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L’articolo precedente – Genetica e introversione (1) – ha proposto l’ipotesi forse sorprendente, ma niente affatto azzardata per cui, posto che l’uomo è un animale per eccellenza neotenico, l’introversione rappresenterebbe uno spettro estremo del ritardo dello sviluppo il cui significato sarebbe quello di valorizzare al massimo grado il patrimonio emozionale, mantenendolo persistentemente vincolato ad una modalità originaria (da “cuccioli”).
L’ipotesi può risultare sgradevole solo a chi vi legge il riferimento ad un infantilismo emozionale. In realtà, essa comporta solo il mantenersi di una ricchezza, di una plasticità e di una creatività emozionale che sono tipiche del mondo delle emozioni allo stato nascente, e che di solito tendono ad appiattirsi in conseguenza dello sviluppo della personalità, laddove esso persegue come suo unico obbiettivo l’adattamento al mondo esterno.
Se questo è vero, la chiave esplicativa dell’introversione concernerebbe l’irriducibilità del patrimonio emozionale ad un processo di normalizzazione, presente in qualche misura in ogni società, che sollecita il soggetto ad aderire al senso comune e, in ultima analisi, alla formula secondo la quale il reale è razionale. Quel patrimonio, infatti, comporta l’intuizione che la realtà stessa si fonda su di una rete complessa di significati e che, al di là di essa, si dà un mondo possibile, un universo immaginario e simbolico.
Il discorso è a tal punto complesso che richiede di procedere con molta cautela.
C’è da chiedersi, infatti, anzitutto perché la genetica, anziché tentare di valutare il peso globale dell’emozionalità nell’organizzazione della personalità umana, insiste ad identificare nell’introversione non già un modo di essere che investe in toto il rapporto che il soggetto intrattiene con il mondo, bensì solo un tratto di carattere riconducibile all’attività di uno o più geni.
Trattandosi di un discorso specialistico, che investe il modo riduzionistico con il quale la genetica affronta il problema della personalità, esso richiederebbe un excursus piuttosto lungo e complesso. Preferisco aggirare lo scoglio fornendo, in appendice, alcune nozioni elementari sulla genetica (che successivamente tenterò di arricchire) e fornendo immediatamente un esempio di come essa attualmente procede. L’esempio è tratto da Il gene agile di Scott Ridley. Nel capitolo tre, l’autore affronta il problema dell’influenza dei geni sulla personalità in questi termini:
Che tipo di gene potrebbe causare una variazione della personalità? Un gene è un insieme di istruzioni per la sintesi di una molecola proteica. Pare impossibile saltare da questo esempio di semplicità digitale a qualcosa di complesso come la personalità; oggi tuttavia, per la prima volta, è possibile farlo. Stiamo scoprendo le alterazioni della sequenza genica che portano a modificazioni del carattere: il pagliaio sta svelando i suoi primi, pochi, aghi.
Prendiamo, per esempio, il gene di una proteina denominata «fattore neurotropico di derivazione cerebrale», o BDNF, localizzato sul cromosoma Il. Si tratta di un gene breve: un segmento di DNA lungo solo 1335 lettere, codificante (con un codice di quattro lettere) la ricetta completa per la sintesi di una proteina che agisce come una sorta di concime cerebrale, incoraggiando la crescita dei neuroni (e che probabilmente fa anche molte altre cose). Nella maggior parte degli animali, la centonovantaduesima lettera del gene è una G, ma in alcune persone è una A. Circa tre quarti dei genomi umani contengono la versione con la G, il quarto restante la versione con la A. Questa minuscola differenza, un’unica lettera in un lungo paragrafo di testo, determina la sintesi di una proteina leggermente differente – con una metionina al posto di una valina nella sessantaseiesima posizione. Poiché tutti gli esseri umani hanno due copie di ciascun gene, al mondo esistono tre tipi di persone: quelle che hanno entrambi i geni codificanti nella sessantaseiesima posizione la metionina, quelle che hanno entrambi i geni codificanti la valina, e quelli che hanno un gene codificante la metionina e l’altro codificante la valina. Se sottoponete un questionario sulla personalità a un gruppo di individui, e simultaneamente verificate la loro situazione genetica relativamente al BDNF, scoprirete un effetto impressionante. I soggetti met-met sono decisamente meno nevrotici dei met-val, i quali a loro volta lo sono molto meno dei val-vapo.
Depressione, timidezza, ansia e vulnerabilità sono massime nei val-val e minime nei met-met e queste sono quattro delle sei facce che costituiscono la dimensione del nevroticismo degli psicologi. Delle altre dodici facce della personalità, solo una (apertura di sentimenti) presenta una qualche associazione. Questo gene, in altre parole, influenza in modo specifico il nevroticismo.
Non lasciatevi trasportare troppo: questo dato rende conto solo di una piccola parte, forse un 4 per cento, della variazione interindividuale – e potrebbe anche dimostrarsi una peculiarità delle 257 famiglie di Tecumseh (Michigan), dove è stato eseguito lo studio. Non si tratta assolutamente del gene del nevroticismo. Tuttavia, almeno a Tecumseh, si tratta di un gene la cui variazione spiega alcune delle differenze di personalità riscontrabili fra due individui qualunque, e lo fa in un modo coerente con gli standard di cui ci serviamo per descrivere la personalità. E anche il primo gene a mostrare un’associazione così potente con la depressione, il che ci dà un barlume di speranza per uno dei disturbi più comuni e meno facilmente curabili dei nostri tempi.
La lezione che vorrei trarne non è che questo particolare gene si dimostrerà particolarmente significativo, ma che può insegnarci quanto sia facile effettuare il salto da un cambiamento ortografico nel DNA, a una reale differenza nella personalità. Non sono in grado (e come me, nessuno può farlo) nemmeno di cominciare a spiegare come o perché un cambiamento tanto piccolo possa dar luogo a una personalità diversa; il fatto che riesca a farlo, comunque, sembra quasi certo.
L’appello all’incredulità, tanto caro ad alcuni critici della genetica comportamentale – «i geni sono solo ricette per sintetizzare proteine, e non determinanti della personalità», proprio non convince. Una modifica nella ricetta di una proteina può effettivamente dar luogo a un cambiamento della personalità. Attualmente stanno emergendo anche altri geni candidati. (p. 134-136)
En passant, non è superfluo sottolineare che la ricerca cui fa riferimento Ridley, effettuata presso una residua comunità di Indiani d’America (i Tecumseh, appunto), è arrivata pochi anni fa sui giornali con il titolo: Scoperto il gene dell’introversione.
Ridley, per fortuna, è una persona seria. Attribuire ad un gene la depressione, la timidezza, la vulnerabilità e l’ansia significa tutt’al più che esso incide sul patrimonio emozionale, rendendolo più ricco e dunque squilibrato. Ma lo squilibrio dovuto ad un aumento del peso delle emozioni nell’organizzazione della personalità, come noto, è una medaglia a due facce: può incidere a livello di comportamento sociale e, allo stesso tempo, aumentare la capacità del soggetto di esplorare il mondo simbolico, immaginario, creativo.
La ricerca in realtà conferma solo quello che è ovvio: i geni influenzano lo sviluppo e l’organizzazione della personalità, naturalmente interagendo con l’ambiente.
In rapporto all’introversione, tale influenza si esercita, a mio avviso, mantenendo per alcuni aspetti il primato del mondo interno su quello esterno, vale a dire mantenendo viva un’emozionalità (associata alla fantasia, all’immaginario e alla creatività) che di solito viene sacrificata sull’altare dell’adattamento percettivo, cognitivo e culturale al mondo esterno.
In questo senso, l’introversione può essere definita una dimensione intrinsecamente disadattiva, nel senso che, rallentando la cattura che l’ambiente esterno esercita sull’apparato mentale umano, essa incide anche, in qualche misura, sull’adattamento ad esso. L’interferenza può essere ricondotta al fatto che le informazioni che provengono dall’esterno si imbattono in un filtro emozionale più potente rispetto alla media, e assumono dunque una qualità particolare, soggettiva.
Il concetto di filtro emozionale è di grande importanza, per quanto difficile da mettere a fuoco.
La coscienza vive solitamente sul registro di un ingenuo realismo, affacciata su un mondo esterno che viene percepito come oggettivo, stabile e coeso. L’immediatezza e la vivacità delle percezioni incrementano tale realismo inducendo la convinzione di una comunicazione diretta tra mondo esterno e mondo interno.
L’affermarsi del cognitivismo ha dato paradossalmente credito a tale convinzione, minimizzando il ruolo che le emozioni e l’inconscio svolgono nella “conoscenza” del mondo.
Solo di recente, si è preso atto che l’orientamento cognitivista è finito in un vicolo cieco e ci si è ricondotti ad una tradizione psicoanalitica che appare convalidata dalle ricerche neorobiologiche.
Ormai, dunque, con deboli sacche di resistenza ideologica, si riconosce che le informazioni che provengono dall’ambiente esterno attraverso i sensi sono qualificate emotivamente a livello delle strutture sottocorticali e sono valutate in nome delle memorie (esse stesse emotivamente connotate) prima di pervenire ai centri corticali sensoriali e alle aree associative.
La categorizzazione delle percezioni, messa in luce dal cognitivismo, non appare dunque prescindibile dalla valutazione emozionale che le investe ed avviene, per molti aspetti, a livello inconscio. Occorre ammettere, dunque, che il sistema delle emozioni funziona come un filtro del rapporto che il soggetto intrattiene con il mondo esterno.
È probabile che la chiave esplicativa dell’introversione sia da ricondurre ad una particolare potenza della funzione del filtro emozionale.
Naturalmente il termine filtro emozionale è una metafora. Se si volesse sostituirla, però, con una descrizione più propria, neurobiologica e psicologica, ci si troverebbe in difficoltà. Sono stati infatti individuati, nell’ambito di quello che un tempo si chiamava il sistema limbico, numerosi centri che sembrano coinvolti nella valutazione emotiva dei contenuti mentali consci e inconsci, ma il sistema delle emozioni, nella sua complessità e nella sua funzione, è ancora in parte poco noto. Sembra però del tutto vero che l’emozionalità rappresenta il “mare” su cui la coscienza galleggia e scorre, subendone l’influenza.
Non è poco importante aggiungere che il sistema delle emozioni non funziona solo filtrando le percezioni. Esso riceve di continuo informazioni che provengono dal mondo interno, dall’inconscio.

