Aree di ricerca - Genetica e introversione (1)

Genetica e introversione (1)

3.

Occorre ora chiedersi che c’entra questo discorso con l’uomo, che non è un animale addomesticato, e con gli introversi in particolare.
C’entra perché l’uomo è per eccellenza un animale neotenico. Viene al mondo drammaticamente prematuro, esibisce un comportamento da cucciolo per svariati anni e conserva, anche in età adulta, alcune caratteristiche fisiche embrionali: la testa grande rispetto al corpo, il corpo glabro, la pelle sottile e delicata, le ossa fragili, i denti piccoli, ecc.
La neotenia concerne tutti gli individui appartenenti alla specie umana. Oltre che neotenico, però, l’uomo è anche un animale pedomorfico, vale a dire infantile. Si tratta, ovviamente, di un infantilismo differenziale. Il ritardo nella maturazione riguarda per esempio la crescita del cervello, ma non la sessualità.
Il confronto con le scimmie chiarisce quest’aspetto. Cito da Desmond Morris (La scimmia nuda):

Prima della nascita, il cervello del feto della scimmia aumenta rapidamente in dimensioni e in complessità. Quando l’animale nasce, il cervello ha già raggiunto il settanta per cento delle sue dimensioni definitive di adulto. Il rimanente trenta per cento della crescita viene completato rapidamente durante i primi sei mesi di vita… Nella nostra specie, invece, alla nascita il cervello è solo il 23% delle sue dimensioni adulte. Per altri sei anni dopo la nascita continua una crescita rapida e l’intero processo di accrescimento non è completo sino al ventitreesimo anno di vita. [Nell'uomo, dunque], la crescita del cervello continua per circa dieci anni dopo che abbiamo raggiunto la maturità sessuale, mentre per lo scimpanzè termina sei o sette anni prima che l’animale diventi attivo dal punto di vista della riproduzione.

A questo punto bisogna introdurre un altro dato piuttosto sorprendente. L’ominazione è stata caratterizzata da una crescita costante del volume del cervello. È errato però pensare che tale crescita abbia raggiunto il massimo con l’homo sapiens sapiens. La documentazione fossile attesta che, cinquantamila anni fa, il cervello umano aveva un volume medio di oltre 1500 cc nei maschi e di oltre 1400 nelle femmine. Oggi tali valori si sono assestati intorno a 1200 e 1250.
La riduzione del volume cerebrale è un dato che caratterizza univocamente, negli animali non umani, un processo di addomesticamento, che, come accennato, determina un certo pedomorfismo. Che significato può avere tale dato in rapporto all’uomo?

Una prima ipotesi porterebbe a pensare che la cultura abbia prodotto un addomesticamento della nostra specie.
Qualcuno lo ha ipotizzato. Un antropologo ritiene che la domesticazione sia sopravvenuta quando gli esseri umani divennero sedentari e, non potendo più tollerare comportamenti antisociali, cominciarono a bandire, incarcerare o condannare a morte gli individui violenti. L’ipotesi implica che, prima degli insediamenti permanenti, l’umanità esibisse comportamenti particolarmente aggressivi, che sarebbero stati poi assoggettati ad una selezione culturale. Lo studio di comunità primitive, rimaste ferme al regime di caccia e raccolta, smentisce decisamente questo assunto.
La crescita e la riduzione del volume cerebrale non sembrano dipendere dall’ambiente, ma da mutazioni che poi vengono selezionate. Se l’evoluzione ha selezionato individui con un volume cerebrale più ridotto, ciò significa che il pedomorfismo implicito nella riduzione del volume cerebrale è risultato vantaggioso. Posto che non è ammissibile l’ipotesi di un’aggressività congenita, che il pedomorfismo avrebbe valso ad ammortizzare, il vantaggio può essere ricondotto solo – se mi si consente il gioco di parole – ad una umanizzazione dell’uomo, vale a dire all’agganciamento delle strutture cognitive ad un’emozionalità pedomorfa.

In quest’ottica, l’introversione rappresenterebbe il modo di essere nel quale tale aggancio funziona in maniera più vincolante. Questo spiegherebbe sia l’aspetto fisico più giovanile rispetto all’età sia una tendenziale ingenuità emotiva, che, in sé e per sé, comporta un’apertura fiduciosa al mondo sociale.
Che l’emozionalità introversa conservi caratteristiche pedomorfe, praticamente da cucciolo, potrebbe essere interpretato immediatamente come la conferma dei molteplici disadattamenti che essa spesso produce. Tale conclusione sarebbe però errata.
Primo, perché l’emozionalità umana si è notevolmente dilatata rispetto a quella di qualsivoglia animale, per cui il pedomorfismo potrebbe coincidere anche con un aumento del potenziale creativo, che trova, per l’appunto, le sue radici nell’emozionalità inconscia.
Secondo, perché essa si è arricchita di una qualità che, forse, non è del tutto assente in altri mammiferi (per esempio il cane), ma che nell’uomo assume un valore primario. Tale qualità è l’empatia, la capacità di mettersi nei panni degli altri, di cogliere intuitivamente ciò che passa nella loro mente e di ricostruire il loro modo di essere interiore. L’empatia permetterebbe di comprendere la naturale moralità degli introversi, la loro tendenza a non danneggiare e a non fare male agli altri.
Terzo, perché l’aggancio delle strutture emozionali a quelle cognitive comporta un’interazione complessa tra le stesse tale che l’emozionalità qualifica e significa la cognizione, mentre questa illumina e canalizza l’emozionalità. Questa interazione spiegherebbe la precoce maturità intellettiva che raggiungono gli introversi e che spesso si dispiega nel corso della vita sotto forma di più o meno perpetua problematizzazione.

Se questo è vero, sullo sfondo di un pedomorfismo neotenico che caratterizza tutta la specie umana, l’introversione rappresenterebbe un’accentuazione di tale orientamento, l’espressione di un corredo genetico che sembra rivolto, per così dire, ad ingentilire l’emozionalità, vincolandola all’empatia e ostacolando il pericolo che la razionalità produca un tragitto inverso rispetto a quello imboccato dall’evoluzione.
Ciò non significa, ovviamente, né che gli introversi abbiano un’emozionalità infantile né che la loro razionalità sia sovrastata dalle emozioni. Essi sono i testimoni inconsapevoli di un orientamento evolutivo della specie umana nella direzione di E. T. (eccezion fatta per la rugosità del volto). Cuccioli emotivi, come tutti gli esseri umani, essi sembrano opporre una naturale resistenza ad un’evoluzione culturale che sovrappone a tale dato una fredda razionalità strumentale.

Com’è attestato dalla Cultura, l’uso delle potenzialità intellettive introverse, sulla base del pedomorfismo neotenico, può giungere laddove la fredda razionalità non giungerà mai.

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