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Per chi, come me, ha vissuto la stagione degli anni Settanta, caratterizzata da una tensione critica e convulsa univocamente orientata a contestare un processo di omologazione che sembrava inesorabile in conseguenza dell’avvento della società del “benessere” e del consumismo, ritrovarsi immerso nella realtà contemporanea è come un brutto sogno. Non solo, infatti, la più nobile “illusione” di quella stagione – il diritto dell’individuo di opporsi all’omologazione borghese per pervenire ad una esperienza autentica e realizzare la sua vocazione ad essere – è di fatto tramontata; essa è stata paradossalmente riciclata dal sistema sotto forma di un martellante richiamo all’essere se stessi: formula accattivante, che sembra recepire il bisogno di individuazione e sollecitare ogni soggetto a realizzare una personalità differenziata e originale.

Per non correre il rischio di fraintendimenti, occorre riflettere su questa formula partendo dalla situazione storica che l’ha generata.

La rivolta giovanile degli anni Settanta aveva un bersaglio univoco: il conformismo piccolo-borghese della generazione dei Padri, affermatosi a partire dal dopoguerra e vissuto da essi come un valore in quanto contrassegnava l’appartenenza al mondo del decoro, delle buone maniere, del rispetto delle tradizioni, del vivere come si deve: in breve, dei “Signori”.
Questo processo collettivo di imborghesimento aveva le sue ragioni di essere in quanto, per molti cittadini inurbati, si configurava come un salto di qualità rispetto alla miseria, all’ignoranza, alla vergogna delle origini “volgari”.
Quella che ai giovani appariva un’omologazione per molti padri era la fine della discriminazione in quanto poveri, miserabili, ignoranti, ecc. Essi non solo erano contenti di omologarsi, di giungere cioè ad appartenere alla classe dei “signori”, sia pure alla base della piramide sociale dell’universo borghese, ma identificavano nel conformarsi alle abitudini e agli stili di vita di quella classe il segno certo del riscatto.
Guardato con occhio critico (com’era quello di molti giovani all’epoca), questo processo di imborghesimento era patetico poiché sovrapponeva alla cultura popolare che, con i suoi limiti, aveva una sua schiettezza e una sua etica (quella rilevata da Pasolini), codici di comportamento formali simulati più che assimilati.

Il conflitto generazionale, analizzato a posteriori, può essere agevolmente ricondotto al contrasto tra omologazione o conformismo (essere come gli altri) e differenziazione o individuazione (essere se stessi). Quella che per i padri era una conquista per molti figli era una iattura.
Rievoco questo conflitto perché i suoi esiti si possono considerare paradossali. Di fatto, il conformismo ha avuto la meglio e il modello di vita borghese è divenuto dominante. Come era prevedibile, però, quel modello è andato incontro ad un singolare cambiamento omologabile al versare vino nuovo in una botte vecchia: il definirsi di un nuovo modello di conformismo mascherato, per l’appunto, dal richiamo ad essere se stessi.

Sarebbe lungo analizzare le ragioni profonde di questo cambiamento, che, ovviamente, è più apparente che reale. Si arriva prima a capirle con un esempio banale.
Tra le spinte del passato all’omologazione, l’essere dotati di un veicolo privato ha segnato un’epoca (ironicamente rappresentata da Fantozzi). Per molti anni, la 500, la 1100, la Consul hanno rappresentato per i padri l’oggetto del desiderio. Oggi, la macchina rimane un’ossessione collettiva, ma, anche a livello giovanile, nessuno sopporta di avere un veicolo banale. Non è un caso che la riedizione della 500 comporta una lista indefinita di opzioni e di accessori tale che il proprietario può giungere a sentire di avere un modello unico e irripetibile: una macchina, insomma, espressiva della sua personalità.
Essere se stessi, insomma, è divenuto un nuovo modello di omologazione più insidioso rispetto al precedente, che privilegiava l’essere come gli altri.

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