare il significato storico e non metastorico della progettualità utopistica, la LIDI (o almeno per ora il suo fondatore) preferisce mirare in alto piuttosto che farsi carico di un intento adattivo.</p>
<p>Per facilitare il lettore, <span class="highlight-green">riporto di seguito parte della <a href="http://www.shyandfree.com/html/books.html">bibliografia consigliata</a> dal sito <a href="http://www.shyandfree.com">Shy and Free</a>, la presentazione dello stesso e un &#8220;brogliaccio di consigli&#8221;</span>. Da questo materiale dovrebbe risultare chiaro che la LIDI è o pretende di essere altra cosa&#8230;</p>
<p><strong>I testi riportati di seguito sono copyright © di <a href="http://www.shyandfree.com">Shy and Free</a></strong></p>
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