Dopo aver letto l’articolo intitolato La rivincita dei timidi, pubblicato su Il Giornale del 30 dicembre 2007, con l’intervista al Dott. Luigi Anepeta, mi sono deciso, previo contatto telefonico con il vostro presidente, a portare anch’io la mia testimonianza personale.
Non certo per mettermi in mostra ma per tentare di ragionare sul posizionamento, forse addirittura sul ruolo, dell’introverso nella (stranissima) società dei nostri tempi. Per “società” intendo prevalentemente quella italiana alla quale voglio bene e che, ne sono sicuro, ha in sé grossissime potenzialità, oltre ad un patrimonio culturale unico al mondo. Lo dico da straniero che però possiede anche la cittadinanza italiana.
Io sono nato nel lontanissimo 1936 nella serafica Svizzera, a Losanna, sul lago di Ginevra. I miei erano benestanti finché, nel 1948, mio padre, un estroverso un po’ ozioso, perse tutto. La bellissima villa dove abitavamo fu venduta. C’era un grandissimo giardino nel quale amavo rifugiarmi per “raccontarmi storie”, in cerca di solitudine, da buon timido introverso… Per mia madre, per me, fu un grandissimo choc. Ma il peggio venne circa dieci anni dopo, quando seppi che la bellissima villa, benché di recente costruzione e in ottimo stato, era stata rasa al suolo per far spazio a palazzi con alloggi. Da allora io, pur non avendo mai provato odio per nessuno, covo nel mio intimo un rancore infinito contro ogni forma di spreco e di spirito speculativo: non accetto che il guadagno, anziché dall’operosità, derivi dal semplice possesso di beni (capital gain).
Ecco, in stile telegrafico, una breve elencazione di alcuni fatti e circostanze che hanno segnato la mia infanzia e adolescenza.
A due/tre anni di età: Su richiesta di mia madre, un’anziana signora mi porta a fare una passeggiata. Ricordo ancora il luogo. Sul marciapiede di fronte passano alcuni ragazzini; “guarda, i bambini!”, dico io con gran voglia di avvicinarmi; “sono cattivi”, replica la donna. Che delusione! Però credo, senza ombra di dubbio, a quanto mi è stato detto.
Cinque anni e mezzo all’asilo: Ogni mattina c’era un’ora buona di disegno su fogli distribuiti in precedenza; un bel giorno li perdo tutti (non ricordo perché né come) ma non oso chiederne altri! Per giorni e giorni fingevo di disegnare, usando la scatola delle matite, con immenso senso di disagio. Fra i compagni di classe c’erano due gemellini, maschio e femmina, più piccoli di me, all’uscita mi rincorrevano urlando “adesso ti prendiamo e ti uccidiamo…” e io ci credevo. Poiché non parlavo mai con nessuno, la maestra d’asilo finì con il convocare mia madre e le disse “secondo me, suo figlio è ritardato…”. “Macché”, fu la risposta, “basta che lei gl’insegni qualche cosa di utile, i primi elementi di lettura ad esempio, vedrà che riuscirà a seguire…”. Così fu…
Alle elementari andavo benissimo, a 10 anni superai l’esame di ammissione al “collège” (inizio del ciclo secondario) ma poi le cose cambiarono; contrariamente ai miei compagni, quasi tutti figli di professionisti o comunque di gente che “aveva studiato” (mentre mio padre era privo di qualsiasi titolo), non riuscivo a capire il perché di un certo tipo d’insegnamento (latino, mitologia…); mi turbavano le storie degli dei che interferivano nella vita dei mortali; mi sembrava assurdo dover imparare parole non più attinenti alla nostra epoca (scutum, auriga…); ricordo un colloquio con un mio compagno, figlio di commercianti, che la pensava come me: “perché non c’insegnano parole pratiche, tipo panino”, si chiedeva (ne era un divoratore!). Nei primi tempi del collège, assolutamente non riuscivo a concentrarmi; risultato: per compiere i primi due anni, impiegai il doppio del tempo, 4 anni! due volte ripetente; provavo vergogna, mi sentivo in colpa. E ancora oggi, a distanza di quasi 60 anni, non riesco a ribaltare la responsabilità sugli insegnanti perché ricordo bene come ero: svogliato ma pienamente consapevole della mia pigrizia.
Il momento di peggior imbarazzo lo provai a scuola nel 1947, all’età di soli 10 anni, quando il professore decise che ogni allievo avrebbe dovuto parlare in classe, di fronte a tutti, di un argomento di suo interesse. “Come faccio”, pensai, “non ho proprio niente da dire… gli altri parleranno dei loro giochi, del trenino elettrico…” (non ce l’avevo, sono sempre stato estraneo al culto dell’oggetto). Mia madre, donna di spiccato buon senso, mi suggerì di parlare dell’acqua. L’acqua!? “Sì, tu spieghi a cosa serve, per i campi, per l’igiene, parla del vicino lago dove ti piace fare il bagno, ecc…” Evidentemente lei precedeva i tempi, allora non si parlava ancora di “oro blu”. Feci come mi diceva, alternative non ne avevo; i miei compagni mi ascoltarono un po’ sbalorditi dal tipo di scelta, ma non mi presero in giro.

