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Nessuno può ragionevolmente dubitare che le due dimensioni fondamentali dell’apparato mentale siano da ricondurre al sentire e al pensare. Oggi quasi tutti concordano sul fatto che si tratta di due diverse modalità di rapportarsi al mondo, valutandolo e interpretandolo: dunque due modi di intelligere. Si può, però, sviluppare più in profondità la differenza tra questi modi?
Il pensiero, tranne che l’individuo non si impegni in un assiduo lavoro di riflessione, tende a canalizzarsi in maniera stereotipica poiché, in genere, esso è irretito dall’affacciamento del soggetto sul mondo esterno e dall’interazione con l’ambiente culturale, che lo sollecita verso il conformismo del senso comune. Nel corso della crescita, il pensiero assume sempre più una configurazione operativa, finalizzata all’adattamento del soggetto al mondo così com’è, nel quale egli deve inserirsi assumendo ruoli che sono codificati.
L’attività emozionale, invece, ha una qualità sua propria, una creatività intrinseca per cui lo stesso stimolo può essere qualificato e significato in una molteplicità di modi. Anche il sentire può essere canalizzato entro codici normativi, ma, a livello inconscio, tale normalizzazione non si realizza mai in misura rilevante. A questo livello, infatti, l’emozionalità, rispetto al pensiero, è fluida ed esuberante.
A differenza del pensiero, poi, che, almeno a livello cosciente, adotta una logica analitica e discreta, fondata sulla distinzione degli “oggetti” e sui significanti linguistici che consentono di denotarli, l’emozionalità, particolarmente a livello inconscio, adotta una logica sintetica e continua, che crea infiniti nessi significativi tra gli “oggetti”. Su quest’aspetto non ci si soffermerà mai abbastanza.

Attraverso l’attività percettiva e cognitiva l’uomo cerca di porre ordine nel caos, vale a dire di distinguere, categorizzare, concettualizzare, denotare linguisticamente gli “oggetti”. Dopo averli simbolizzati, il pensiero può anche manipolarli all’infinito, creativamente. Resta fermo il fatto che la sua funzione primaria è fondata sulla tendenza a differenziare cose, persone, eventi, ecc.
L’emozionalità, al contrario, sembra funzionare qualificando gli oggetti secondo modalità intuitive tali per cui tra essi si stabiliscono nessi profondi, significativi, simbolici. Essa sembra rivolta ad “impastare” il mondo facendo rientrare in vasti insiemi gli oggetti che condividono una stessa caratteristica.
La cognizione, insomma, tende a compartimentare il reale, rendendolo chiaro e distinto, mentre l’emozionalità tende a rispettarne se non addirittura ad accrescerne la complessità. L’emozionalità apre dunque la mente umana su di un universo potenzialmente infinito.
Che io sappia, l’unico autore che ha dedicato attenzione a quest’aspetto è stato lo psicanalista Ignaçio Matte Blanco (L’inconscio come insiemi infiniti, Einaudi, Torino 1981), al cui pensiero ho dedicato già un’introduzione in Nil Alienum.
Matte Blanco ha valorizzato il nesso tra emozioni e infinito, riconducendolo alla presenza a livello inconscio di due principi logici – il principio di generalizzazione e il principio di simmetria – il cui effetto congiunto è di generare insiemi infiniti nei quali la distinzione tra gli elementi si attenua progressivamente sino all’estremo di un insieme ultimo nel quale si dà una totale identificazione tra di essi, vale a dire una totalità indistinta.
Se è fuor di dubbio che l’emozionalità stabilisce nessi molteplici tra gli oggetti e le informazioni che trascendono la distinzione implicita nelle percezioni e nella cognizione, è altrettanto indubbio che l’attività mentale umana si organizza a partire dal principio dell’opposizione, al di là del quale si darebbe solo il caos.
Nel pensiero di Matte Blanco è implicita una dialettica dell’attività mentale che egli non riesce, però, a ricondurre ad alcun principio di ordine generale cha la giustifichi. L’apparato mentale di cui parla non sembra riconducibile ad una concezione evoluzionistica del cervello. Il principio di generalizzazione è facilmente spiegabile nell’ottica di tale concezione: esso, infatti, servirebbe a compensare la cattura che la percezione del mondo esterno esercita sul cervello. Il principio di simmetria, che, al limite estremo, secondo Matte Blanco, comporta un’indistinzione totale tra tutte le cose, l’intuizione, insomma, di una totalità indistinta, non rientrerebbe in alcun modo in quell’ottica.

Penso che ci sia una sola possibilità per risolvere il problema: ammettere l’esistenza di un’intuizione emozionale dell’infinito primaria, dovuta ad un incremento dell’attività intrinseca cerebrale che, ad un certo punto dell’evoluzione, produce, a partire dalla percezione emozionale dello spazio e del tempo come dimensioni illimitate, la creazione di un universo simbolico, possibile, immaginario la cui esplorazione ha prodotto e produce una rete indefinita di significati.
In quest’ottica è l’intuizione emozionale dell’infinito la matrice del pensiero e del linguaggio.

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