Dopo Jung, il concetto d’introversione è stato universalmente accettato come un orientamento di base della personalità, ma non ha avuto sviluppi significativi. L’esistenza di un orientamento di base introverso è stato acquisito come un dato di fatto, intuitivamente fondato e empiricamente verificabile, sia dall’opinione pubblica sia dalla psicologia, ma l’acquisizione è avvenuta più sulla base del pregiudizio, riferito ai limiti, che non di una comprensione autentica del modo d’essere introverso e dei valori che esso implica.
La psicologia, in particolare, lo ha assorbito nel contesto della teoria dei “tratti”, che adotta come schema di riferimento l’analisi della risposta comportamentale e utilizza l’analisi fattoriale con lo scopo di categorizzare le persone sulla base dei loro attributi distintivi. È agevole dimostrare che questo approccio inesorabilmente sottolinea i limiti e misconosce i valori del modo d’essere introverso.
G. Allport, fondatore della teoria dei tratti (cfr. Psicologia della personalità, LAS, Roma 1977), ricava l’introversione da una forza interna all’individuo che si manifesta in un atteggiamento soggettivo orientato su se stesso, esitante e riflessivo. Dato il modello normativo cui Allport fa riferimento, per cui la personalità matura è flessibile, adattiva, aperta al mondo, capace di divertirsi e di mantenere rapporti significativi con gli altri, l’introversione risulta implicitamente un tratto disfunzionale, che solo eccezionalmente consente di raggiungere la maturità.
W. H. Sheldon, la cui teoria definisce una correlazione tra l’aspetto somatico e il temperamento (cfr. The Varieties of Temperament: a Psychology of Constitutional Differences, Harper, New York 1942), fa rientrare il tratto introverso nella cerebrotonia, la quale comporta: forte controllo emotivo e pudore dei sentimenti, ansia e apprensione, amore per l’intimità e tendenza ad appartarsi, timore della gente e disagio legato all’esposizione sociale. Secondo Sheldon, l’introversione è ampiamente rappresentata nei soggetti che sviluppano disturbi ossessivi e schizofrenici.
R. Cattell, che propone un approccio statistico e matematico allo studio dei tratti (cfr. Analisi scientifica della personalità, Bollati Boringhieri, Milano 1965), è il maggior teorico dell’analisi fattoriale nello studio della personalità. Avendo definito un tratto come una “struttura mentale”, un’inferenza che si fa sulla base dell’osservazione del comportamento per spiegarne la regolarità e la coerenza, Cattell introduce la distinzione tra tratti superficiali, che rappresentano gruppi di variabili manifeste o visibili apparentemente in rapporto tra loro, e tratti originali, ossia variabili di base che entrano nella determinazione di molteplici manifestazioni superficiali. Secondo Cattel, l’introversione apparterrebbe a questi ultimi e sarebbe riconducibile ad una serie di fattori: la riservatezza, l’iperemotività, la coscienziosità, la delicatezza, l’apprensione e la propensione alla colpa, la tendenza al raccoglimento fino al limite dell’autismo, ecc.
Sempre nel campo della ricerca sperimentale e dell’analisi fattoriale rientrano gli studi di un altro psicologo, Eysenck che, intendendo i tratti come abitudini costanti del comportamento di facile identificazione, identifica tre tipologie, tra cui quella dell’introversione-estroversione (cfr. La spiegazione e il concetto di personalità, Franco Angeli, Milano 1970).
In quest’ottica, l’introversione si colloca all’estremo opposto dell’estroversione, e raggruppa tutti gli individui che evidenziano le medesime caratteristiche: carattere schivo, tranquillo riservato e solitario. Il tipo puro introverso è naturalmente teorico. Nella realtà ciò che conta sono le dimensioni che ammettono un’infinita graduazione tra un estremo e un altro. Ogni tratto di personalità può collocarsi in un particolare punto dello spazio delimitato dai due poli rappresentando così una particolare combinazione di valori nei due poli.

