1.
Sono un uomo cattivo. Un uomo sgradevole.
Non ho mai potuto diventare cattivo. In ogni momento riconoscevo in me molti, moltissimi elementi quanto mai in contrasto con ciò. Sapevo che fermentavano in me, questi elementi contrastanti. Sapevo che per tutta la vita avevano fermentato in me e che cercavano di uscire all’esterno, ma io non lasciavo, non lasciavo, apposta non lasciavo che si sprigionassero. Mi torturavano fino a farmi vergognare; mi conducevano fino alle convulsioni e alla fine mi sono venuti in odio, come mi sono venuti in odio!
Io non posso essere… buono!
Queste tre citazioni esprimono il singolare e drammatico modo di essere del personaggio delle Memorie, che, ricostruendo le vicissitudini della sua esperienza, scava dentro di sé nella vana ricerca di dare un senso alle contraddizioni che la sottendono e la caratterizzano. Le conclusioni filosofiche cui egli giunge, esposte nella prima parte del racconto, sono di un amaro pessimismo. Nel mondo si danno solo due categorie: uomini d’azione, normali in quanto si adattano alle circostanze dell’esistenza, senza la pretesa di abbattere i muri di pietra delle leggi di natura e del senso comune, stupidi, dunque, ma socialmente integrati, e uomini di pensiero, la cui coscienza ipertrofica lavora di continuo per negare e trascendere quelle circostanze con l’effetto di destinarli a dare pateticamente a testa contro quei muri.
Il narratore appartiene a quest’ultima categoria: tanto egli disprezza, invidiandoli, gli esseri normali, quanto disprezza se stesso. L’ininterrotto lavorio della coscienza, infatti, non ha prodotto che una totale sterilità:
Non solo cattivo, ma proprio nulla sono riuscito a diventare: né cattivo, né buono, né furfante, né onesto, né eroe, né insetto.
Egli è solo un topo, trincerato nel suo fetido sottosuolo, che nutre vanamente invidia, rancore e disprezzo per tutto il mondo, ma è lucidamente consapevole del fatto che il suo contrapporsi ad esso in nome di principi sublimi ed elevati è semplicemente presunzione. Egli non è migliore degli altri, se non per il fatto di rendersi conto della sua contraddittorietà e della sua miseria, che è sotto i suoi occhi e si esprime nell’agire comportamenti degradanti e incivili, del tutto incompatibili con quei principi.
Cionondimeno, egli non può desistere dall’interrogarsi sulla propria condizione e sulla condizione umana in generale, per quanto la pretesa di giungere ad afferrarne il senso sia vana. Egli rivendica dunque il primato del pensiero sull’azione, per quanto sterile esso sia:
Molto meglio capire tutto, esser coscienti di tutto, di tutte le impossibilità e i muri di pietra, ma non rassegnarsi a nessuna di queste impossibilità e muri di pietra, se vi ripugna rassegnarvi.
Esser coscienti di tutto, secondo l’uomo del sottosuolo, significa prescindere dall’idea che l’uomo sia un essere razionale che si muove solo sulla base di un calcolo utilitaristo dei suoi interessi. Quest’idea, infatti, porta facilmente alla conclusione che, se egli veramente sapesse quali sono i suoi reali interessi, agirebbe secondo natura e diventerebbe addirittura virtuoso. Ora,
tutti questi bellissimi sistemi, tutte queste teorie che spiegano all’umanità i suoi veri, normali interessi affinché essa, tendendo necessariamente a raggiungerli, diventi subito buona e nobile, per il momento, secondo la mia opinione, sono semplici sofismi!
La realtà è che
l’uomo è ancor lungi dall’essersi abituato ad agire così come gli suggeriscono la ragione e le scienze.
Né c’è da prevedere che questa abitudine potrà mai esse conseguita, perché
l’uomo, sempre e ovunque, chiunque fosse, ha amato agire così come voleva, e non come gli ordinavano la ragione e il tornaconto; infatti si può volere anche contro il proprio tornaconto, anzi talvolta decisamente si deve (questa è già una mia idea). La propria voglia, arbitraria e libera, il proprio capriccio, anche il più selvaggio, la propria fantasia, eccitata a volte fino alla follia: tutto ciò è proprio quel vantaggio supremo e tralasciato, che sfugge a qualsiasi classificazione e per colpa del quale tutti i sistemi e le teorie vanno costantemente a farsi benedire. E chi l’ha detto a tutti quei saggi che l’uomo ha bisogno di una volontà normale, virtuosa? Come hanno immaginato con tanta sicurezza che l’uomo abbia bisogno per forza di una volontà razionalmente vantaggiosa? L’uomo ha bisogno soltanto di una volontà autonoma per quanto possa costare questa autonomia e a qualsiasi conseguenza porti.
Il nodo filosofico dell’esistenza è, infatti, nella contrapposizione irriducibile tra ragione e volontà:
La ragione è una buona cosa, questo è indubbio, ma la ragione è solo ragione e soddisfa soltanto la facoltà raziocinante dell’uomo, mentre la volontà è manifestazione di tutta la vita, cioè di tutta la vita umana, sia con la ragione che con tutti i pruriti. E benché in questa manifestazione la nostra vita si riduca spesso a una porcheriola, tuttavia è vita, e non soltanto l’estrazione di una radice quadrata… Che cosa sa la ragione? La ragione sa solo quel che ha fatto in tempo a conoscere (altro, forse, non saprà mai; anche se non è consolante, perché nasconderlo?), mentre la natura umana agisce tutta intera, con tutto ciò che vi è in essa, in modo cosciente e inconscio, e magari mente, ma vive.
L’uomo può augurarsi di proposito, consapevolmente, anche qualcosa di dannoso, di stupido, perfino stupidissimo, e cioè per avere il diritto di augurarsi anche ciò che è stupidissimo e non essere vincolato all’obbligo di desiderare soltanto ciò che è intelligente. Infatti questa cosa stupidissima, questo capriccio, signori, in realtà può essere quel che di più vantaggioso c’è per noialtri sulla terra, soprattutto in certi casi. E in particolare può essere più vantaggioso di tutti i vantaggi perfino nel caso in cui vi porti un danno evidente e contraddica alle più sensate deduzioni della nostra ragione in materia di tornaconto, perché in ogni caso ci salvaguarda la cosa più importante e preziosa, cioè la nostra personalità e la nostra individualità.
Molto spesso dunque e, anzi, il più delle volte
la volontà è assolutamente e caparbiamente in disaccordo con la ragione.
La ragione, che è propria degli uomini d’azione, privilegia infatti
il benessere, la ricchezza, la libertà, la tranquillità, eccetera, eccetera.
Essa però deve fare i conti con una volontà che si sottrae sistematicamente al suo controllo e, come un doppio che alberga nell’uomo, scombina il calcolo razionale dei vantaggi, aggiungendone un altro che
non entra in nessuna classificazione, non trova posto in nessuna lista. Io, per esempio, ho un amico… Eh, signori! Ma lui è amico anche vostro; e del resto di chi, di chi mai non è amico! Preparandosi all’azione, questo signore vi esporrà subito, ampollosamente e chiaramente, come appunto deve agire secondo le leggi della ragione e della verità. Non basta: con emozione e trasporto vi parlerà dei veri, normali interessi umani; con sarcasmo rimprovererà i miopi sciocchi che non comprendono né il proprio tornaconto, né il vero significato della virtù; ed esattamente un quarto d’ora dopo, senza alcun pretesto improvviso, estraneo, ma proprio per qualcosa di interno, che è più forte di tutti i suoi interessi, suonerà tutt’altra musica, cioè andrà chiaramente contro ciò di cui ha parlato lui stesso: sia contro le leggi della ragione, sia contro il proprio tornaconto, bè, in una parola, contro tutto.
C’è dunque nell’uomo un’irrazionalità di fondo irrimediabile, significativa solo perché essa appare animata da un’incoercibile desiderio di libertà e d’individuazione, ma, proprio per ciò, destinata ad esprimersi secondo modalità che lo rendono imprevedibile e, al limite, cattivo. Tale irrazionalità è più spiccata negli uomini di pensiero, che sono più facilmente preda di quel desiderio.
La filosofia espressa da Dostoevskij per bocca dell’uomo del sottosuolo è una filosofia romantica, avversa al razionalismo e al positivismo, che sottolinea quanto c’è nella natura umana di contraddittorio, caotico e irriducibile a qualunque formula esplicativa, e privilegia gli aspetti emozionali e inconsci rispetto a quelli coscienti, assumendo come motivazione ultima dell’agire umano la volontà desiderante di essere a qualunque costo un individuo piuttosto che la pedina di un ingranaggio.
Non v’è da sorprendersi pertanto che Dostoevskij sia stato profondamente apprezzato dall’uomo del sottosuolo per eccellenza – Nietzsche – che egli ha quasi anticipato scrivendo:
Io, per esempio, non mi stupirò affatto, se a un tratto, di punto in bianco, in mezzo alla futura razionalità universale salterà fuori un qualche gentleman dalla fisionomia poco nobile o, per meglio dire, retrograda e beffarda, punterà le mani sui fianchi e dirà a tutti noi: «Ebbene, signori, che ne direste di dare un calcio e buttare all’aria tutta questa razionalità in un colpo solo, con l’unico scopo di mandare al diavolo tutti questi logaritmi e poter di nuovo vivere secondo la nostra stupida volontà?»

