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L’equilibrio e la pacatezza di queste affermazioni sono, almeno in parte, smentiti da un particolare non insignificante, che finora è stato equivocato. Nella descrizione di un tipo – quello logico introverso – si è voluto leggere un riferimento a Nietzsche. A me sembra evidente che essa si attaglia anche a Freud. La descrizione è la seguente:

Nella costruzione del mondo delle sue idee, mentre egli non si tira dietro davanti a nessuna azione audace, né dinanzi ad alcuna idea sotto il pretesto che potrebbe essere pericolosa, sovversiva, eretica e pungente, egli si vede in preda ad una grande ansietà giacché la sua audacia sembra dover divenire realtà. Ciò è per lui molto sgradevole. Anche quando egli lancia le sue idee nel mondo, non lo fa affatto alla maniera di una madre preoccupata per i propri figlioli: egli le espone e tutt’al più si stizzisce quando esse non progrediscono da sole.

La sua mancanza spesso totale di senso pratico, la sua ripugnanza per ogni forma di pubblicità, vengono in suo aiuto. Se ciò ch’egli ha prodotto gli sembra soggettivamente vero e giusto, è perché esso le è realmente e gli altri non debbono fare altro che piegarsi a questa verità. A mala pena egli consentirà di guadagnarsi le simpatie di qualcuno, soprattutto di una persona influente. E se egli lo fa, dimostra molto spesso una tale mancanza di destrezza che raggiunge lo scopo opposto a quello desiderato. Con i suoi colleghi in genere fa delle esperienze spiacevoli; non sa mai accattivarsi il loro favore; dà anche ad intendere che essi non hanno di fronte ai suoi occhi alcuna importanza. Nel perseguimento delle proprie idee, egli è particolarmente ostinato e non si lascia influenzare da nessuno…

Siccome egli pensa ai suoi problemi fino alla fine, nella misura del possibile, egli li complica e s’impelaga senza tregua in ogni sorta di scrupoli. Egli vede chiaramente l’intima struttura delle proprie idee, ma non sa mai molto bene dove collocarle, né come introdurle nel mondo reale. Con molta sofferenza, con preoccupazione, ammette che ciò che è chiaro per lui non lo è per tutto il resto del mondo. Il suo stile si appesantisce, generalmente, di aggiunte, di restrizioni, di precauzioni, di dubbi sollevati dai suoi scrupoli… Il suo lavoro avanza faticosamente. Egli è taciturno, o capita in mezzo a persone che non lo comprendono: colleziona, così, delle prove della incommensurabile bestialità umana…

Agli estranei egli appare inavvicinabile, arcigno e orgoglioso, spesso anche inasprito dai suoi pregiudizi poco favorevoli alla società. Come professore, egli ha scarsa influenza personale sui suoi alunni dato che ignora la loro mentalità. D’altronde, in fondo, l’insegnamento non lo interessa del tutto, salvo che ci veda un problema teorico. Egli è un cattivo insegnante perché, insegnando, pensa alla materia insegnata anziché limitarsi ad esporla…

Nella misura in cui il suo tipo si rinforza, le sue convinzioni si fanno più rigide e inflessibili…

Egli non farà alcuno sforzo per costringere qualcuno ad aderire alle sue convinzioni, ma pieno di rabbia si volgerà contro ogni critica, anche giusta. Egli si isola così, poco alla volta, da tutti i punti di vista. Le sue idee, un tempo feconde, diventano distruttrici, perché imprigionate da un’amarezza interiore. Con l’isolamento verso l’esterno, cresce anche la lotta contro l’influenza inconscia che lo paralizza a poco a poco.

Un’accentuata tendenza alla solitudine deve proteggerlo dalle influenze dell’inconscio; ma questo in genere lo sprofonda di più nel conflitto che lo corrode interiormente. Il pensiero del tipo introverso è positivo e sintetico per quanto riguarda lo sviluppo delle idee che sempre più si avvicinano alle immagini primordiali valide in eterno. Ma, appena i legami con l’esperienza oggettiva si allentano, queste idee prendono la forma mitologica, sono dunque false per la situazione del momento. Perciò questo pensiero ha valore nella misura in cui esso può mantenere con i fatti conosciuti relazioni evidenti e comprensibili. Divenuto mitologico, la sua importanza svanisce ed esso si perde in se stesso.
pp. 355-358

Che schizzando questo ritratto psicologico, Jung avesse di mira, oltre che Nietzsche, Freud, mi sembra poco dubitabile. È evidente, infatti, che egli parla del fondatore di una scuola, di un professore impegnato a costruire un sistema, che ha un pessimo rapporto con i colleghi e con gli alunni, di un teorico le cui idee s’irrigidiscono progressivamente, diventando dogmatiche. Il riferimento al pensiero mitologico sembra far capo immediatamente alla teoria delle pulsioni, che, definita da Freud stesso come una “mitologia”, ha rappresentato il nodo su cui si è consumata la rottura tra il maestro e l’allievo.

Il ritratto, tra l’altro, è astioso, ma non del tutto infondato. Nonostante in Vita e Opere di Freud (Il Saggiatore, Milano 1966) E. Jones abbia fatto di tutto, con un intento agiografico che in alcuni momenti diventa stucchevole, per porre in buona luce il padre della psicoanalisi, è fuor di dubbio che la personalità di Freud, soprattutto se si tiene conto della sua intolleranza alle critiche, dell’implacabile ostilità nutrita nei confronti degli allievi dissidenti, del continuo ruminare sulle sue idee che lo ha condotto ad esiti teorici (come l’istinto di morte) poco o punto condivisibili, ecc, presenta inconfutabilmente alcuni dei tratti descritti da Jung.

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