Workshop sulle emozioni
30 agosto – 1 settembre 2007, Caprarola (VT)
Relazione della dott.ssa Alessandra Bonessi
Quando si parla di nutrimento si pensa immediatamente al cibo: la qualità degli alimenti con cui ci nutriamo, la loro provenienza, il loro essere più o meno biologici, la maniera in cui mangiamo: troppo veloci, troppo lenti, troppo poco, troppo. La chimica della digestione influenza grandemente la nostra vita emozionale (e viceversa). Una cosa è oramai assodata: abbiamo, nella nostra civiltà del “benessere”, perso il collegamento con la voce dell’intelligenza istintiva che sa già tutto sui bisogni interni dell’organismo: se cercare o astenersi da questo o quello; se mangiare di buon appetito o digiunare. Senza questo contatto, tutte le teorie sulle diete sono perfettamente inutili.
C’è un’altra fonte di nutrimento tuttavia per l’essere umano, parliamo di “nutrimento psichico”: il percepire le sollecitazioni del mondo esterno. Anche le nostre percezioni infatti passano attraverso una sorta di processo digestivo e di raffinazione, ma mentre il cibo solido viene raffinato quasi automaticamente fino alla sua trasformazione finale, la digestione di ciò che percepiamo dipende largamente dalla nostra selezione, dalla nostra attenzione, dalla nostra comprensione dei dati che formano l’evento. Nel caso delle percezioni, oserei dire, dipende interamente dal grado di consapevolezza di colui che le riceve. E con l’aumento della consapevolezza, le percezioni possono essere “raffinate” fino al punto di modificare migliorando ancora di più, come in un circolo virtuoso, le nostre emozioni e i nostri pensieri, che sono per utilizzare una terminologia “culinaria”, fra di loro impastati.
L’altro giorno mi sono trovata a leggere sul giornale l’ennesimo fatto di cronaca: un delitto efferato, descritto dal giornalista di turno con dovizia di particolari scabrosissimi. Chiuso il giornale, mi sono dedicata come niente fosse alle mie attività quotidiane, quando ad un certo punto, inspiegabilmente, ho cominciato a non sentirmi bene: ero agitata, non riuscivo a concentrarmi bene su quello che facevo, in alcuni momenti mi sentivo prossima al pianto. Non capivo: non era successo niente quella mattina, la mia giornata stava scorrendo tranquilla come tutte le altre, cosa mi stava succedendo? Mi ci è voluto del tempo per risalire alla causa di quel malessere: era stata la lettura di quell’articolo di giornale.
Come mai non è stato per me così ovvio fare un collegamento immediato? Perché oramai, bombardati continuamente con un’ossessione mediatica straordinaria di storie del genere, le andiamo automaticamente a ricercare, non accontentandoci più di sapere cosa è successo, prendendone atto, ma preda di un’insana bulimia, ascoltiamo cinque telegiornali al giorno, leggiamo articoli sempre più aberranti, nutrendoci così delle manifestazioni peggiori dell’umanità.
Come possiamo poi pretendere che il nostro mondo emozionale si attesti su un registro di fiducia, di serenità? Selezioniamo o no le impressioni che ci arrivano dal mondo esterno o ingurgitiamo, come in un’enorme fast-food, tutto ciò che la società ci propina? Attenzione, non sto parlando di fare lo struzzo e di far finta che il mondo non sia pieno di atrocità. Sto parlando di abbandonare quell’inutile morbosità, quella ricerca compulsiva dell’”emozione forte” che oramai ricerchiamo sulle riviste, in televisione, al cinema. Se veramente qualcosa ci indigna, non è certo nutrendoci di ciò che il mondo sarà migliore. Se abbiamo il desiderio di cambiare qualcosa possiamo decidere, nel nostro piccolo, di agire. Come? Con un fare orientato, perseguendo un obiettivo, anche minimo ma concreto, che possa essere di utilità contemporaneamente a me e a chi ho deciso di portare aiuto.
Come comportarci, tuttavia, quando non è in nostro potere selezionare le percezioni che ci raggiungono, quando non si tratta di spegnere la televisione, di chiudere un giornale, insomma quando non è in nostro potere scegliere? Ad esempio quando siamo costretti, magari per lavoro, ad interagire con persone che ci irritano o a frequentare ambienti per noi “indigesti”? Nel linguaggio comune si usa dire “quella persona mi sta proprio sullo stomaco” oppure “quella cosa lì non l’ho proprio digerita”. Qualcosa possiamo fare, ed è prendere distanza. Che si intende per prendere distanza? Non certo allontanarsi o fuggire dalla situazione (abbiamo detto che in molti casi non ci è possibile), ma mettere una distanza tra la sollecitazione e la risposta, ossia mettere un tempo prima della nostra reazione e in quel tempo operare una “magia”, la magia della trasformazione: la digestione, la raffinazione dell’alimento prima indigesto.
Come, con quale elemento in più rispetto a prima? Un atto volontario di consapevolezza: la riflessione, la riflessione attiva. Farci delle domande, prima di tutto su me stesso: perché quel cibo – ossia le manifestazioni dell’altro – mi rimane così indigesto? In precedenza questo tipo di “alimento” mi ha già fatto stare male? Qual è il mio bisogno, magari nascosto dietro una rabbia infinita?
E poi domande sull’altro: Cosa ha proiettato lui/lei su di me, quali aspettative? Chi è veramente, qual è il bisogno che esprime? Quale può essere stata la sua storia per averlo portato a comportarsi così?
Calmiamoci, prendiamo del tempo. Questo tempo non è un tempo che ci rallenterà, ma un tempo che ci velocizzerà. Perché ci velocizzerà? Perché prima di tutto non entreremo in dinamiche di conflitti lunghi ed estenuanti. Osserviamo l’umanità di cui naturalmente facciamo parte: tutti corrono, tutti reagiscono: sollecitazione-risposta, sollecitazione- risposta… E tutto è in realtà fermo, tutto uguale: la storia, noi. Il tempo che impiegheremo per una riflessione attiva, rinunciando ad una risposta automatica pregna di un’emotività che non ci lascia spazio per sentire e vedere altro, ci permetterà invece di velocizzarci, di muoverci. In che direzione? Fuori dai pensieri circolari, fuori dalle recriminazioni, fuori da uno sterile orgoglio che non ha niente a che fare con la clemenza e la tolleranza che ogni essere umano deve a sé e al suo prossimo nella direzione di un cambiamento che, se lo desideriamo, può renderci un po’ più liberi, un po’ più consapevoli, un po’ più felici.

