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Le citazioni sono tratte dalle Opere pubblicate nella Piccola Biblioteca Adelphi, Milano 1977.

È difficile arrivare a sapere chi io sia; aspettiamo un centinaio d’anni: forse verrà uno psicologo geniale, che porterà alla luce, coi suoi scavi, Friedrich Nietzsche. (Lettera a Heinrich von Stein)

Odio coloro che mi tolgono la solitudine senza farmi compagnia.

Conosco la mia sorte. Un giorno sarà legato al mio nome il ricordo di qualcosa di enorme – una crisi quale mai si era vista sulla terra, la più profonda collisione di coscienze, una decisione evocata contro tutto ciò che finora è stato creduto, preteso, consacrato. Io non sono un uomo, sono dinamite.
Ecce homo, p.127

Quanto più uno psicologo – uno psicologo e un divinatore di anime costituzionalmente e inevitabilmente tale – si rivolge ai casi e agli uomini più fuori del comune, tanto maggiore diventa il suo pericolo di rimanere soffocato dalla pietà: costui ha bisogno di durezza e di giocondità, più di qualsiasi altro uomo. Il pervertimento, il crollo degli uomini superiori, delle anime d’indole più ignota, è infatti la regola: è terribile avere sempre sotto gli occhi una siffatta regola.
Al di là del bene e del male, p. 191

L’enigma di Nietzsche, evocato dalla prima citazione, si dissolve in virtù delle altre tre. Se esiste, l’enigma riguarda il suo pensiero, che è una nebulosa, nella quale ciascuno, in rapporto agli strumenti di risoluzione di cui dispone, può focalizzare frammenti di verità infinitamente luminosi o, al contrario, buchi neri inquietanti (o repellenti). La personalità nietzschiana, invece, per quanto complessa, non è per nulla impenetrabile nel suo orientamento di base e nella sua struttura.

La seconda citazione, infatti, attesta inequivocabilmente che Nietzsche è un introverso di grado piuttosto elevato; la terza, nella quale risuona un versetto evangelico (”Non sono venuto a portare la pace, ma la spada”), specifica la prevalente componente oppositiva dell’introversione; la quarta, infine, esprime l’oscuro presagio di un destino catastrofico, che si è di fatto realizzato. Per capire la personalità di Nietzsche occorre solo mettere a fuoco la relazione dinamica tra questi diversi aspetti. È supefluo aggiungere che questa relazione non spiega il pensiero nietzschiano. Tutt’al più aiuta ad illuminarne le matrici psicologiche che, però, sono importanti per comprendere una drammatica parabola esistenziale.

Friedrich Wilhelm Nietzsche nasce nel 1844, primogenito di un pastore protestante e della figlia di un pastore (Franziska Oehler). Dopo avere messo al mondo altri due figli, il padre muore nel 1849. L’anno successivo muore anche il fratellino. La giovane vedova si trasferisce a Naumburg con la suocera e due cognate. Nietzsche vive in un ambiente pio, circondato da figure femminili. Nella biografia, la sorella, attraverso la testimonianza della madre, rievoca un bambino tranquillo, maturo, un po’ chiuso, tendenzialmente scrupoloso e fedele ai precetti religiosi.

L’introversione di Nietzsche è comprovata inequivocabilmente dagli scritti autobiografici. A quattordici anni egli scrive:

Alla mia giovane età avevo già sperimentato molto dolore e tanti affanni, e non ero vivace e sfrenato come sono di solito i ragazzi. I miei compagni solevano canzonarmi per questa mia gravità. Ma ciò non accade solo alla scuola elementare, no, anche in seguito, all’istituto e perfino al liceo. Fin da bambino io ricercavo la solitudine, e mi ritrovavo meglio là dove potevo abbandonarmi indisturbato a me stesso.
La mia vita, p. 15

Al di là della perdita del padre, rievocata più volte come traumatica, c’è da chiedersi quali siano gli affanni cui fa riferimento Nietzsche. Non essendo noti eventi oggettivi, si può pensare che egli abbia avuto una percezione precoce della sua diversità e d’un’esperienza interiore già ricca di inquietudini e non facilmente condivisibile. Il rapporto con i coetanei non ha fatto altro, presumibilmente, che esasperare tale percezione. È difficile, in difetto di documenti, valutare l’impatto che può avere avuto nell’anima di Nietzsche il sentirsi preso in giro dai coetanei. Non si va lontano dal vero ipotizzando che il suo disprezzo per i “normali” riconosca in questa precoce e sofferta esperienza una delle sue matrici.

L’abbandono a se stesso cui fa riferimento Nietzsche concerne la natura, con la quale stabilisce un legame intimo destinato a durare per sempre, e soprattutto la religione. Educato ad un Cristianesimo rigoroso e puritano, l’adolescenza, come accade spesso agli introversi, schiude davanti a Nietzsche la prospettiva dell’infinito, che lo cattura fin quasi a livello mistico. A quindici anni, scrive:

Io contemplo sempre in spirito l’infinito Tutto; quant’è mirabile e sublime la terra, quant’è grande, tanto che nessun uomo può conoscerla per intero; ma che cosa provo quando vedo le innumerevoli stelle e il sole, e chi mi garantisce che questa immensa volta celeste con tutte le sue costellazioni non sia che una piccola parte dell’universo, e dove ha fine quest’universo? E noi, uomini miserevoli, vogliamo comprendere il creatore, noi che non riusciamo neppure a concepire le sue opere!
La mia vita, p. 56

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