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Il Forum della LIDI è ormai ingombro di messaggi che rilevano, soprattutto a livello giovanile, la condizione di solitudine in cui vivono gli introversi. È un vissuto di cui non si può non tenere conto, perché, in qualche misura, esso si perpetua spesso anche nell’esperienza degli adulti.
Penso di aver scritto, qua e là, affrontando sia situazioni psicopatologiche specifiche (attacchi di panico, depressioni, ecc.) sia nodi teorici di ordine generale (dipendenza/indipendenza) già abbastanza su questo tema, e di aver riversato parecchie riflessioni a riguardo nella recensione del libro di Storr Solitudine: il ritorno a se stessi.
Occorre evidentemente insistere perché, intorno al vissuto di solitudine, si aggregano gran parte delle tematiche proprie dell’essere introversi nel nostro mondo.
Parto da una considerazione che si può ritenere ovvia, e che invece, a mio avviso, non lo è.
Tranne Freud e alcuni psicoanalisti che, ancora oggi, si riconducono alle sue ipotesi pessimistiche sulla natura umana, che non riconoscerebbe nel suo corredo alcun autentico bisogno di relazione sociale, tutti gli studiosi di antropologia (intesa in senso lato) sono d’accordo sul fatto che l’uomo è un animale sociale, destinato a vivere dall’inizio alla fine in una condizione d’interazione con i simili e animato dall’esigenza di essere riconosciuto dagli altri e di stabilire rapporti significativi con essi. Se si parte da questo presupposto, la solitudine come conseguenza di uno scarso o assente riconoscimento sociale e/o di una difficoltà persistente di stabilire legami significativi affettivi sembra immediatamente giustificare il senso di vuoto, di isolamento, di estraneità al mondo, di angoscia che pervadono l’esperienza di molti introversi.
Il problema, però, non è così semplice come potrebbe apparire.
Storr ha perfettamente ragione nel sostenere che l’evoluzione della personalità umana deve articolarsi sulla base di due obiettivi: la capacità di stare con gli altri e quella di stare con sé, da soli. Si tratta di obiettivi entrambi importanti per quanto nel nostro mondo il secondo, sia a livello formativo che soggettivo, viene sistematicamente misconosciuto.
Il motivo di questa “rimozione” è evidente. L’egemonia del modello normativo estrovertito dà un’estrema importanza all’acquisizione di moduli comportamentali che consentono di interagire con gli altri, con il mondo esterno nelle più varie circostanze e non ne dà alcuna all’acquisizione di strumenti che consentono di stabilire un rapporto significativo con se stessi, con il mondo interno.
Si può capire meglio questo aspetto se si tiene conto del modo in cui l’evoluzione della personalità viene oggi concepita, come passaggio da una condizione originaria di dipendenza radicale dai curanti ad una socializzazione che si avvia precocemente, attraverso l’istituzionalizzazione del bambino, e, in virtù del tragitto scolastico prima e dell’apertura poi, in epoca adolescenziale, ad una socialità spontanea, dà luogo, al termine dell’evoluzione, alla definizione di un io dotato di competenze sociali.
In quest’ottica, dunque, il passaggio va da una dipendenza radicale originaria, imposta dall’inadeguatezza psicologica del bambino, all’indipendenza dell’adulto, che si muove a proprio agio nel mondo sociale. Essa non comporta alcun riferimento al fatto che, per evitare che la socialità giovanile o adulta sia semplicemente un trasferimento di dipendenza dal gruppo familiare al mondo extrafamiliare, si richiede lo stabilirsi di una relazione significativa con se stessi.
È fuori di dubbio che questa relazione non potrebbe darsi in difetto di un’interazione con il mondo sociale. Posto però che tale interazione si dia, il definirsi di un mondo interiore autonomo è o dovrebbe essere caratterizzato dal fatto che il soggetto, stando da solo, può raccogliersi dentro di sé, riflettere sulla sua esperienza individuale, parlare con se stesso dandosi del tu, ecc. Questa modalità di relazione con sé, per quanto possa comportare anche valutazioni critiche o la presa di coscienza di contraddizioni da risolvere, dovrebbe realizzarsi in associazione ad un’emozione di intimità e di familiarità. È solo raccogliendosi dentro di sé che il soggetto può procedere verso un livello maggiore di autenticità, prendendo coscienza delle sue qualità, dei valori intrinseci alla sua esperienza, delle contraddizioni che richiedono di essere risolte e dei limiti che egli deve accettare in quanto non sormontabili.
Definire questa capacità di stare e di dialogare con sé come solipsistica è assurdo, poiché il raggiungimento di un rapporto di familiarità con il proprio mondo interiore (o con quello che si definisce il Sé) implica l’interiorizzazione di relazioni sociali significative che si mantengono sullo sfondo con il loro carico confermativo. Essa definisce il grado di autonomia che il soggetto ha raggiunto attraverso l’esperienza sociale, che lo pone in grado di prendere posizione su se stesso e sul mondo, di operare scelte significative, in accordo o in disaccordo con i codici normativi: in breve, di individuarsi (processo interminabile che, come noto, va ben al di là dell’acquisizione di uno statuto adulto di individuo, che implica solo l’adattamento al mondo così comìè e la capacità di agire convenientemente i ruoli sociali assegnati o scelti).

