0

1.

Come il bovarismo, anche l’oblomovismo è divenuto un termine di maniera. Esso definisce lessicalmente l’atteggiamento di apatica indolenza attribuito, da molti scrittori russi della seconda metà dell’Ottocento, alla piccola nobiltà del loro paese, e, per estensione, un modo di essere abulico e apatico. sostanzialmente patologico. La definizione banalizza una tipologia di personalità piuttosto complessa, che Goncarov ha descritto sullo sfondo del suo tempo, ma che, per alcuni aspetti, si può riprodurre in qualunque contesto storico.

A 33 anni, erede di una casata nobiliare decaduta, ma che gli ha lasciato un’ancora cospicua eredità, Il’ja Il’iè Oblomov giace nell’inerzia più totale, trascorrendo il giorno a letto immerso in sterili ruminazioni. Dall’inerzia lo scuote un amico di antica data, Stolz, che lo stima profondamente, ne apprezza le qualità morali e intellettuali e ricorda i comuni progetti giovanili idealistici. Per effetto della sollecitazione di Stolz, Oblomov torna a frequentare il mondo. Non è entusiasta di questa nuova vita, che gli sembra vacua e tediosa più della solitudine in cui era immerso, finché non incontra una giovane donna, Ol’ga, di cui si innamora perdutamente. La passione per Ol’ga sembra poter curare il suo mal di vivere. Per essere portata a conclusione con un matrimonio, essa richiede però che Oblomov si assuma delle responsabilità, a partire dalla cura della sua proprietà che rende sempre meno. Egli non ce la fa: la cura l’affida a due furfanti che, profittando della sua ingenuità, lo portano quasi sul lastrico. Il rapporto con Ol’ga ha termine. L’intervento dell’amico Stolz è risolutivo per assicurargli nuovamente una rendita adeguata a permettergli una vita senza affanni. Oblomov si affida totalmente ai suoi servi (Zachar e la moglie), e alla padrona di casa dell’appartamento che occupa, Agaf’ja Matveevna, vedova P_enicyna, una donna semplice che si innamora segretamente di lui. Essa lo cura, lo protegge, lo venera, senza chiedergli nulla in cambio. Lentamente Oblomov giunge a ricambiarla, la sposa, ha un figlio. Circondato dall’affetto di persone semplici, egli sembra trovare pace. Stolz e Ol’ga, che intanto si sono sposati realizzando tra loro un’unione perfetta, fanno un ultimo tentativo di sottrarre l’amico ad una vita che essi giudicano indegna delle sue qualità, proponendogli di andare a vivere accanto a loro. Oblomov rifiuta. Alla sua morte, il figlio va a vivere con Stolz e Ol’ga.

La trama, naturalmente, restituisce ben poco della tessitura complessa del romanzo, disseminato di intuizioni psicologiche di grande portata. Si tratta però di intuizioni ambigue. Per un verso, Oblomov sembra affetto da un impulso a regredire (nell’utero materno, direbbero gli analisti), che attesta il suo sostanziale infantilismo e l’incapacità di assumersi qualunque responsabilità adulta in rapporto alla vita; per un altro, il suo grande rifiuto sembra implicare una critica radicale del modo d’essere corrente nel suo mondo, vale a dire della normalità. Quest’ambiguità è uno dei motivi del successo del romanzo, che lascia aperta al lettore ogni possibile interpretazione.

La lettura del libro impone di chiedersi: primo, se la tipologia di Oblomov abbia un carattere universale, se essa cioè descriva uno dei possibili modi di essere dell’umano e non, come hanno affermato alcuni critici, l’espressione decadente e nihilista di una classe sociale – quella nobiliare – in un determinato contesto storico – quello della Russia zarista del XIX secolo; secondo se tale tipologia possa essere interpretata in termini psicodinamici. Per rispondere a queste domande, occorre entrare nelle pieghe del testo.

Pagine: 1 2 3 4 5

Lascia un commento

Gravatar Vuoi personalizzare il tuo Gravatar?
Vai su gravatar.com, iscriviti (ti sarà richiesto solo il tuo indirizzo e-mail) e carica la tua immagine avatar!