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Queste riflessioni danno per scontata la lettura dell’articolo precedente (Introversione e disagio psichico). Esse valgono ad aggiornare il discorso su di un problema che, un giorno o l’altro, dovrà essere riconosciuto e affrontato dalle famiglie, dalla scuola e dalla società. Nell’immediato, la cosa più importante è che sopravvenga una presa di coscienza da parte dei diretti interessati. Tale presa di coscienza, finché rimarrà individuale, non inciderà in alcun modo nell’organizzazione pregiudiziale del mondo. Potrà però contribuire ad evitare che l’introverso inforchi egli stesso gli occhiali del pregiudizio nei propri confronti, sviluppi una rabbia infinità verso gli altri, la cui incomprensione e la cui insensibilità sono più spesso involontarie e imbocchi la via di una normalizzazione mimetica, che consegue di solito effetti mediocri, quando non addirittura patetici.

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Sostenere che nel nostro mondo gli introversi vivono peggio di quanto sia accaduto nel corso di tutta la storia dell’umanità è probabilmente eccessivo. Per convincersi di questo, basta pensare a quella che deve essere stata la loro sofferenza in tutte le società organizzate comunitaristicamente e fondate su di una perpetua interazione faccia a faccia, che non comportavano alcun riconoscimento della privacy né autorizzavano alcun raccoglimento privato. In situazioni del genere, presumibilmente, alcuni introversi riuscivano a mettere a frutto le loro qualità, spesso fuori dell’ordinario, assumendo il ruolo di stregoni, sciamani, oracoli, sacerdoti, poeti, artisti, filosofi. Alcuni, sprovvisti o inconsapevoli della loro creatività, si davano all’eremitaggio e al monachesimo. I più, quasi di sicuro, finivano però con l’essere ritenuti e con il sentirsi diversi, strani, bizzarri, e con il comportarsi di conseguenza fino al punto di essere etichettati come malati di mente.

Più volte ho considerato la possibilità d’interpretare in questi termini la misteriosa incidenza, costante nel tempo e nello spazio, della schizofrenia che, nelle sue espressioni più proprie, autistiche, non fa altro che accentuare alcuni tratti di carattere intrinseci all’introversione. Ancora oggi, del resto, gran parte dei soggetti diagnosticati schizofrenici appartengono di fatto allo spettro introverso. È difficile che questo sia un caso, anche se è pregiudiziale affermare che l’introversione rappresenta una predisposizione alla schizofrenia. Essa predispone ad un’interazione in qualche misura problematica con il mondo, i cui esiti dipendono però dal contesto ambientale e culturale.

Se non è lecito, dunque, sostenere che gli introversi non siano mai vissuti peggio di quanto vivono nel nostro mondo, non v’è alcun dubbio che essi, senza alcuna colpa, pagano, ancora oggi, prezzi psicologici rilevanti. Su dieci soggetti che, per i disturbi più diversi, entrano in terapia, i tratti dell’introversione e alcune tappe tipiche della carriera introversa sono ricostruibili in una percentuale estremamente significativa (6-7 su dieci). Perché ancora oggi accade questo è il problema che intendo affrontare. L’articolo sull’introversione fornisce molteplici spunti di riflessione a riguardo, ma forse è opportuno estrapolare quelli più significativi.

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