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Hélène Grimaud

Variazioni selvagge

Bollati Boringhieri, Torino 2005

Concertista precoce, giunta al successo già nella tarda adolescenza, Hélène Grimaud a 35 anni ha scritto un’autobiografia interiore – Variazioni selvagge – di grande valore letterario, ma soprattutto di grande significato psicologico.

La storia di Hélène è quella tipica di un soggetto introverso oppositivo il cui potenziale di individuazione dà luogo a più momenti di disadattamento al mondo finché non trova i canali giusti per esprimersi, realizzando, infine, una straordinaria armonia.

Nel Vademecum sull’introversione, ho scritto che gli introversi hanno un bisogno di autorealizzazione la cui soglia minimale è spostata più o meno in alto al di sopra della media. Naturalmente, più la soglia è elevata più il soggetto deve impegnarsi nella ricerca della sua strada, correndo anche il rischio di perdersi. La biografia interiore di Hèlène conferma questo assunto.

La storia si avvia sulla base di un atteggiamento costantemente oppositivo. L’infanzia di Hèlène si svolge all’insegna di qualificazioni provenienti dall’ambiente familiare univocamente negative:

- È incontentabile!

Mille volte, da piccola, ho sentito dire parole simili da chi mi guardava, accudiva, criticava e, ancor prima di capirne il senso, me ne ero fatta una famiglia, come con i peluche. Era la famiglia degli «in», cominciavano tutte per «in» e avevano tutte il potere di dipingere stupore e inquietudine sul volto di mia madre. Sola nella mia stanza, le ripetevo, scandivo attentamente quel che ricordavo delle loro sillabe, ne disegnavo l’albero genealogico.

La capostipite… era «intrattabile»…

Di solito, dopo intrattabile veniva in-soddisfatta. Poi in-gestibi-le, o im-possibile. In-disciplinata, in-saziabile, in-subordinata. Inadattabile. Im-prevedibile.
p. 9

La famiglia è di ceto medio-alto borghese, culturalmente raffinata, ma con un orientamento normativo che solo lentamente darà luogo all’accettazione della diversità di Hélène. Per un lungo periodo, il rapporto più difficile è con la madre:

Detestavo farla preoccupare. Accigliandosi, solcava di rughe la radice del naso, e questo mi stringeva il cuore. Provavo un orrendo senso di colpa, mi sentivo cattiva. Eppure la cattiveria non mi apparteneva, non era quella la mia essenza. D’accordo, scaraventavo le bambole contro il muro, e con loro distruggevo lo slancio affettuoso di chi me le aveva donate, ma non ero io a farlo, c’era qualcosa in me che voleva uscire, esprimersi, evadere.
p. 11

L’orientamento disadattivo si manifesta anche a livello di socializzazione scolare:

Non somigliavo per niente agli altri bambini. Non avevo compagni di giochi, né a scuola – per me nient’altro che una sofferenza – né nelle attività extrascolastiche.
p. 10

A scuola, Hélène scopre anche la insensibilità media dei bambini:

Cattiva? I bambini Io sono, talvolta. Se chiudevo gli occhi, potevo figurarmi la cattiveria: le loro risa, i colpi furtivi assestati a un capro espiatorio durante le ricreazioni, i calci ai fianchi di un cane malato. Come spiegarle la mia avversione per gli altri, per quel loro modo di far combriccola e poi prendere di mira e colpire il più debole? Li trovavo penosi, e mi sentivo assolutamente diversa da loro. E lo ero, non è così?
p. 11

Lo era di certo. Insofferente di ogni convenzione:

Non che mi sentissi un maschio: ero una bambina, ma mi disgustava che con il pretesto del mio sesso ci si aspettasse da me un atteggiamento consono, convenzionale e totalmente estraneo alla mia natura. Per fortuna, mia madre rispettava il mio carattere; non mi ha mai imposto gonne, camicette o vestitini ricamati.
p. 12

Bisognosa di un raccoglimento che le consentiva di osservare il mondo standone fuori:

Durante l’intervallo, per evitare gli altri, correvo a nascondermi nelle aule o nei corridoi, dietro i vestiti appesi agli attaccapanni di metallo. A volte, un sorvegliante mi trovava e mi rimandava in cortile. Lì avevo il mio posticino, l’angolo di un alto muro che mi proteggeva la schiena; immobile come una lucertola, osservavo tutto quello che accadeva, soprattutto dalle parti delle quinte.
p. 12

Insopportabile quando era costretta ad interagire con gli altri:

Neanche in aula riuscivo a riconciliarmi con il mio ambiente. Maestri e professori non riuscivano a tenermi a bada. Non ero una cattiva allieva, ma intervenivo di continuo, o mi mettevo a fantasticare quando si doveva stare attenti; facevo domande fuori luogo, straripavo come un torrente. Disturbavo la classe. E mi dispiaceva. Non riuscivo a sentirmi del tutto innocente delle critiche che mi piovevano addosso. Il senso di colpa mi rodeva, e per molto tempo, la notte, sentii nei sogni l’urlo del mistral spingermi giù dall’enorme scalinata della scuola, che nel mio incubo si ergeva senza ringhiera, senza appigli: vertiginosamente cadevo, m’inabissavo.
p. 13

Al disagio legato all’interazione sociale corrisponde una sensibilità vivace per la Natura e la Cultura:

… un luogo in cui non provavo alcun senso di estraneità c’era. Era la Camargue, ed era magica…

Se ovunque avevo l’impressione d’essere una nota stonata, là, invece, mi sentivo parte di una grande armonia. Negli stagni, negli specchi d’acqua sconfinati, si sentiva la forza del Rodano, s’intuiva che poteva diventare un toro, ondate come cornate. Lì non c’era più il sole delle api e delle mimose da giardino, ma l’implacabile bagliore del mezzogiorno ai quattro punti cardinali. I fenicotteri rosa, i cavalli selvaggi, smuovevano il penetrante profumo del sale e della terra. La libertà con cui, d’improvviso, gli uni prendevano il volo e gli altri partivano al galoppo scuotendo la criniera, mi rinvigoriva. La Camargue era più di un paesaggio: la fugace avvisaglia, l’intuizione folgorante di un’armonia tra me e un avvenire. Là, per la prima volta, ebbi il presagio di grandi cose, il presagio di un destino.
pp. 16-17

Non avevo veri amici, né fratelli o sorelle, e non me ne lamentavo. I miei genitori mi davano il nutrimento necessario alla mia immaginazione. Anzitutto i libri, soprattutto i libri.

Mi gettavo su di loro non appena tornavo da scuola, cartella sotto la scrivania e spalle adagiate al cuscino. Avevo i miei favoriti e le mie liste d’attesa. Li convocavo nel parlatorio. Ne cominciavo anche due alla volta: l’uno da sfogliare come una margherita, pagina dopo pagina, o da assaporare come un pasticcino, e l’altro da divorare senza perder tempo, golosamente e senza la minima disaffezione. Quella passione mi portava, come su una nuvola, dalla pagina su cui avevo fatto un segno il giorno prima al ritorno da scuola il giorno dopo. L’amicizia dei personaggi mi proteggeva dalla vacuità delle ricreazioni e dalla noia delle lezioni.
p. 19

L’infanzia di Hélène si svolge in un clima familiare tutt’altro che negativo, ma, come capita spesso agli introversi, la sua esperienza complessivamente non è serena:

è strano, quando mi chiedono se sono stata una bambina felice rispondo istintivamente di sì; ma, se ci penso bene, se m’immergo nel ricordo di ciò che ero, la risposta è no, decisamente no. A essere obiettivi, avevo tutto per essere felice, eppure soffocavo (non sempre, non per tutto il tempo). Semplicemente, ero consapevole del mio involucro ingombrante, di quell’io che mi limitava e al quale tante volte avrei voluto sfuggire.)

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