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Assemblea Ordinaria del 29.11.2008
Relazione del dott. Luigi Anepeta

1.

Sarebbe ingenuo non prendere atto che la LIDI sta incontrando delle difficoltà, com’è attestato dal numero degli iscritti che ormai ristagna da oltre un anno, da un certo affievolimento della partecipazione dei Soci alle iniziative e dalle difficoltà di accesso nelle scuole che, in ordine allo spirito dello Statuto, rimangono l’obiettivo primario dell’Associazione.

Le cause di tali difficoltà sono molteplici, ma penso che due siano le più importanti. Sul fronte interno, qualche entusiasmo iniziale si è affievolito, presumibilmente perché alcuni Soci hanno identificato nella LIDI una sorta di isola felice dove trovare la soluzione dei loro problemi identitari e relazionali. Sul fronte esterno, soprattutto in rapporto alle scuole, il problema, a mio avviso, è stato ed è riconducibile al fatto che il messaggio dell’Associazione si è confuso con quello di tante altre associazioni di psicologi e operatori sociali che offrono il loro aiuto ai ragazzi, alle famiglie e agli insegnanti.

Sia in rapporto ai Soci che ai soggetti esterni e alle istituzioni, la LIDI, di fatto, si propone lo scopo di aiutare gli introversi a migliorare la qualità della loro vita.
A questo fine la comprensione della specificità del modo di essere introverso è importante, come pure l’analisi dell’ambiente sociale e dei codici normativi che esso propone, poco compatibili con l’introversione.

Non mi stancherò mai di ripetere, però, che l’obiettivo a lungo termine della LIDI è una rivoluzione culturale. Il termine rivoluzione non è né retorico né roboante: si tratta, infatti, né più né meno, di restituire agli esseri umani la consapevolezza che la loro vicenda personale, con tutte le vicissitudini che la caratterizzano, appartiene alla storia di una specie sperimentale ancora sub-judice.

Che importanza può mai avere questo aspetto? A cosa può servire, se non ad angosciarsi, il prendere coscienza di essere fuscelli per un verso e cavie per un altro nel fluire del tempo? Cerco di rispondere.
L’essere vincolati e ingabbiati nella soggettività ci induce a dimenticare che la nostra esperienza è fortemente condizionata da due dimensioni che trascendono il piano dei vissuti: la dimensione biologica, per cui il cervello è frutto di un’evoluzione naturale e il corredo genetico individuale di una combinazione casuale, e quella storica, per cui la nostra minuscola vicenda, con tutti i trasalimenti che la caratterizzano, appartiene alla storia della specie umana e delle sue vicissitudini culturali.
Penso che la difficoltà di afferrare, comprendere e tenere conto di questi due aspetti – l’incidenza della biologia per un verso e della storicità dell’ambiente per un altro – permetta di spiegare gran parte del disagio che pervade il nostro mondo ed è sperimentato in particolare (ma non solo) dagli introversi. Questi, per vocazione, si interrogano di continuo sul proprio modo di essere e sullo stato di cose esistente nel mondo, così diverso e dissonante, ma non trovano altre risposte che non si riconducano all’essere nati con il piede sbagliato o in un mondo sbagliato.

Con questo articolo cercherò di dare un significato e una dignità storica a questo malessere, non trascurando anche il malessere che sottende la “normalità”.
Ovviamente semplificherò un po’ le cose. Ci sarà tempo per approfondirle.

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