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Introversione è un neologismo coniato da Jung, in opposizione ad estroversione. L’analisi di questi due orientamenti è esposta nel saggio Tipi psicologici (trad. it. Newton Compton, Roma 1973), pubblicato nel 1920 e annoverato tra i capolavori junghiani. Il saggio trae spunto da circostanze cui il testo non fa riferimento, ma che sono d’una qualche importanza.

All’epoca, la separazione di Jung da Freud si è consumata già da sette anni. Essa è intervenuta per motivi teorici. Diversamente però da quanto accade in altri ambiti scientifici, laddove (spesso, se non sempre) i punti di vista divergenti non alterano il rapporto interpersonale tra gli studiosi, il conflitto tra Freud e Jung ha assunto rapidamente un carattere aspro, polemico, astioso. Fermo al suo diritto di primogenitura sulla psicoanalisi, Freud interpreta, un po’ banalmente, il deterioramento del rapporto con colui che aveva designato come suo erede come espressione di un’invidia inconscia nei suoi confronti. Jung, invece, che, pure non si è astenuto dal definire più volte Freud un “nevrotico”, ricerca una spiegazione più sottile, anche se analitica, del conflitto con l’antico maestro, l’incontro con il quale ha cambiato la sua vita. Poco alla volta, giunge alla conclusione che “è il tipo psicologico che determina e limita il giudizio dell’uomo”, tal che “ogni modo di considerare le cose è necessariamente relativo”, vale dire influenzato “dal modo con cui l’individuo si rivolge al mondo, il suo rapporto con gli uomini e le cose”.

Al di là delle vicende personali, esisterebbe dunque un orientamento psicologico di base, di ordine costituzionale, che orienterebbe gli uomini a significare e a vivere il mondo in termini talora radicalmente diversi.

In riferimento al conflitto con Freud, la conclusione cui perviene Jung sembra poco pertinente. Entrambi sono introversi, e in grado piuttosto elevato, anche se quest’aspetto si stempererà nel corso degli anni. Entrambi, affetti da disturbi nevrotici, sono stati costretti, ciascuno per proprio conto, a percorrere la via di una dolorosa autoanalisi. Entrambi, infine, hanno l’incoercibile tendenza a trasformare la psicoanalisi in un sistema ideologico totalizzante, capace d’interpretare gran parte dei fatti umani. L’unica differenza assolutamente reale è di ordine ideologico: Freud è un materialista il quale abbraccia il metodo positivista e enfatizza gli aspetti pulsionali della natura umana, mentre Jung uno spiritualista convinto che l’inconscio sia depositario anche di un orientamento trascendente. È difficile attribuire tale differenza ad un orientamento psicologico di base.

È quell’intuizione, comunque, a promuovere in Jung l’idea di costruire una tipologia universale della personalità.

Preceduto da un’introduzione, il saggio consta di undici capitoli e di una conclusione. I primi nove capitoli, espressivi di un’erudizione fuori del comune, sono dedicati ad un’accuratissima rassegna della letteratura precedente, che occupa ben due terzi del libro; il decimo illustra i tipi psicologici identificati da Jung; l’undicesimo è un ampio e utilissimo glossario nel quale vengono definiti e illustrati i termini e i concetti fondamentali della psicologia analitica.

La conclusione ha un particolare interesse perché in essa c’è un’eco delle circostanze cui si è fatto cenno. In opposizione al “dogmatismo” freudiano, Jung sostiene che i fenomeni psicologici possono essere affrontati da due diversi punti di vista. Il primo è rivolto a scoprire ciò che vi è di uguale o di analogo nelle diverse esperienze soggettive:

Per scoprire l’uniformità della psiche umana bisogna discendere fino alle fondamenta della coscienza, poiché è lì che si trova tutto ciò che è uguale. Se fondo una teoria su ciò che ci rende uguali, spiego la psiche partendo da ciò che vi è in essa di fondamentale e di originale. Facendo ciò, però, non ho ancora spiegato ciò che in essa è differenziazione storica e universale, poiché con tale teoria io prescindo dalla psicologia della vita cosciente.
p. 447

Il secondo punto di vista deve rivolgersi allo studio delle differenze tra gli individui. Ciò comporta che:

le mie conclusioni saranno diametralmente opposte a quelle precedenti, giacché tutto ciò che prima era stato scartato come variante individuale assume, in questo caso, un’importanza notevole… In questo secondo atteggiamento bisogna tener conto dello scopo finale e non del punto di partenza.
pp. 447-448

In breve

chiunque creda che per ogni processo psichico debba esserci una sola spiegazione resterà stupito della vitalità del contenuto psichico, che costringe ad enunciare due teorie opposte, specialmente se egli ama le verità semplici e chiare e se è incapace di pensarle contemporaneamente.
p. 448

La diversa metodologia nello studio dei fenomeni psichici riflette, secondo Jung, il tipo psicologico dello studioso. In conseguenza di questo

si potrà giungere ad una vera comprensione solo se si accetta la diversità delle premesse psicologiche.
p. 444

Più precisamente:

Per comporre il conflitto tra le diverse concezioni, mi sembra che si potrebbe prendere come base il riconoscimento dei tipi di atteggiamento e, particolarmente, il fatto che ogni uomo è prigioniero del proprio tipo a tal punto da essere incapace di comprendere perfettamente un punto di vista diverso. Senza il riconoscimento di quest’importante esigenza, è quasi inevitabile che si faccia violenza all’altro punto di vista. Allo stesso modo in cui due avversari s’incontrano in tribunale e, rinunciando reciprocamente a farsi giustizia da soli, si rimettono all’equità della legge e del magistrato, così il tipo deve astenersi dalle ingiurie, dalle calunnie e dalle denigrazioni contro il suo avversario e prendere coscienza del fatto che anche l’altro è una parte dell’umanità.
pp. 344-345

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