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2.

La prima tipologia è esemplificata in maniera estrema dall’esperienza di M., che ho analizzato nell’articolo Significato funzionale dei sintomi psicopatologici (5) pubblicato su Nil Alienum.

M., per il suo perfezionismo, il bisogno estremo di sentirsi confermato dai capi e la convinzione di non fare mai quanto sarebbe necessario per guadagnarsi lo stipendio, incarna il ruolo del lavoratore ideale nell’ottica della globalizzazione. Lavorando nel campo dell’informatica, laddove le richieste di prestazioni sono, soprattutto per quanto concerne i tempi, al limite delle possibilità umane (e talora francamente al di là), egli muove dall’ingenuo presupposto che ciò che viene richiesto dai capi deve essere realisticamente realizzabile. In conseguenza di questo, si impegna a corpo morto, all’insegna della paura di non essere all’altezza, e di poter essere rimproverato o licenziato. Non solo si sofferma sul posto di lavoro un’ora o due più del concordato, ma, addirittura, continua a lavorare sui programmi da compilare anche a casa sua, di sera e nel week-end.
La sua ansia da prestazione è tale che non si dà pace finché il compito assegnato (che richiede la soluzione di complessi problemi legati ai linguaggi di programmazione) non giunge al punto di intravederne l’esito positivo. Ciò significa che M. porta a compimento il lavoro quasi sempre con un certo anticipo sul tempo assegnato dai capi. Questi naturalmente prendono atto delle sue eccellenti prestazioni, ma non solo non lo gratificano più di tanto (per la paura di trovarsi di fronte ad una richiesta di aumento dello stipendio), facendogli credere che egli si è limitato a fare il suo dovere. Non appena porta a compimento un lavoro, gliene assegnano immediatamente un altro, come se fosse una macchina prestazionale.
Il nuovo lavoro, naturalmente, per M. è un’ulteriore prova di essere o non essere adeguato. Egli l’affronta con la stessa paura di fallire con cui ha affrontato le precedenti. L’esperienza di aver fornito sempre eccellenti prestazioni sembra non contare nulla in termini di sicurezza personale e di autovalutazione.

In una situazione del genere, non è sorprendente che l’Io antitetico si esprima attraverso periodiche crisi di profonda stanchezza che tendono a limitare le prestazioni fornite. Ancor meno sorprendente è che M., completamente preda di un Super-Io perfezionistico, interpreti la stanchezza come espressione di una pigrizia di fondo che potrebbe comportare il pericolo di essere squalificato agli occhi dei capi e allontanato dal lavoro.

Naturalmente l’orientamento di M., incline a soddisfare tutte le richieste che vengono dai datori di lavoro, crea dei problemi nei rapporti con i colleghi. Per un verso, infatti, egli incarna ai loro occhi il ruolo odioso del primo della classe che, con le sue prestazioni, sottolinea la sua superiorità evidenziando la loro inferiorità. In secondo luogo, essendo introverso e totalmente assorbito dall’impegno lavorativo, M., al di là di un saluto formale, non stabilisce con essi alcun tipo di rapporto interpersonale, non avendo tempo da perdere. Riesce dunque anche per questo aspetto antipatico.

Anche se l’esperienza di M., con i suoi livelli di cieca soggezione nei confronti dell’Autorità e l’assenza di qualunque coscienza riferita allo sfruttamento lavorativo, si può ritenere singolare nel nostro tempo – espressione di una personalità introversa evoluta in un contesto familiare piccolo-borghese, tradizionalista e conservatore -, la tipologia in rapporto al lavoro che essa definisce è abbastanza comune.
Molti introversi sono, insomma, “stakanovisti”, lavoratori esposti al rischio di essere sfruttati senza limite e di essere invisi ai colleghi. La differenza all’interno di questa tipologia è tra coloro, come M., che non hanno alcuna consapevolezza della loro condizione e coloro che, nel loro intimo, si arrabbiano e si prefiggono di cambiare, solitamente senza riuscirci.
Il cambiamento, infatti, postula un atteggiamento critico rivolto non tanto all’esterno (dato che le richieste dei datori di lavoro in un contesto capitalistico sono sempre inique), bensì all’interno, laddove il Super-Io e l’Io ideale svolgono la funzione di un cavallo di Troia che vanifica ogni difesa. Tale atteggiamento, per essere operativo, deve associarsi ad una presa di coscienza del proprio valore e delle proprie competenze professionali.

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