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Dovremo arrenderci, finché le cose non cambieranno, a tenere sul sito un necrologio degli introversi che non ce la fanno a sopportare la persecuzione sociale. Negli ultimi tempi, la lista sta crescendo in maniera preoccupante.
Quasimodo di Ragusa ha un record singolare. Nel 1997, un ragazzino di dodici anni si toglie la vita: lo prendono in giro perché figlio di contadini (ha “odore di campagna”, dicono). L’8 febbraio 2005 si uccide Marco – figlio di un italiano e di una donna orientale – che non sopporta più di essere chiamato “il cinese”. Il 15 aprile dello stesso anno si sopprime Damiano, che a 13 anni è oggetto di nomignoli e parole sconvenienti per via della sua altezza.
Casi del genere si registrano, però, anche altrove. Nell’agosto 2006 un giovane ventenne, che risiede vicino Reggio Emilia, si getta da un dirupo, dopo aver mandato un sms alla madre. Un gruppo di coetanei è stato iscritto nel registro degli indagati per episodi di “nonnismo”. L’anno scorso, il 30 settembre, Isabella, diciassettenne, a San Vito di Cadore, non reggendo più gli apprezzamenti pesanti dei suoi coetanei, si butta da un ponte dopo una cena in pizzeria. I quattro amici con cui è uscita sono indagati per istigazione al suicidio.
C’è un dato in comune tra queste vicende. In tutti i casi, infatti, si tratta di giovani molto bravi a scuola, presi di mira per una qualche diversità, insultati, emarginati e umiliati, vittime di una vera e propria persecuzione, costretti a vivere una quotidianità di vessazioni e umiliazioni che sopportano fino alla tragica conclusione.
L’ultima vittima è un ragazzo di sedici anni, M., che frequentava con eccellenti risultati un grande istituto tecnico torinese. Silenzioso e introverso, M. è stato perseguitato dai compagni di classe fino al punto di decidere, il 4 marzo di quest’anno, di farla finita lanciandosi dal quarto piano del palazzo ove abitava. Prima di suicidarsi, ha scritto una lettera nella quale ha esposto i motivi della sua decisione, chiedendo perdono ai suoi e concludendo: “Non ce la faccio più”.
M. era il secondo di tre figli di una coppia formata da un agricoltore italiano e da una donna filippina, venuta in Italia venti anni fa. La madre dichiara: «Perché me lo hanno trattato così? Lui era un essere umano, una persona normale, come tutte le altre. Era buono e gentile. Perché prenderlo in giro con le parolacce, perché dargli del gay quando era chiaro che soffriva e piangeva?». «I problemi sono cominciati più di un anno fa, in prima superiore. Mio figlio era dolce, sensibile, non alzava mai la voce, non partecipava a certi giochi e non litigava con nessuno. I compagni l’hanno preso di mira, ce l’avevano con Jonathan, quello del Grande Fratello. Era un modo per dirgli che era gay, poi aggiungevano altre cose… ».
La donna ha tentato di tutelare il figlio e di aiutarlo. Un anno fa aveva fatto presente la situazione alla vicepreside dell’istituto, che era anche insegnante di M. Quest’ultima conferma: «La signora ci ha parlato di questi problemi già nell’inverno dell’anno scolastico 2005-2006. Ha avuto un lungo colloquio con noi, al quale sono seguiti rimproveri da parte nostra ai compagni che avevano schernito M.». In seguito all’intervento, la persecuzione si era allentata: «Da quel momento – sostiene la vicepreside -, per noi non c’è stato più alcun segnale di disagio né da parte del ragazzo né della famiglia». In realtà, con l’inizio dell’anno la persecuzione era ripresa. M. ne parlava con la madre che gli dava buoni consigli: “M., stai tranquillo, non hai nessun problema, fai amicizia con i compagni, esci…”. M., invece, dopo la scuola tornava subito a casa, giocava al computer o ascoltava i suoi cd.
Afferma la vicepreside: «Purtroppo a questa età, succede spesso che la sensibilità di un ragazzo non sia compresa dagli altri, ma non c’era alcun bullismo né l’intenzione di far male, solo degli sciocchi scherzi involontariamente crudeli.» E aggiunge: «M. andava bene a scuola, aveva 7 e 8 in tutte le materie e 10 in condotta. Pensandoci oggi, la sua sensibilità poteva anche nascondere una grande fragilità, ma qui a scuola si traduceva soprattutto in studio e rispetto delle regole.»
Al funerale i compagni di M. hanno esposto un cartellone sul quale si leggeva: «Forse adesso raggiungerai quel mondo diverso che non trovavi mai. Solo che non doveva andare così… »

