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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; Luigi Anepeta</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
	<lastBuildDate>Sat, 29 May 2010 11:13:55 +0000</lastBuildDate>
	
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		<title>Introversione e Individuazione</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Apr 2010 07:57:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni e interventi]]></category>
		<category><![CDATA[appartenenza/integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[estroversione]]></category>
		<category><![CDATA[introversi]]></category>
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		<description><![CDATA[1.
È il momento di porsi un quesito fondamentale per il futuro della LIDI: perché i contenuti culturali che essa cerca di diffondere colpiscono gli introversi che ne vengono a conoscenza, ma non fa presa su di essi, vale a dire non induce un&#8217;adesione all&#8217;Associazione e una partecipazione attiva? 
Cercherò di rispondere a questo quesito senza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>È il momento di porsi un quesito fondamentale per il futuro della LIDI: perché i contenuti culturali che essa cerca di diffondere colpiscono gli introversi che ne vengono a conoscenza, ma non fa presa su di essi, vale a dire non induce un&#8217;adesione all&#8217;Associazione e una partecipazione attiva? </p>
<p>Cercherò di rispondere a questo quesito senza adornare il discorso di formule banali che si adottano comunemente per analizzare un &#8220;insuccesso”. Per un&#8217;Associazione fondata da quasi quattro anni, la cui sigla implica la pretesa di operare a livello nazionale, un numero di iscritti di poche decine  è, di fatto, tale, anche se appare piuttosto in contrasto sia con la vitalità del sito e del forum sia con il numero di copie di <a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/"><em>Timido, docile, ardente&#8230;</em></a> sinora vendute (circa 2000).</p>
<p>L&#8217;analisi critica deve partire proprio dal saggio e dalla sua struttura che, eccezion fatta per qualche vago consiglio rivolto ai genitori e agli insegnanti, non concede nulla alla moda, dilagante nei libri di psicologia e di varia umanità, di far seguire all&#8217;illustrazione di un problema le ricette per risolverlo. Questa &#8220;insufficienza&#8221;, che, peraltro, si riscontra in tutti i miei libri, e avrebbe bisogno di una lunga giustificazione che non è il caso di fornire qui, si ricava facilmente dalla reazione ambivalente che la sua lettura suscita nei più.</p>
<p>La presa di coscienza di essere introversi e la comprensione di ciò che significa questo particolare modo di essere, è di solito illuminante.</p>
<p>Dopo un entusiasmo iniziale per una scoperta che è un po&#8217; come un uovo di Colombo, gli introversi capiscono, in genere, di non essere &#8220;difettosi&#8221;, &#8220;anormali&#8221;, &#8220;malati&#8221;, ma questa consapevolezza, se migliora in qualche misura la percezione che hanno di sé, non incide sulla vita di relazione sociale, che rimane sottesa da un nodo di vissuti negativi e contraddittori (autosvalutazione, isolamento, invidia  e disprezzo nei confronti dei &#8220;normali&#8221;, rabbia per lo stato di cose esistente nel mondo, ecc.)</p>
<p>L&#8217;iniziale entusiasmo, insomma, dà luogo ad una delusione: di fatto, poco o nulla cambia dentro di sé e, a maggior ragione, nell&#8217;interazione quotidiana con il mondo.</p>
<p>Occorre, a questo riguardo, essere realisti. La nostra cultura è impregnata di pragmatismo. Non uso questo termine in senso negativo. Ritengo che gli esseri umani, sia a livello individuale che collettivo, non possano prescindere dal cercare soluzioni ai problemi in cui si imbattono, di qualunque ordine essi siano.</p>
<p>Non è sorprendente, dunque, che gli introversi, al di là del prendere coscienza di essere tali e di capire cosa questo di fatto significhi sul piano teorico &#8211; in breve, uno stato di disadattamento evolutivo funzionale a promuovere uno sviluppo differenziato e in qualche misura originale della personalità -, nutrano l’aspirazione a vivere meglio. Tale aspirazione, coincida essa con uno stato di malessere sommerso o di malessere franco (psicopatologico), si traduce comunemente in una richiesta univoca &#8211; come si fa a risolvere i problemi? &#8211; con la quale occorre fare i conti.</p>
<p>La mente umana non è un computer: la complessità straordinaria e la sua natura di sistema dinamico, sotteso da un mare di emozioni, di memorie e di contenuti di pensiero, rappresentano la sua grandezza e il suo limite per chi la amministra. Se fosse un computer, sarebbe possibile metterci dentro le mani, montare, smontare i pezzi, sostituirli, ecc. Al limite, un computer non riparabile si rottama e se ne compra un altro. Non essendolo, tutto ciò non è possibile: non lo è per i tecnici, ma neppure per gli amministratori della &#8220;macchina&#8221;. I malfunzionamenti vanno rimediati in mare aperto, mentre la barca continua ad andare.</p>
<p>Parecchi sanno il fascino che esercita su di me la navigazione a vela come metafora della vita. Andare su di una barca a vela, di quelle piccole, che sono più simbolicamente vicine all&#8217;esperienza individuale, significa accettare di avere un controllo minimale sui fattori che consentono ad essa di rimanere in rotta: significa, in breve, raccogliere una sfida con il caso, vale a dire con variabili (il vento, la corrente) del tutto indipendenti dalla volontà del timoniere. Non c&#8217;è nulla di più arduo, quando si naviga a vela, di dovere rimediare ad un guasto. Le manovre che a terra risulterebbero semplici diventano indefinitamente complicate, perché, se è possibile allentare le vele, essa non rimane mai del tutto ferma.</p>
<p>Fuori di metafora, il mare aperto nel quale navighiamo (mettendo da parte il porto familiare che, talora, non è affatto sicuro) è il mondo così com&#8217;è, dominato da un modello &#8211; quello estrovertito &#8211; che non facilita di certo la rotta degli introversi. Non la facilita, ma non la rende neppure impossibile. Perché allora, per molti di noi, è così difficile mantenere l&#8217;equilibrio e la rotta?</p>
<p>Penso che le difficoltà siano due: la prima è la non accettazione del proprio modo di essere in ciò che esso ha di inesorabilmente vincolante sotto il profilo genetico; la seconda è l&#8217;aspirazione latente, talora inconfessata, a raggiungere lo stato di apparente &#8220;benessere&#8221; di cui godono i &#8220;normali&#8221;.</p>
<p>Solo raramente, queste difficoltà sono esplicitate. Sono soprattutto gli adolescenti introversi che rifiutano di accettare la scelta operata dalla natura e di pagare ad essa un prezzo in termini di più o meno dolorosa consapevolezza della diversità.</p>
<p>Tra i giovani e gli adulti, e particolarmente tra quelli che accolgono il messaggio della LIDI, sembra prevalere l&#8217;accettazione della propria condizione, e talora addirittura una sorta di orgoglio che accentua il rifiuto nei confronti dei normali.</p>
<p>Temo, però, che la scarsa adesione alla LIDI &#8211; tenuto conto del numero di lettori del saggio e  di utenti che accedono al forum e affermano di avere scoperto il valore del proprio modo di essere &#8211; attesta che quell&#8217;accettazione è più formale che sostanziale.</p>
<p>Ciò significa, né più né meno, che la domanda cui ho fatto cenno &#8211; come si fa a risolvere i problemi? &#8211; ha delle implicazioni più complesse di quanto si possa pensare. C&#8217;è in particolare da chiedersi se i problemi vissuti sulla pelle &#8211; l&#8217;inadeguatezza, il disagio legato all&#8217;esposizione sociale, l&#8217;autosvalutazione, l&#8217;isolamento, ecc. &#8211; siano veramente quelli da risolvere. Penso di no. Il vero problema, a mio avviso, è la non accettazione dei vincoli inerenti l&#8217;introversione e del &#8220;destino&#8221; che essi comportano.</p>
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		<title>La civiltà dell&#8217;empatia &#8211; Jeremy Rifkin</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 11:30:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[empatia]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Rifkin]]></category>
		<category><![CDATA[saggi]]></category>

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		<description><![CDATA[1.

Jeremy Rifkin
La civiltà dell&#8217;empatia. La corsa verso la coscienza globale nel mondo in crisi
Mondadori, Milano 2009

 
L&#8217;urgenza di costruire una visione integrata dell&#8217;uomo e della sua storia &#8211; una panantropologia, dunque, utilizzando i dati forniti da molteplici discipline &#8211; evoluzionismo, genetica, neurobiologia, psicologia, psicoanalisi, storia, sociologia, economia, politica, ecc. -, non è mai stata viva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<div id="biblio_box">
<p>Jeremy Rifkin</p>
<p><em>La civiltà dell&#8217;empatia. La corsa verso la coscienza globale nel mondo in crisi</em></p>
<p>Mondadori, Milano 2009</p>
</div>
<p><!-- /biblio_box --> </p>
<p>L&#8217;urgenza di costruire una visione integrata dell&#8217;uomo e della sua storia &#8211; una panantropologia, dunque, utilizzando i dati forniti da molteplici discipline &#8211; evoluzionismo, genetica, neurobiologia, psicologia, psicoanalisi, storia, sociologia, economia, politica, ecc. -, non è mai stata viva come oggi.</p>
<p>Ritengo che questo dipenda da due fattori correlati tra loro: per un verso, dalla crisi nella quale versa la civiltà occidentale, i cui valori fondanti &#8211; storicamente riconducibili al Cristianesimo, al Liberalismo e al Socialismo &#8211; appaiono sempre più scollati e astratti rispetto ad una realtà sociale atomizzata, anomica, liquida (nell’accezione di Bauman); per un altro, dal fallimento del pensiero debole o più in generale post-modernista, che non è riuscito minimamente ad incidere sulla coscienza sociale, la quale appare sempre più orientata verso il recupero di tradizioni e valori etnocentici, compresi i rischi di rigurgiti sciovinisti erazzisti che ciò comporta.</p>
<p>L&#8217;urgenza è comprovata dal fatto che, in tutto l&#8217;arco delle scienze umani e sociali e della stessa filosofia, molteplici autori, partendo da una competenza riferita ad un determinato ambito, allargano il loro sguardo nel tentativo di includere tutti gli altri. Dato che tentativi del genere sono stati portati avanti, negli ultimi anni, fa genetisti, biologi evoluzionisti, psicologi, psicoanalisti, sociologi, filosofi, ecc., c&#8217;è da pensare che essi corrispondano, più che a forme di imperialismo disciplinare o semplicemente di narcisismo, ad una sorta di &#8220;compulsione&#8221; intellettuale, destinata, un giorno o l&#8217;altro, ad esitare in uno sforzo autenticamente interdisciplinare, reso per ora difficile o impossibile dalla diversità dei linguaggi tecnici. Il rischio dei tentativi che vengono posti in essere è, ovviamente, che i dati non appartenenti alll&#8217;ambito di competenza dell&#8217;autore vengano utilizzati &#8220;disinvoltamente&#8221;, vale a dire in maniera impropria o imprecisa.</p>
<p>È un rischio da correre, ma, nella misura in cui il pericolo ch&#8217;esso comporta si realizza, è giusto segnalarlo, senza che ciò significhi sminuire il valore di un&#8217;opera. Ne <strong><em>La civiltà dell&#8217;empatia</em></strong> di Rifkin tale pericolo, in una certa misura, si realizza, ma associato ad una tale densità di pensiero e passione da meritare ammirazione. Questa recensione non è dunque una &#8220;stroncatura&#8221;, bensì il tentativo di definire criticamente un concetto essenziale ai fini della costruzione di un modello panantropologico &#8211; quello, appunto, di empatia.</p>
<p><span class="highlight-blue"><strong>Jeremy Rifkin</strong></span>, sociologo ed economista, appartiene, con Jacques Attali, alla schiera dei tecnocrati illuminati, vale a dire degli studiosi che valorizzano al massimo grado lo sviluppo della tecnologia identificando in esso il motore della storia umana e, benché siano consapevoli dell&#8217;ambivalenza intrinseca in essa (alienazione/umanizzazione), nondimeno vi si appellano per preconizzare un futuro &#8220;ottimistico&#8221;.</p>
<p>In maniera complementare ad Attali, che in <em>Breve storia del futuro</em> prevede l&#8217;avvento di una iperdemocrazia portata avanti da imprenditori relazionali interessati al bene comune più che alle ragioni di mercato, Rifkin che, in opere precedenti (<em>La fine del lavoro</em>, <em>Il sogno europeo</em>), ha sempre valorizzato l&#8217;economia sociale fondata sugli scambi relazionali più che mercantili, vede all&#8217;orizzonte la possibilità di una terza rivoluzione industriale, destinata a portare l&#8217;umanità fuori dalla sua &#8220;preistoria&#8221;. Egli insomma pone un nesso di continuità tra il passato e il futuro, e ritiene che i segni del trapasso siano già del tutto evidenti.</p>
<p>Tra questi segni il più importante è il recupero della socialità empatica che il liberismo ha mortificato e negato. Egli ritiene, però, sia pure implicitamente, che quella negazione era necessaria per arrivare al punto che l&#8217;individuo sviluppato e differenziato percepisse l&#8217;unicità e la caducità dell&#8217;esistenza, la sua solitudine esistenziale, la sua infelicità: sentimenti, questi, che promuovono e riabilitano l&#8217;empatia e il bisogno di legami sociali significativi.</p>
<p>Purtroppo, per arrivare a questo livello di sviluppo, l’&#8217;umanità ha dovuto utilizzare e saccheggiare le risorse energetiche del pianeta, sicché la Civiltà dell&#8217;empatia, che secondo Rifkin si profila all&#8217;orizzonte, si trova sull&#8217;orlo di un baratro ecologico.</p>
<p>Questo paradosso è il tema centrale del saggio e viene esplicitato chiaramente nell&#8217;introduzione:</p>
<blockquote>
<p>Questo libro presenta una nuova interpretazione della storia della civiltà alla luce dell&#8217;evoluzione empatica della razza umana e della sua profonda influenza sullo sviluppo e, probabilmente, sul futuro della nostra specie.<br />
<br />
Dalle ricerche scientifiche in ambito biologico e cognitivo sta emergendo una visione radicalmente nuova della natura umana che suscita controversie non solo nei circoli intellettuali, ma anche nella comunità economica e politica. Recenti scoperte nel campo della neurologia e delle scienze dell&#8217;età evolutiva, infatti, ci costringono a rivedere l&#8217;inveterata convinzione che gli esseri umani siano per natura aggressivi, materialisti, utilitaristi e dominati dall&#8217;interesse personale. La graduale presa di coscienza del fatto che siamo membri di una specie profondamente empatica ha ampie ricadute sulla società.<br />
<br />
Questa nuova interpretazione della natura umana apre la porta a un&#8217;avventura assolutamente medita. Le pagine che seguono ricostruiscono l&#8217;affascinante storia dello sviluppo dell&#8217;empatia nell&#8217;uomo, dal nostro antico passato mitologico all&#8217;ascesa delle grandi civiltà teologiche, all&#8217;era ideologica che ha dominato il Settecento e l&#8217;Ottocento, all&#8217;era psicologica che ha caratterizzato gran parte del Novecento, fino al drammatico inizio del ventunesimo secolo.<br />
<br />
Osservare la storia economica attraverso la lente dell&#8217;empatia ci permette di scoprire alcuni fili della vicenda umana finora nascosti. Il risultato è un nuovo arazzo sociale &#8211; la «civiltà dell&#8217;empatia» &#8211; tessuto a partire da varie discipline: dalla letteratura alle arti, dalla teologia alla filosofia, dall&#8217;antropologia alla sociologia, dalle scienze politiche alla psicologia, alla teoria della comunicazione.<br />
<br />
Al centro della storia umana c&#8217;è la paradossale relazione che intercorre fra empatia ed entropia. Nel corso dei secoli, la convergenza di nuovi regimi energetici e di nuove rivoluzioni nel campo delle comunicazioni ha creato società sempre più complesse. Le civiltà tecnologicamente più avanzate hanno mescolato popoli diversi, aumentando la sensibilità empatica e facendo espandere la coscienza umana. Ma questa crescente complessità ha comportato un enorme impiego di risorse naturali, che ora rischiano di esaurirsi.<br />
<br />
Per colmo di ironia, lo sviluppo della coscienza empatica è stato reso possibile solo da un consumo sempre maggiore di energia e risorse naturali, che ha condotto a un drastico deterioramento della salute del pianeta.<br />
<br />
Oggi ci troviamo di fronte alla catastrofica prospettiva di raggiungere finalmente uno stato di empatia globale in un mondo interconnesso, ad alta intensità di energia, mentre il sempre più oneroso conto entropico minaccia di provocare un cataclisma climatico e mette in discussione la nostra stessa sopravvivenza. La risoluzione del paradosso empatia-entropia sarà molto probabilmente il banco di prova definitivo della capacità della specie umana di sopravvivere e prosperare in futuro sulla terra. Ma, per riuscire a vincere la sfida, sarà necessario un radicale ripensamento dei nostri modelli economici, filosofici e sociali&#8230;<br />
<br />
Ritengo che ci troviamo al punto di svolta verso una transizione epocale a un&#8217;economia «climacica» globale e a un radicale riposizionamento della presenza dell&#8217;uomo sul pianeta. L&#8217;era della ragione sta per essere sostituita dall&#8217;era dell&#8217;empatia.<br />
<br />
Forse la domanda cruciale alla quale l&#8217;umanità deve dare una risposta è: possiamo raggiungere l&#8217;empatia globale in tempo utile per evitare il crollo della civiltà e salvare la terra?<br />
<cite>pp. 3-5</cite></p>
</blockquote>
<p>Una nuova ricostruzione della storia della civiltà, aperta su di un&#8217;alternativa che può essere la catastrofe della specie o il suo approdo ad una socializzazione universale empatica: essendo questa la tesi di fondo del saggio, è difficile negare la sua ambizione panantrolopologica.<br />
La tesi viene confermata nel capitolo I, che anticipa le tre parti di cui si compone il saggio, e il cui titolo, per l&#8217;appunto, è: <em>Il paradosso nascosto nella storia dell&#8217;uomo</em>.</p>
<p>Sappiamo già dall&#8217;introduzione di cosa si tratta, ma non è inopportuno documentare come Rifkin ne definisce i termini.</p>
<p>C&#8217;è, secondo l&#8217;autore, una storia dell&#8217;uomo che non è mai stata raccontata e fa capo al ruolo svolto dall&#8217;empatia:</p>
<blockquote>
<p>Negli ultimi tempi c&#8217;è la tendenza a mettere in discussione l&#8217;idea che alla base della vicenda umana ci sia un senso che permea e trascende tutte le diverse narrazioni culturali che costituiscono le molteplici storie della nostra specie, e che forniscono il collante sociale per ciascuna delle nostre odissee. Questa concezione quasi certamente provocherebbe una generale smorfia di disgusto tra gli studiosi postmoderni, ma le prove sperimentali suggeriscono che, probabilmente, esiste un tema dominante nell&#8217;umana avventura.<br />
<br />
I nostri cronisti ufficiali &#8211; gli storici &#8211; hanno dato poco spazio all&#8217;empatia come forza determinante nello svolgimento delle vicende umane. In genere gli storici scrivono di conflitti sociali e guerre, di grandi eroi e terribili malfattori, di progresso tecnologico e di esercizio del potere, di ingiustizia economica e di tensioni sociali. Quando gli storici si occupano di filosofia, di solito lo fanno in relazione all&#8217;organizzazione del potere. Raramente li sentiamo parlare dell&#8217;altra faccia dell&#8217;esperienza umana: quella che rivela la nostra profonda natura sociale, l&#8217;evoluzione e l&#8217;estensione degli affetti e l&#8217;impatto di tutto ciò sulla cultura e sulla società.<br />
<br />
Il filosofo Georg Witheim Friedrich Hegel ebbe a dire che la felicità si trova «nelle pagine bianche della storia» perché esse corrispondono a «periodi di armonia». Le persone felici di solito vivono la propria vita in un «micromondo» di strette relazioni famigliari e di contatti sociali più estesi. La storia invece, nella maggior parte dei casi, è scritta dai delusi e dagli scontenti, dagli arrabbiati e dai ribelli, o da coloro che sono interessati a esercitare l&#8217;autorità sugli altri e a sfruttarli, e dalle loro vittime, intenzionate a correggere i torti e a ristabilire la giustizia. In tal senso, gran parte della storia scritta riguarda le patologie del potere.<br />
<br />
Forse è questa la ragione per cui, quando pensiamo alla natura umana, la nostra analisi è così sconfortante. La nostra memoria collettiva si misura in termini di crisi e calamità, di feroci ingiustizie e terrificanti episodi di brutalità che infliggiamo ai nostri simili e alle altre creature. Ma se fossero questi gli elementi cardine dell&#8217;esperienza umana, l&#8217;uomo sarebbe già estinto da tempo.<br />
<br />
Da qui sorge la domanda: perché siamo giunti a pensare a noi stessi in termini così tetri? La risposta è che i racconti di disastri e disgrazie hanno il potere di colpirci: sono inattesi e perciò suscitano allarme e interesse. Questo perché eventi di tal genere sono inusitati, non rappresentano la norma, fanno notizia, e quindi diventano materia di storia.<br />
<br />
Il mondo quotidiano è assai diverso. Anche se la vita di tutti i giorni, vissuta nel proprio ambiente domestico, è punteggiata di sofferenze, tensioni, ingiustizie e colpi bassi, per la maggior parte trascorre fra centinaia di piccoli gesti di generosità e gentilezza. Il conforto reciproco e la compassione tra persone creano fiducia, stabiliscono legami di socialità e apportano gioia alla vita di ciascun individuo. Gran parte delle nostre interazioni quotidiane con le altre persone è di tipo empatico, perché questa è la nostra natura. L&#8217;empatia è il mezzo attraverso il quale creiamo la vita sociale e facciamo progredire la civiltà. In breve, è la straordinaria evoluzione della coscienza empatica a costituire il sottotesto essenziale della storia dell&#8217;uomo, anche se gli storici hanno mancato di dedicarle la dovuta attenzione.<br />
<br />
C&#8217;è un&#8217;altra ragione per cui l&#8217;empatia attende ancora di essere esaminata seriamente in tutti i suoi aspetti antropologici e storici. Il problema è da identificare nello stesso processo evolutivo. La coscienza empatica si è sviluppata lentamente lungo il corso dei 175.000 anni di storia dell&#8217;umanità: a volte è fiorita, per poi regredire per lunghi periodi. Lo sviluppo dell&#8217;empatia e lo sviluppo del sé vanno di pari passo, e accompagnano la crescente complessità e sete di risorse delle strutture sociali che caratterizzano l&#8217;esistenza umana. In questo libro esamineremo appunto tale rapporto.<br />
<br />
Dato che lo sviluppo dell&#8217;idea del sé è assolutamente vincolato allo sviluppo della coscienza empatica, lo stesso termine «empatia» non è entrato nel vocabolario dell&#8217;uomo fino al 1909, più o meno nel periodo in cui la psicologia moderna ha cominciato a esplorare le dinamiche dell&#8217;inconscio e della coscienza. In altre parole, solo quando l&#8217;uomo ha raggiunto uno stadio di evoluzione della percezione del sé tale da cominciare a riflettere sulla natura dei suoi sentimenti e pensieri più riposti in rapporto a quelli degli altri, è stato in grado di riconoscere l&#8217;esistenza dell&#8217;empatia, trovare le metafore per discuterne e sondare i profondi recessi dei suoi molteplici significati.<br />
<cite>pp. 11-12</cite></p>
</blockquote>
<p>Definendo una relazione diretta tra sviluppo dell&#8217;idea del sé e sviluppo della coscienza empatica, Rifkin avanza un&#8217;ipotesi forte (e, come vedremo, discutibile) che conferma ulteriormente nei seguenti termini:</p>
<blockquote>
<p>Il risveglio del senso di sé, innescato dal processo di differenziazione, è cruciale per io sviluppo e l&#8217;estensione dell&#8217;empatia. Più è sviluppato e individualizzato il sé, più è grande la nostra percezione dell&#8217;unicità e caducità dell&#8217;esistenza, della nostra solitudine esistenziale e dell&#8217;infinità di sfide che dobbiamo affrontare per esistere e prosperare. Sono questi nostri sentimenti che ci permettono di provare empatia per sentimenti simili negli altri. Un sentimento empatico più solido permette anche a una popolazione sempre più individualizzata di creare legami di affiliazione anche nell&#8217;ambito di organismi sociali sempre più interdipendenti, estesi e integrati. È questo il processo che caratterizza ciò che chiamiamo «civiltà»: il superamento dei legami di sangue tribali e la risocializzazione di individui distinti sulla base di legami associativi. L&#8217;estensione empatica è il meccanismo psicologico che rende possibili la conversione e la transizione. Quando diciamo «civilizzare», in realtà è come se dicessimo «empatizzare».<br />
<cite>p. 25</cite></p>
</blockquote>
<p>La globalizzazione dell&#8217;empatia comporta però un problema:</p>
<blockquote>
<p>Oggi, in quella che sta rapidamente diventando una civiltà interconnessa a livello globale, la coscienza empatica sta appena cominciando a estendersi alle piaghe più remote della biosfera e a tutte le creature viventi.<br />
<br />
Sfortunatamente, ciò avviene proprio nel momento storico in cui, al fine di mantenere una civiltà urbana complessa e interdipendente, le stesse strutture economiche che permettono di connetterci stanno assorbendo molto rapidamente quei che rimane delle risorse della terra e, al tempo stesso, stanno distruggendo la biosfera.<br />
<cite>p. 25</cite></p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Proprio nel momento in cui stiamo cominciando a scorgere la prospettiva di una coscienza empatica globale, ci ritroviamo prossimi alla nostra stessa estinzione. Nell&#8217;ultimo mezzo secolo, ci siamo dati un gran da fare per universalizzare l&#8217;empatia. Di fronte all&#8217;Olocausto avvenuto durante la seconda guerra mondiale, l&#8217;umanità ha detto «mai più!», estendendo l&#8217;empatia a un numero enorme di individui in precedenza considerati men che umani &#8211; tra cui le donne, gli omosessuali, i disabili, le persone di colore e gli appartenenti a minoranze etniche e religiose e ha codificato questa nuova sensibilità sotto forma di diritti e politiche sociali, leggi sui diritti umani e oggi perfino norme per la protezione degli animali. Siamo ormai sulla buona strada per eliminare dal vocabolario i concetti di «altro», «alieno», «estraneo». E malgrado le prime luci di questa nuova coscienza della biosfera siano a malapena visibili (le tradizionali distorsioni xenofobe e i pregiudizi continuano a rappresentare la norma), il solo fatto che la nostra estensione empatica stia ora esplorando domini in passato inesplorabili rappresenta un trionfo nel percorso evolutivo dell&#8217;uomo.<br />
<br />
Eppure, questi primi bagliori di una coscienza empatica globale sono offuscati dalla crescente consapevolezza che potrebbe essere troppo tardi per allontanare la minaccia del cambiamento climatico e della possibile estinzione della specie umana: una conseguenza dell&#8217;evoluzione di quell&#8217;organizzazione economica e sociale sempre più complessa e affamata di energia che ci ha permesso di approfondire il nostro senso di individualità, di unire persone differenti, di allargare il nostro abbraccio empatico e di espandere la coscienza umana.<br />
<br />
Stiamo rapidamente giungendo a ottenere una coscienza della biosfera in un mondo a rischio di estinzione. Capire la contraddizione che connota l&#8217;avventura umana è fondamentale affinché la nostra specie riesca a rinegoziare una relazione sostenibile con il pianeta in tempo utile per evitare di precipitarlo nell&#8217;abisso.<br />
<br />
Il compito fondamentale che dobbiamo portare a termine è quello di analizzare in profondità questo paradosso della storia umana, esplorandone esaurientemente il funzionamento e i percorsi, le complessità e le articolazioni, al fine di trovare una via d&#8217;uscita da tale situazione. Il nostro viaggio comincia nel punto in cui le leggi dell&#8217;energia che governano l&#8217;universo si frappongono alla predisposizione umana a valicare continuamente l&#8217;isolamento, cercando la compagnia dell&#8217;altro per mezzo di organizzazioni sociali sempre più complesse e affamate di energia. La dialettica implicita nella storia dell&#8217;uomo è il continuo anello di feedback fra espansione empatica e aumento dell&#8217;entropia.<br />
<cite>pp. 26-27</cite></p>
</blockquote>
<p>Questa dialettica, a dire il vero, è un’assoluta novità proposta da Rifkin, che merita una citazione che tenta di illustrarla:</p>
<blockquote>
<p>Se osserviamo più da vicino le testimonianze storiche che raccontano l&#8217;evoluzione dell&#8217;uomo, e soprattutto il feedback dialettico fra l&#8217;estensione dell&#8217;empatia e l&#8217;aumento dell&#8217;entropia, si aprono ai nostri occhi nuove prospettive per considerare la natura umana e la ricerca umana.<br />
<br />
Il riconoscimento dell&#8217;esistenza finita dell&#8217;altro è ciò che collega la coscienza empatica alla consapevolezza entropica. Se possiamo identificarci con la sofferenza dell&#8217;altro, ciò che cerchiamo di sostenere e con cui empatizziamo è la sua volontà di vivere. Le leggi della termodinamica, e soprattutto la legge dll&#8217;entropia, ci dicono che ogni istante della vita è unico, irripetibile e irreversibile &#8211; invecchiamo, invece di ringiovanire -, e per questa ragione dobbiamo la nostra esistenza all&#8217;energia disponibile che sottraiamo alla terra, che costituisce il nostro essere fisico e ci tiene lontani dallo stato di equilibrio rappresentato dalla morte e dalla decomposizione. Quando empatizziamo con un altro essere, comprendiamo inconsciamente che la sua esistenza, proprio come la nostra, è fragile e finita, ed è resa possibile da un continuo flusso di energia.<br />
<br />
Solo recentemente, però, siamo diventati consapevoli del fatto che dobbiamo il nostro benessere, almeno in parte, all&#8217;accumularsi del nostro personale debito entropico nell&#8217;ambiente che ci circonda.<br />
<br />
La seconda legge della termodinamica e l&#8217;entropia sono un costante memento della natura della lotta che anima la vita di ciascuno di noi e che ci unisce in un vincolo di comunanza e solidarietà. L&#8217;estensione empatica è la consapevolezza della vulnerabilità che condividiamo e, quando si esprime, diventa la celebrazione della nostra comune voglia di vivere.<br />
<br />
Allo stesso tempo, forme di civiltà sempre più complesse e affamate di energia ci offrono l&#8217;occasione per una maggiore esposizione al contatto con altri individui. Più è ricca la varietà ditale esposizione, maggiore è la probabilità che un individuo riconosca sfaccettature del proprio essere nell&#8217;esperienza degli altri ed estenda la propria coscienza empatica.<br />
<br />
Ciò che è particolarmente interessante nel processo è che l&#8217;estensione empatica non permette solo all&#8217;uno di sperimentare la sofferenza o la condizione dell&#8217;altro «come se» fosse la propria, ma contribuisce anche a rafforzare e approfondire il proprio senso di sé. Il sociologo Chan Kwok-Bun sintetizza così il processo:<br />
<br />
L&#8217;autenticità di ciò che ho scoperto su me stesso è rafforzata perché ho trovato conferma di una parte di me in te, e tu in me.<br />
<br />
Il costante feedback empatico è il collante sociale che rende possibili società sempre più complesse. Senza empatia, sarebbe impossibile perfino immaginare la vita sociale e l&#8217;organizzazione stessa della società. Una società di individui narcisisti, sociopatici e autistici è impossibile: le società necessitano di animali sociali, e gli animali sono sociali se sono empatici.<br />
<br />
Dunque, strutture sociali più complesse promuovono il rafforzamento dell&#8217;idea del sé, una maggiore esposizione alla diversità dell&#8217;altro e una maggiore possibilità di empatia estesa. La vita del villaggio è, per tradizione, più chiusa e xenofoba. Le comunità che la caratterizzano hanno una forte probabilità di considerare lo straniero alieno e diverso. Al contrario, la vita urbana, che espone quotidianamente a molteplici rapporti sociali ed economici con gli altri, in genere, anche se non in tutti i casi, incoraggia un atteggiamento più cosmopolita. Ma qui, ancora, c&#8217;è una contraddizione: il prezzo di tutto questo è una maggiore entropia nell&#8217;ambiente. E tuttavia questa affermazione può essere rovesciata: le strutture sociali più complesse, fino a oggi, hanno richiesto un maggiore flusso di energia e hanno prodotto maggiore entropia, ma hanno anche creato le condizioni per l&#8217;allargamento dell&#8217;empatia nei confronti dell&#8217;altro e del diverso.<br />
<br />
Il tragico difetto della storia è che la nostra maggiore empatia e sensibilità crescono in proporzione diretta con il crescere del danno entropico che apportiamo al mondo che condividiamo e da cui dipendiamo per la nostra esistenza e per la perpetuazione della specie.<br />
<br />
Ci troviamo oggi in un momento decisivo dell&#8217;esperienza umana: la corsa a una coscienza empatica globale si sta scontrando con il crollo entropico globale; i benefici che traiamo dall&#8217;empatia sono incalcolabili, ma lo sono anche i costi entropici.<br />
<br />
Se la natura umana è effettivamente materialista, egoista, utilitarista e orientata al piacere, ci sono ben poche speranze di risolvere il paradosso empatia-entropia. Ma se invece la natura umana, a un livello più fondamentale, è predisposta all&#8217;affetto, alla comunione, alla socialità e all&#8217;estensione empatica, c&#8217;è la possibilità di sottrarsi al dilemma empatia-entropia e trovare una soluzione che ci permetta di ripristinare un equilibrio sostenibile con la biosfera.<br />
<br />
Un&#8217;idea radicalmente nuova di natura umana sta lentamente emergendo e acquistando forza, con implicazioni rivoluzionarie sul modo in cui, nei secoli a venire, interpreteremo e organizzeremo le nostre relazioni sociali e ambientali. Abbiamo scoperto l&#8217;Homo empaticus.<br />
<cite>pp. 40-42</cite></p>
</blockquote>
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		<title>Un nuovo anno con la LIDI</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Dec 2009 11:12:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cari Soci,
vi ricordo che entro gennaio occorre versare la quota associativa annuale, che rimane immutata a 50 euro per i Soci ordinari (che si riduce a trenta per i disoccupati e i giovani).
La quota di iscrizione, che va versata una tantum da coloro che intendono diventare Soci della LIDI, è di 50 euro.
Ricordo anche che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cari Soci,<br />
vi ricordo che entro gennaio occorre versare la quota associativa annuale, che rimane immutata a 50 euro per i Soci ordinari (che si riduce a trenta per i disoccupati e i giovani).<br />
La quota di iscrizione, che va versata una tantum da coloro che intendono diventare Soci della LIDI, è di 50 euro.<br />
Ricordo anche che i Soci o i nuovi iscritti i quali hanno disponibilità economica possono, volendo, versare un importo maggiore come sostenitori.</p>
<p>Colgo l&#8217;occasione per rivolgere a tutti i Soci, a nome mio, del Vicepresidente e dei Consiglieri, affettuosi auguri di Buon Anno.<br />
Il Presidente</p>
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		<title>Perché la LIDI? Riflessioni sulla funzione culturale dell&#8217;introversione</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Oct 2009 07:24:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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Che cos&#8217;è l&#8217;introversione. Dal pregiudizio alla conoscenza
Incontro di presentazione della LIDI del 21.10.2009
Roma, Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221;
Intervento del dott. Luigi Anepeta
1.
Nella selva delle sigle che caratterizza il nostro mondo, quella della LIDI, quando viene esplicitata, evoca di solito qualche perplessità.
L&#8217;esistenza di una Lega che si prefigge di tutelare i Diritti degli Introversi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="alignr">
<em>Che cos&#8217;è l&#8217;introversione. Dal pregiudizio alla conoscenza</em><br />
<strong>Incontro di presentazione della LIDI del 21.10.2009</strong><br />
Roma, Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221;<br />
Intervento del <span class="highlight-blue">dott. Luigi Anepeta</span></p>
<h3>1.</h3>
<p>Nella selva delle sigle che caratterizza il nostro mondo, quella della LIDI, quando viene esplicitata, evoca di solito qualche perplessità.<br />
L&#8217;esistenza di una Lega che si prefigge di tutelare i Diritti degli Introversi sembra un&#8217;iniziativa a dir poco singolare. Perché &#8220;etichettare&#8221;- ci viene chiesto &#8211; una categoria di soggetti in riferimento ad un orientamento caratteriale ritenuto negativo? Quali sono i diritti violati degli introversi che andrebbero tutelati? L&#8217;esigenza di una tutela non conferma paradossalmente la difficoltà di farli valere in prima persona, cioè un disadattamento?<br />
Avanzate nel corso dei tre anni di vita dell&#8217;Associazione da varie persone sicuramente in buona fede, queste perplessità attestano un fenomeno ben noto ai sociologi: quello per cui la persistenza di un pregiudizio è in gran parte dovuta alla sua incorporazione nel senso comune, vale a dire in quell&#8217;insieme di convinzioni collettive vissute a tal punto come ovvie da non richiedere più riflessione.</p>
<p>Coniati da C. G. Jung nel 1920, i termini estroversione e introversione hanno avuto uno straordinario successo, diventando di uso corrente. Il senso comune, appropriandosene, ha dato ad essi una connotazione cognitivo-emozionale del tutto estranea al pensiero dell&#8217;autore, molto attento nel sottolineare i valori e i limiti delle due tipologie caratteriali.<br />
Tale connotazione si ricava anche dai dizionari nei quali l&#8217;introverso è definito chiuso, timido, silenzioso, freddo, schivo, distaccato, mentre l&#8217;estroverso aperto, comunicativo, sicuro, cordiale, espansivo, esuberante.<br />
Sia pure meramente descrittive, le definizioni lessicali vertono sul comportamento apparente, ma implicano una valutazione rispettivamente negativa e positiva.<br />
Il senso comune, purtroppo, ha contagiato anche la psicologia. Se si va su Internet e si digitano termini come timidezza, insicurezza, vergogna, fobia sociale, ecc. vengono fuori una pletora di centri professionali che offrono i loro servizi per risolvere questi &#8220;disturbi&#8221;.<br />
Se poi si circola nei forum giovanili dedicati a problemi psicologici, si scopre che la maggioranza degli utenti considerano l&#8217;essere introverso una condizione che ostacola l&#8217;adattamento sociale: in gergo giovanile, una &#8220;sfiga&#8221;.<br />
All&#8217;epoca in cui Jung scrisse il suo capolavoro (<em>Tipi psicologici</em>), il pregiudizio non esisteva; oggi esiste ed è tangibile. Per sormontarlo non basta tentare di restaurare il significato originario e scientifico dei termini, approfondendolo alla luce degli sviluppi più recenti delle scienze umane e sociali. Occorre capire come esso si è prodotto e perché si è diffuso.</p>
<p>Che io sappia, non è stata fatta alcuna ricerca sociologica sul pregiudizio in questione. Forse non ce n&#8217;è neppure bisogno. Si può fare un test estremamente semplice a riguardo. Basta pronunciare dentro di sé i due termini e valutare la connotazione emozionale che ad essi si associa. Nella stragrande maggioranza delle persone la connotazione coincide con quella del senso comune e dei vocabolari.<br />
C&#8217;è, peraltro, una prova ancora meno confutabile. Quasi tutti gli introversi interiorizzano il pregiudizio. In conseguenza di questo, alcuni negano addirittura di essere introversi, altri convivono con la dolorosa consapevolezza di essere inferiori agli altri.<br />
<strong>Il malessere degli introversi nel nostro mondo, che va da un senso interiore di disadattamento ad un disagio psichico conclamato, è un dato di fatto poco confutabile. Nell&#8217;ottica della LIDI, esso, però, non è costitutivo del modo di essere introverso, non dipende, cioè, dal venire al mondo con determinate caratteristiche psichiche, bensì dal fatto che la nostra cultura, in conseguenza di cambiamenti socio-storici, ha operato una &#8220;scelta&#8221; che privilegia in assoluto un modello normativo estroverso, e, di conseguenza, squalifica e disconferma il comportamento introverso che non si adegua ad esso.</strong><br />
&Egrave; questa scelta che la LIDI intende mettere in discussione perché, anche se essa non è riconducibile ad una volontà deliberata di danneggiare gli introversi, di fatto li danneggia, attivando in essi il vissuto di essere inadeguati, difettosi, &#8220;sbagliati&#8221; e spingendoli spesso nel vicolo cieco dell&#8217;isolamento e del disagio psicologico.<br />
<strong>Nell&#8217;ottica della LIDI, l&#8217;esperienza degli introversi nel nostro mondo, problematica per molti aspetti, è in gran parte la conseguenza del pregiudizio sociale che li investe e che essi, purtroppo, interiorizzano, sviluppando precocemente un vissuto di più o meno grave inadeguatezza.</strong><br />
Che tale pregiudizio sia inconsapevole è provato dal fatto che esso è adottato largamente dagli educatori (familiari, insegnanti) e si traduce, di solito, in una pressione pressoché continua operata sugli introversi a fin di bene perché imparino a stare con gli altri, a comunicare, a fare amicizie, ecc.</p>
<p>Il <a href="http://lidi.forumfree.net">Forum della LIDI</a> è ricco di testimonianze a riguardo. Ne riporto alcune, esemplari:</p>
<blockquote>
<p>È una verità che ogni bambino introverso impara ben presto: la società non vuole persone introverse, non sa cosa farsene e così le incita a rinnegare il proprio carattere, i propri bisogni per altri che reputa migliori e più desiderabili. È questo il messaggio che mi è stato trasmesso sia a scuola che nella vita di tutti i giorni: devi parlare, interagire, essere al centro dell&#8217;attenzione anche solo per pochi secondi. Non rimanere in silenzio, non parlare di cose interessanti, non li fare sentire in imbarazzo con la tua incapacità di rincorrere gli argomenti. Il mondo è nelle mani degli estroversi, è palese, sono loro ad avere successo, a far carriera, a cogliere le opportunità migliori&#8230; o perlomeno questo è quello che vogliono farci credere. Il peggior difetto di un introverso? Essere quello che &#8220;non è di moda&#8221;. Il peggior difetto di un estroverso? Il non riflettere veramente su quello che dice o fa.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Per i miei genitori la mia timidezza introversione andava bene finché ero bambina, sai com&#8217;è ai &#8220;miei tempi&#8221; (negli anni 90!) c&#8217;era il mito del bambino silenzioso, giudizioso, bravo a scuola. Ed io ero proprio così. Quando sono cresciuta e dovevo allora abbracciare lo stereotipo prima dell&#8217;adolescente e poi dell&#8217;adulta aperta, simpatica, estroversa &#8220;sveglia&#8221; se vogliamo dire, le cose sono andate sempre più peggiorando. È una vita che mi dicono che devo cambiare, che se non cerco di cambiare non mi troverò mai bene nella vita, che siamo fatti per essere esseri sociali e non è possibile che io preferisca stare da sola che uscire con gli amici; che la vita è anche doversi confrontare con il giudizio degli altri e anche soffrirci&#8230; Mi dicono che alla mia età, 24 anni, bisogna essere pieni di vita e di brio, aver voglia di fare. Invece io sono sempre amante dei passatempi solitari: mi piace guardare film su internet, leggere notizie interessanti, leggere un bel libro da sola e fare escursioni da sola a contatto con la natura. Anche avere un&#8217;amica o due con cui confidarmi ma nel gruppo non mi ci trovo.<br />
Mia sorella è molto estroversa, ha avuto tantissimi amici e a me, che ero riservatissima, l&#8217;hanno sempre proposta come modello, a volte credendo di spronarmi dicendo che &#8220;ero una fallita in confronto a lei&#8221; e che &#8220;non ce l&#8217;avrei mai fatta ad essere come lei&#8221; credendo di stimolarmi in quel modo. Ancora oggi non mi lasciano in pace.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Purtroppo le difficoltà stanno nel liberarsi dall&#8217;interiorizzazione di certi modelli e nel trovare interlocutori altrettanto liberi e autentici. La cosa è difficile e molto rara. Tutti noi, consapevoli o meno, usiamo delle maschere nell&#8217;affrontare gli altri. Questo è un metodo affinato dall&#8217;uomo che vive in società per riuscire a salvaguardare delle parti di sé intime e profonde (non sempre ha senso dire tutto,far sapere tutto di se, mettersi in gioco completamente e incondizionatamente, usare la massima fiducia e spontaneità nell&#8217;approcciare l&#8217;altro) e allo stesso tempo, però, a entrare in relazione con gli altri. Come tentativo di trovare un compromesso tra le due cose non sarebbe neanche troppo tremenda. Il guaio è che le persone &#8211; senza neanche rendersene conto &#8211; interpretano solo il ruolo assegnato e sono disturbate ossessivamente dall&#8217;avere anche un mondo interiore che vivono come fonte di problemi e di rovinosa compromissione delle prestazioni che devono dare all&#8217;esterno, quindi tentano di annullarlo, di non ascoltarlo, di eliminarlo il più possibile. Il fine è quello di aderire perfettamente ad un modello, essere artificiali, inautentici come segno di controllo di sé, di superiorità, efficienza, maturità e di bellezza. Tutti quelli che non riescono a recitare in maniera inappuntabile e che usano segni di genuinità, spontaneità e differenziazione, di scostamento dal &#8220;come si deve fare&#8221; sono vissuti come persone matte, strane, pericolose o che poverine, non ce la fanno, tradiscono incapacità a controllarsi, a sapersi muovere, parlare relazionarsi, debolezza, pochezza di mezzi, di forze e di risorse. Sono ben poche le persone che non si spaventano e che apprezzano chi si discosta dagli stereotipi, chi li interpreta a maniera sua o se ne inventa di altri.</p>
</blockquote>
<p>L&#8217;amarezza critica esplicita in queste testimonianze non deve indurre a pensare che la LIDI si propone di processare le famiglie, gli insegnanti o la società. Essa intende piuttosto <strong>promuovere una riflessione sul modo di produzione antropologico proprio della nostra società</strong>. Se si sgombra il campo dall&#8217;astrazione psicologista per cui l&#8217;allevamento e l&#8217;educazione sono processi &#8220;naturali&#8221;, si capisce immediatamente che essi tendono a modellare una &#8220;materia prima&#8221; fornita dalla natura, che è il corredo genetico unico e irripetibile con cui ogni soggetto viene al mondo.<br />
Per quanto si possano e si debbano valorizzare i rapporti affettivi tra gli educatori e i bambini ad essi affidati, non c&#8217;è dubbio che il processo educativo richiede l&#8217;adozione, più o meno consapevole, di &#8220;tecniche&#8221; finalizzate a realizzare un progetto.<br />
I progetti possono essere vari, a seconda degli ambienti e degli educatori, ma hanno un obiettivo univoco: la <em>produzione</em> di un soggetto capace di inserirsi nel mondo e di integrarsi in esso, assumendo determinati ruoli e adempiendo i doveri che essi comportano; la produzione, dunque, di un soggetto &#8220;normale&#8221; in rapporto ad un determinato contesto.<br />
Famiglie e Scuola sono, dunque, <em>agenzie sociali</em> cui è affidato, in ultima analisi, il compito di produrre cittadini. </p>
<p>In passato, che i figli fossero destinati a diventare, anzitutto, cittadini, era considerato ovvio. Gli uomini venivano allevati sulla base di principi tradizionali, vissuti come un patrimonio di sapere ereditato dai padri e dagli avi e, da adulti, tendevano ad agire in maniera conforme a quei principi. Il conformismo, in pratica, era un valore primario che non azzerava le differenze individuali, ma le conteneva entro schemi comportamentali ritualizzati, scarsamente flessibili.<br />
Oggi, secondo alcuni, le cose sono radicalmente cambiate. Una nuova sensibilità educativa comporterebbe una particolare attenzione per lo sviluppo dell&#8217;individuo come essere unico e irripetibile. Nessun educatore ovviamente prescinde dall&#8217;insegnare le buone maniere, ma si dà per scontato che ciò avvenga rispettando la diversità e la particolarità dell&#8217;individuo.<br />
Si tratta di un <em>mito</em> piuttosto che di una realtà. Anche se, infatti, in genere gli educatori tendono a riconoscere la diversità che si dà tra i figli e in una certa misura a rispettarla, essi non riescono a prescindere dal dovere che la società assegna loro: quella di <strong>costruire cittadini adattati a questa società</strong>, vale a dire ad una società dinamica e competitiva, che postula anzitutto di essere efficienti.<br />
Il <em>modello</em> di riferimento al quale, lo voglia o no, ogni educatore si riconduce, è dunque piuttosto univoco. Esso <em>valorizza l&#8217;adesione e l&#8217;adattamento alla realtà, la capacità di comunicare e di stare con gli altri, un certo grado di competitività, lo spirito pratico necessario per conseguire risultati oggettivi, il non farsi troppi problemi, il prendere la vita come viene, ecc</em>.<br />
Si tratta di un <strong>modello manifestamente estroverso</strong>, il cui potere di omologazione è enorme perché esso assicura l&#8217;inserimento nel gruppo e la conferma di essere normali.<br />
Applicato inconsapevolmente agli introversi, tale modello ha effetti deleteri.</p>
<p>Se mi si consente un paragone, direi che oggi gli introversi si trovano a vivere, in termini più drammatici, la stessa situazione sperimentata sino a qualche decennio fa dai mancini, che erano assoggettati ad una rieducazione finalizzata a farli diventare destrimani.<br />
Il pregiudizio nei confronti del mancinismo è stato sormontato in nome della consapevolezza promossa dallo sviluppo scientifico che si tratta di una condizione naturale, di origine genetica, rimasta costante nel corso del tempo (dalla preistoria ad oggi), la cui correzione, portata avanti in buona fede ma con una oggettiva crudeltà, ha prodotto un&#8217;inutile sofferenza per i soggetti e, non di rado, danni piuttosto seri a carico della personalità.<br />
La LIDI intende promuovere un processo analogo di consapevolezza in rapporto all&#8217;introversione, e quindi un approccio pedagogico e culturale ad essa che, sormontando il pregiudizio, ne riconosca il valore e ne rispetti le modalità e i tempi di sviluppo.<br />
Sarebbe poco onesto, peraltro, omettere che la LIDI ha un obiettivo più ambizioso di quello che si può ricavare dalla sua sigla. I modelli normativi sui quali ogni cultura fonda la propria identità e che presiedono alla riproduzione sociale, nonostante una tendenziale inerzia, sono dinamici, vale a dire cambiano nel corso del tempo in rapporto allo sviluppo della società.<br />
Pochi dubbi si danno riguardo al fatto che, negli ultimi venti anni, il modello estroverso è andato incontro ad una radicalizzazione per cui, oggi, non sembra azzardato definirlo <strong>estrovertito</strong> nella misura in cui esso promuove una tendenza crescente ad affermare narcisisticamente il proprio valore, esibendo una grande capacità comunicativa, un&#8217;estrema sicurezza e la tendenza ad accettare senza paura qualunque confronto competitivo.<br />
Tale modello normativo, se incide in maniera negativa sull&#8217;evoluzione della personalità e sull&#8217;esperienza di vita degli introversi, in realtà è nocivo per tutti i soggetti, soprattutto per i più giovani.</p>
<p>L&#8217;osservatorio delle scuole fornisce una prova clamorosa di quest&#8217;assunto. La fascia della popolazione scolastica delle medie inferiori pone sempre più spesso di fronte ad un fenomeno inquietante. I ragazzi che accedono ad esse hanno ancora qualche tratto visibilmente infantile. Nel corso dei tre anni, però, essi vanno incontro, in una percentuale elevatissima, ad una &#8220;muta&#8221; sorprendente innescata dallo sviluppo puberale: si trasformano quasi repentinamente in ragazzi e ragazze che, sia pure in misura diversa, tendono ad ostentare un <strong>atteggiamento adultomorfo</strong>, vale a dire a comportarsi come esseri &#8220;vissuti&#8221;, disincantati, disinibiti, cinici e talora aggressivi verbalmente e fisicamente.<br />
Un mio giovanissimo paziente introverso è rimasto sconvolto di recente dal fatto che, nel corso della proiezione a scuola di un filmato su Auschwitz, le cui immagini lo turbavano profondamente, alcuni compagni ridevano sguaiatamente, facendo battute di pessimo gusto. &#8220;Ragazzate&#8221;, indubbiamente, ma terribilmente indiziarie di un crescente processo di anestetizzazione empatica.<br />
Qualche studioso <em>à la page</em> coglie stoltamente in questa &#8220;muta&#8221; i segni positivi di un progresso culturale, che rende gli adolescenti di oggi più &#8220;svegli&#8221; rispetto a quelli del passato. In realtà, essa corrisponde all&#8217;adozione di una &#8220;maschera&#8221; che blocca la maturazione della personalità e obbliga gli adolescenti a dare la prova di <strong>essere adeguati ad un mondo che penalizza ogni forma di debolezza</strong>, e quindi anche l&#8217;umana debolezza intrinseca alle vicissitudini dell&#8217;adolescenza, programmata dalla natura per realizzare gradualmente un passaggio dall&#8217;orizzonte ristretto dell&#8217;infanzia ad un&#8217;apertura al mondo che postula il dubbio, l&#8217;insicurezza, la problematicità.<br />
Altri studiosi hanno identificato in questa muta la &#8220;morte dell&#8217;adolescenza&#8221;, riconducendola al fatto che i ragazzi si trovano di fronte ad un <em>aut aut</em> terribile, tale per cui o ci si maschera da soggetti estrovertiti, realizzando una condizione di pseudo-adultità, o ci si arrende ad essere identificati dal gruppo come deboli, inadeguati, &#8220;sfigati&#8221;, con la conseguenza di finire emarginati se non addirittura ridicolizzati e maltrattati.<br />
<strong>La LIDI intende porre in discussione, criticamente e operativamente, il modello normativo che sottende questa &#8220;muta&#8221;, sulla base degli effetti alienanti che produce. Essa lo fa identificando negli introversi coloro che ne subiscono i danni maggiori.</strong><br />
Posti di fronte all&#8217;aut aut cui si è fatto cenno, alcuni di essi tentano di &#8220;mascherarsi&#8221;, ma raramente ci riescono. I più non ci provano neppure e rimangono confinati, almeno nel rapporto con i coetanei, nel ruolo di esseri inferiori, disadattati, privi di valore. Tale ruolo non è riscattato neppure dal rendimento scolastico talvolta eccellente: nell&#8217;ottica del modello normativo dominante, infatti, andare bene a scuola, se gratifica gli adulti è spesso, agli occhi dei coetanei, un ulteriore motivo di discredito.</p>
<p>Occorre, dunque, partire dal significato negativo, pregiudiziale che il modo di essere introverso ha assunto nel nostro mondo e riabilitare la verità su questo orientamento caratteriale. L&#8217;impresa non è affatto semplice perché, come vedremo, essa impone di trascendere il piano della psicologia e di affrontare complessi problemi inerenti la condizione umana.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Test introversione/estroversione di Eysenck (adattato agli adolescenti)</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2009/09/11/test-introversioneestroversione-di-eysenck-adattato-agli-adolescenti/</link>
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		<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 13:37:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Test e questionari]]></category>
		<category><![CDATA[estroversione]]></category>
		<category><![CDATA[Eysenck]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
		<category><![CDATA[questionari]]></category>
		<category><![CDATA[test]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho già pubblicato sul sito il questionario (riveduto) di Eysenck per l&#8217;autovalutazione del grado di introversione e di estroversione. Quello che segue è il test ristrutturato e adattato agli adolescenti.

Questionario di Eysenck per valutare il grado di introversione e di estroversione











La risposta SÌ vale + 1 / la risposta NO vale &#8211; 1 per le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho già pubblicato sul sito il <a href="/2007/01/15/test-introversioneestroversione-di-eysenck-riveduto/">questionario (riveduto) di Eysenck</a> per l&#8217;<strong>autovalutazione del grado di introversione e di estroversione</strong>. Quello che segue è <strong>il test ristrutturato e adattato agli adolescenti</strong>.</p>
<table summary="QUESTIONARIO di Eysenck" class="quest">
<caption>Questionario di Eysenck per valutare il grado di introversione e di estroversione</caption>
<thead>
<tr class="odd">
<th scope="col"></th>
<th scope="col"></th>
<th scope="col"></th>
</tr>
</thead>
<tfoot>
<tr class="odd">
<th colspan="3" scope="col">
<br />
<strong>La risposta SÌ vale + 1 / la risposta NO vale &#8211; 1</strong><em> per le domande:</em> 1,2,3,4,9,10,11,12,17,18,19,20,25,26,27,28,33,34,35,36<br />
<strong>La risposta SÌ vale &#8211; 1 / la risposta NO vale + 1</strong> <em>per le domande:</em> 5,6,7,8,13,14,15,16,21,22,23,24,29,30,31,32,37,38,39,40<br />
<br />
<strong>La risposta NON LO SO non vale alcun punto</strong>
</th>
</tr>
</tfoot>
<tbody>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>1.</span> Ti piace uscire molto?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>2.</span> Ti senti in sintonia con i tuoi compagni?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>3.</span> Se assisti ad un film comico ti capita di ridere più forte dei tuoi vicini?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>4.</span> Prendi la vita come viene?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>5.</span> In generale preferisci leggere un libro piuttosto che vedere qualcuno?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>6.</span> Ti mancano spesso energia e motivazioni per fare qualcosa?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>7.</span> Ti piace restare solo con i tuoi pensieri?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>8.</span> Assistendo a competizioni sportive, riesci a stare calmo?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>9.</span> In un gruppo di persone partecipi bene alla conversazione?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>10.</span> Ti spazientisci se nell&#8217;attività che stai svolgendo non c&#8217;è molto movimento?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>11.</span> Ti soffermi di rado ad analizzare i tuoi pensieri e i tuoi sentimenti?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>12.</span> La tua rabbia è rapida e si esaurisce in breve tempo?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>13.</span> Detesti stare in mezzo a gente che si diverte a farsi &#8220;tiri mancini&#8221;?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>14.</span> Nelle tue azioni tendi a procedere lentamente e con prudenza?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>15.</span> Ti soffermi frequentemente a pensare alle cose in generale?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>16.</span> Ti trattieni dall&#8217;esprimere le tue opinioni se pensi che i presenti potrebbero offendersi?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>17.</span> Ti piace tanto parlare che non perdi occasione di attaccare discorso anche con gli sconosciuti?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>18.</span> Alla TV preferisci un film d’azione a un documentario?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>19.</span> La musica ti prende tanto che non puoi fare a meno di battere il tempo o ballare anche in pubblico?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>20.</span> Hai la tendenza di tanto in tanto a lasciar correre?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>21.</span> Per comunicare con  qualcuno preferisci scrivergli o chattare piuttosto che parlarci a voce?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>22.</span> Preferisci vacanze quiete e riposanti senza troppo spostamenti?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>23.</span> Quando sei arrabbiato con qualcuno preferisci calmarti prima di affrontarlo?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>24.</span> Applichi il principio che se si fa una cosa (lavoro, studio) va fatta al meglio?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>25.</span> Sei rilassato e fiducioso quando sei in compagnia di altra gente?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>26.</span> Sei entusiasta e intraprendente quando cominci qualcosa di nuovo?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>27.</span> Preferisci un&#8217;attività che richieda movimento piuttosto che studi e profondità di pensiero?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>28.</span> Ti definiresti una persona spensierata?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>29.</span> Ti piace stare solo per lunghi periodi di tempo?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>30.</span> Ci sono momenti in cui ti piace stare seduto a non far nulla?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>31.</span> Sei capace di mantenere un segreto per un buon periodo di tempo?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>32.</span> Il tuo atteggiamento verso l’esterno lo definiresti serio e responsabile?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>33.</span> Ti piace stare insieme a molta altra gente?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>34.</span> Quando cammini in compagnia gli altri hanno difficoltà a tenere il tuo passo?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>35.</span> I musei o le mostre d’arte ti annoiano?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>36.</span> Il futuro ti preoccupa?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>37.</span> Ti senti più distante e riservato della maggior parte delle persone?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>38.</span> Preferisci guardare gli sport piuttosto che praticarli?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>39.</span> Sei tanto riflessivo e pensieroso che gli amici a volte ti chiamano sognatore?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
<tr class="odd">
<th colspan="3" class="column1" scope="row"><span>40.</span> Vai avanti a cercare un cestino per strada piuttosto che buttare la carta a terra?</th>
</tr>
<tr>
<td>SÌ</td>
<td>NON LO SO</td>
<td>NO</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Un <strong>punteggio zero</strong> definisce un equilibrio tra orientamento estroverso e introverso. Un <strong>punteggio positivo</strong> attesta una prevalenza estroversa, mentre uno <strong>negativo</strong> una prevalenza introversa. Maggiori sono i punteggi al di sopra o al di sotto dello zero (quindi più ci si avvicina al +40 o al – 40), più saremo marcatamente estroversi o introversi.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Ai soci e simpatizzanti iscritti alle letture</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2009/09/07/ai-soci-e-simpatizzanti-iscritti-alle-letture/</link>
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		<pubDate>Mon, 07 Sep 2009 15:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conferenze]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Darwin]]></category>
		<category><![CDATA[demistificazione]]></category>
		<category><![CDATA[Freud]]></category>
		<category><![CDATA[Marx]]></category>
		<category><![CDATA[mistificazione]]></category>
		<category><![CDATA[Nietzsche]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando ho proposto i cicli di letture, ho specificato chiaramente che essi si sarebbero realizzati solo con un numero minimo di venticinque partecipanti.
Alla fine delle iscrizioni hanno aderito ben 39 Soci (o simpatizzanti), gran parte dei quali a tutti e quattro i cicli.
Gli iscritti alle letture darwiniane sulla carta erano 35, di cui uno in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando ho proposto i <a href="/2009/02/10/ciclo-di-letture-i-grandi-demistificatori-darwin-marx-nietzsche-e-freud/">cicli di letture</a>, ho specificato chiaramente che essi si sarebbero realizzati solo con un numero minimo di venticinque partecipanti.<br />
Alla fine delle iscrizioni hanno aderito ben 39 Soci (o simpatizzanti), gran parte dei quali a tutti e quattro i cicli.<br />
Gli iscritti alle <a href="/2009/03/25/ciclo-di-letture-i-grandi-demistificatori-calendario-delle-letture-darwiniane">letture darwiniane</a> sulla carta erano 35, di cui uno in videoconferenza. Di fatto il numero dei presenti è stato in media la metà.<br />
Avviata l&#8217;esperienza e preso atto dell&#8217;interesse dei partecipanti, non mi è sembrato opportuno interromperla.</p>
<p>Per i cicli ulteriori è necessario definire un quadro minimo di regole.<br />
<strong>Prima di avviare le letture su Marx, è indispensabile che i Soci o simpatizzanti già iscritti confermino la loro adesione, assumendo l&#8217;impegno di versare le quote stabilite per le conferenze anche in caso di assenza.</strong> Per confermare la propria adesione, occorre <strong>inviare una mail a <a href="javascript:linkTo_UnCryptMailto('nbjmup;dpogfsfo{fAmfhbjouspwfstj/ju');">conferenze<script type="text/javascript"> obscureAddMid();</script>@legaintroversi.it<script type="text/javascript"> obscureAddEnd();</script></a>, specificando un indirizzo e-mail o un recapito telefonico</strong>.</p>
<p>Il calendario delle letture marxiane sarà pubblicato a breve sul sito.</p>
<p>A differenza di quanto è avvenuto per Darwin, i testi delle letture, le presentazioni in PP, i materiali bibliografici e i video delle conferenze saranno pubblicati sul sito <strong>in forma criptata</strong>. Avranno dunque accesso ad essi solo <strong>gli iscritti alle letture e coloro che, eventualmente, per accedere al materiale verseranno sul c/c della LIDI la quota di € 15 a conferenza</strong>. Username e password saranno assegnati dall&#8217;amministratore del sito.</p>
<p>&Egrave; superfluo specificare che le letture, che rappresentano per me un impegno gravoso, sono finalizzate ad assicurare la copertura delle spese  della LIDI, dato che il numero degli iscritti all&#8217;associazione non consente di coprirle.<br />
In caso di insuccesso dell&#8217;attività in questione, la LIDI andrà avanti fino all&#8217;esaurimento dei fondi disponibili (che per ora assicurano la copertura delle spese fino a dicembre) e di quelli che eventualmente si raccoglieranno con il pagamento delle quote societarie a gennaio.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.legaintroversi.it/2009/09/07/ai-soci-e-simpatizzanti-iscritti-alle-letture/feed/</wfw:commentRss>
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		</item>
		<item>
		<title>Fëdor Dostoevskij – L&#8217;idiota</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2009/08/07/fedor-dostoevskij-lidiota/</link>
		<comments>http://www.legaintroversi.it/2009/08/07/fedor-dostoevskij-lidiota/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2009 06:59:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[appartenenza/integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Dostoevskij]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
		<category><![CDATA[normalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[opposizione/individuazione]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://lnx.legaintroversi.it/?p=701</guid>
		<description><![CDATA[1.
Con Nietzsche, Dostoevskij si può ritenere colui che ha più approfondito il tema dell&#8217;introversione, da entrambi colta come diversità rispetto alla media (eccezionalità per l&#8217;uno, &#8220;morbosità&#8221; per l&#8217;altro). Il fascino esercitato da Dostoevskij su Nietzsche si può ricondurre al fatto che egli non arretra di fronte ad una verità sgradevole: quella per cui, se l&#8217;espressione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Con <a href="/2007/05/25/la-personalita-di-friedrich-nietzsche/">Nietzsche</a>, <span class="highlight-blue-b">Dostoevskij</span> si può ritenere colui che ha più approfondito il tema dell&#8217;introversione, da entrambi colta come diversità rispetto alla media (eccezionalità per l&#8217;uno, &#8220;morbosità&#8221; per l&#8217;altro). Il fascino esercitato da Dostoevskij su Nietzsche si può ricondurre al fatto che egli non arretra di fronte ad una verità sgradevole: quella per cui, se l&#8217;espressione comportamentale più propria e immediata dell&#8217;introversione è un modo di essere naturalmente vincolato al rispetto e alla comprensione dell&#8217;altro, che può giungere alla <em>pietas</em>, laddove le circostanze di vita, vissute come ingiuste, attivano una componente oppositiva, il comportamento può sormontare i vincoli naturali e attestarsi su di un registro di aggressività e &#8220;cattiveria&#8221; che, in sé e per sé, sembra incompatibile con la sensibilità sociale.</p>
<p>Sia ne <a href="/2006/12/06/fedor-dostoevskij-memorie-dal-sottosuolo/"><strong><em>Le memorie del sottosuolo</em></strong></a> che in <em>Delitto e castigo</em>, Dostoevskij descrive in maniera straordinariamente acuta questa temibile alienazione. In entrambi i casi, il cinismo dei protagonisti appare senza limite e la loro brutalità, nei confronti peraltro di esseri vulnerabili, ripugnante. &Egrave; vero che qua e là, come ho cercato di evidenziare nelle recensioni, la loro natura profonda viene in luce sotto forma di senso di colpa, e che questo vissuto, almeno in un caso – quello dello studente Raskolnikov – produce una riparazione. Ciò nulla toglie al fatto che i protagonisti, nonostante il senso di colpa, agiscono comportamenti oggettivamente ingiustificabili.</p>
<p>Nietzsche fa propria l&#8217;ideologia nichilistica espressa a chiare lettere da Raskolnikov, dando ad essa il carattere di una cattiveria necessaria al fine di affrancare l&#8217;umanità da un patetico umanitarismo e attestarla sul piano di una nobile e spietata lotta tra spiriti eletti per affermare il diritto del più forte. Nel ricavare da Dostoeskij l&#8217;ideologia nichilistica, Nietzsche esprime la sua fiera (e &#8220;patologica&#8221;) avversione nei confronti della <em>pietas</em>, sublime sentimento che egli squalifica come cedimento all&#8217;influenza del Cristianesimo, e che, paradossalmente, rappresenta l’unica possibilità per gli spiriti &#8220;eletti&#8221;, vale a dire dotati di una viva sensibilità, di andare al di là del bene e del male.</p>
<p>Rispetto a Nietzsche, Dostoevskij, con <strong><em>L&#8217;idiota</em></strong>, arriva più in profondità nello studio della natura umana e delle sue molteplici espressioni, dipendenti in parte dall&#8217;interazione con l&#8217;ambiente sociale e culturale. <strong>Gli estremi caratteriali della tipologia introversa, &#8211; l&#8217;una più espressiva della natura, l&#8217;altra della volontà di negarla e di affrancarsene &#8211; sono incarnate, infatti, dai due protagonisti &#8211; Lev Nikolaeviè Myškin e Nastas&#8217;ja Filippovna –</strong>, il cui tragico rapporto rappresenta la struttura del romanzo. Lo spettro introverso, nelle sue diverse combinazioni, è rappresentato anche da altri personaggi (Ganja e Aglaja per un verso, Rogozin e Ippolit per un altro).</p>
<p>Anche se Dostoevskij non accenna mai esplicitamente all&#8217;introversione, che egli abbia intuito l&#8217;esistenza di una tipologia caratteriale diversa rispetto alla media, atta a funzionare come una sorta di prisma delle ambivalenze intrinseche alla natura umana, è attestato dal fatto che, ne <em>L&#8217;idiota</em>, più ancora che in altre opere, i protagonisti e coloro che appartengono a tale tipologia risaltano sullo sfondo di un mondo la cui normalità, peraltro apparente, fa sì che quell&#8217;ambivalenza si esprime sul registro della mediocrità.</p>
<p>Ciò concerne l&#8217;uomo comune:</p>
<blockquote>
<p>Ci sono delle persone difficili da caratterizzare una volta per tutte nei loro tratti più tipici. Esse vengono di solito definite &#8220;comuni&#8221;, &#8220;la maggioranza&#8221;, e di fatto costituiscono la grande maggioranza di ogni società…<br />
<br />
Ciò nonostante rimane dinanzi a noi un quesito: come si deve comportare il romanziere con le persone ordinarie, completamente &#8220;comuni&#8221;, come deve porle dinanzi al lettore per renderle in qualche modo interessanti? Escluderli del tutto dal racconto non si può dal momento che le persone ordinarie costituiscono continuamente e nella maggioranza dei casi l&#8217;elemento indispensabile nel concatenarsi degli eventi della vita, escluderli dunque significherebbe trasgredire alla regola della verosimiglianza. Riempire i romanzi unicamente di tipi o, semplicemente per suscitare interesse, di esseri strani e inesistenti sarebbe inverosimile e, certo, anche poco interessante. Secondo noi, lo scrittore deve cimentarsi nello scoprire sfumature interessanti e istruttive anche nell&#8217;ordinarietà. Proprio quando, per esempio, l&#8217;essenza stessa di alcune persone ordinarie si racchiude nella loro ordinarietà quotidiana e immutabile oppure, ancora meglio, quando, nonostante tutti i loro sforzi straordinari per sfuggire in qualche modo dalla sfera della routine e della banalità, finiscono tuttavia per rimanervi immutabilmente ed eternamente invischiati, allora anche tali persone acquisiscono a modo loro una caratteristica tipica: la loro ordinarietà, che non vuole in alcun modo rimanere ciò che è, ma vuole diventare a qualunque costo originale e indipendente senza essere dotata di alcun mezzo per esserlo…</p>
<p>
In realtà non c&#8217;è niente di più triste che, per esempio, essere ricchi, di buona famiglia, di bell&#8217;aspetto, abbastanza istruiti e intelligenti, persino buoni, e al tempo stesso non avere nessun talento, nessuna peculiarità, neanche una stranezza, né un&#8217;idea originale, insomma essere proprio &#8220;come tutti&#8221;. La ricchezza c&#8217;è, sì, ma non come quella dei Rothschild; la famiglia onorata, anche, ma non si è mai distinta in nulla; l&#8217;apparenza è piacevole, ma poco espressiva; l&#8217;educazione passabile, ma non si sa come metterla a frutto; l&#8217;intelligenza c&#8217;è, ma senza <em>idee proprie</em>; il cuore c&#8217;è, ma senza magnanimità e così via per tutti gli altri aspetti. Di persone come queste al mondo ce ne sono moltissime e anche più di quante sembrerebbe. Si dividono come il resto delle persone in due ordini principali: gli uni limitati, gli altri &#8220;assai più intelligenti&#8221;. I primi sono più felici. Per l&#8217;uomo &#8220;comune&#8221; limitato, per esempio, non c&#8217;è niente di più facile che immaginare se stesso come una persona poco comune e originale, compiacendosene senza alcun tentennamento…<br />
<br />
La sfrontataggine dell&#8217;ingenuità, in alcuni casi, arriva a livelli stupefacenti. Tutto questo sembra impossibile, ma lo si riscontra di continuo… l&#8217;incrollabile fiducia dell&#8217;uomo stupido in se stesso e nel proprio talento&#8230;<br />
</p>
<p>&#8230; questa categoria, come abbiamo già detto, è molto più infelice della prima. Il fatto è che l&#8217;uomo comune <em>intelligente</em>, anche se qualche volta di sfuggita ha immaginato di essere uomo geniale e originalissimo (anche per tutta la sua vita), ciò nonostante conserva nel suo cuore il tarlo del dubbio che lo conduce alla più totale disperazione. Anche se si rassegna, è completamente avvelenato interiormente dalla vanità frustrata. D&#8217;altronde abbiamo preso in considerazione un caso limite, mentre nella stragrande maggioranza di questa <em>intelligente</em> categoria di persone il fenomeno ha luogo non in maniera così tragica: ci si rovina un po&#8217; il fegato, ecco tutto. Tuttavia prima di arrendersi e rassegnarsi, queste persone a volte ne combinano delle belle per moltissimo tempo, dalla giovinezza all&#8217;età della rassegnazione, e tutto a causa del desiderio di originalità.</p>
</blockquote>
<p>Se <strong>la mediocrità è il tratto distintivo dell&#8217;uomo comune</strong>, essa investe, mutatis mutandis, anhe l&#8217;élite sociale, la classe nobiliare. Il principe Myskin tenta di illudersi a riguardo:</p>
<blockquote>
<p>Per la prima volta nella vita vedeva un angoletto di quello che si definiva col terribile nome di &#8220;gran mondo Da molto tempo, in seguito ad alcuni speciali propositi, congetture e inclinazioni, desiderava ardentemente penetrare in quella cerchia incantata di persone, proprio per questo la prima impressione lo coinvolgeva tanto. La prima impressione fu persino fantastica. Ebbe la subitanea sensazione che tutte quelle persone fossero nate proprio per stare insieme, che non fosse in corso nessuna &#8220;serata&#8221; con invitati, ma che quelli fossero intimi amici ai quali egli era legato da lunga e devota frequentazione e affinità di pensiero e dai quali era tornato dopo una breve separazione.</p>
<p>
Il fascino delle belle maniere, della sobrietà e della apparente sincerità era quasi magico. Non gli venne neanche in mente che tutta quella spontaneità, quella nobiltà, l&#8217;arguzia, il contegno dignitoso, potessero far parte di un&#8217;eccellente e artistica messinscena. La maggioranza di quelle persone, nonostante l&#8217;imponente esteriorità, era composta da persone abbastanza insulse che, tra l&#8217;altro, ignoravano, nel loro autocompiacimento, che quello che di buono c&#8217;era in loro era solo messinscena. Delle loro qualità essi non avevano merito dal momento che l&#8217;acquisivano inconsciamente, ereditariamente. Il principe non voleva neanche sospettare una cosa simile incantato dalla delizia della prima impressione.</p>
</blockquote>
<p>Ma la &#8220;verità&#8221; sfugge, infine, dalle sue labbra:</p>
<blockquote>
<p>Perché è proprio così, siamo ridicoli, superficiali, con cattive abitudini, ci annoiamo, non sappiamo osservare, non sappiamo comprendere, siamo tutti della stessa pasta, tutti, sia voi sia io, sia loro! Ecco non vi offendete se vi dico in faccia che siete ridicoli? E se è così, non è vero che siete materia viva? Sapete, secondo me, essere ridicoli a volte è bene, persino meglio: è più facile perdonarsi l&#8217;un l&#8217;altro, è più facile riconciliarsi. Non si può capire tutto subito, non si può cominciare dalla perfezione! Ci sono tante cose da non capire prima di raggiungere la perfezione! Quando si capisce troppo in fretta, non si capisce bene. Lo dico a voi, a voi che siete già in grado di capire molto e&#8230; di non capire.</p>
</blockquote>
<p>&Egrave; sullo sfondo di questa universale mediocrità che vanno analizzate le tipologie dei protagonisti del romanzo &#8211; Lev Nikolaeviè Myškin e Nastas&#8217;ja Filippovna -, che sono le due facce estremizzate della stessa medaglia, il cui conio è <strong>una sensibilità del tutto fuori dell&#8217;ordinario</strong>.</p>
<p>La trama del romanzo è esposta in questi termini nel Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi:</p>
<p><em>
<p>Il principe Myskin, ultimo germoglio d&#8217;una grande famiglia decaduta, ritorna in patria dopo aver soggiornato in Svizzera per ragioni di salute, essendo malato di nervi. In realtà in questo uomo apparentemente &#8220;idiota&#8221;, la cui idiozia consiste nell&#8217;assoluta impotenza della volontà e in una fede assoluta negli altri, fondata sopra una ancora più assoluta inesperienza di vita, Dostoevskij voleva dare un simbolo della saggezza cristiana nella sua essenza più pura.</p>
<p>Compagno di viaggio di Myskin in Russia è Rogozin, colui che gli offrirà l&#8217;occasione di dimostrare quel che può capitare a un uomo &#8220;positivamente buono&#8221; a contatto con la realtà. Spinto da una segreta simpatia e dal bisogno di confidarsi, Rogozin, giovane esuberante e volitivo, confida durante il viaggio a Myskin, che è spiritualmente il suo opposto, la passione violenta suscitata in lui da Nastasja Filippovna , una bellezza di fama equivoca la quale, orfana fin dall&#8217;infanzia, educata per carità, e divenuta amante dell&#8217;uomo che si era preso cura di lei, quasi con il senso di una doverosa ma disgustosa restituzione del beneficio ricevuto, nasconde nell&#8217;animo, naturalmente generoso, una avversione per il mondo maschile e, in genere, per tutti coloro che sembrano valersi, per umiliarla, di una sorte più fortunata.<br />
Giunti a Pietroburgo, i due si separano, e il principe si reca dal generale Epancin, suo parente, dal quale spera essere aiutato nella vita di lavoro che intende cominciare.</p>
<p>&#8220;Il romanzo, intricatissimo di avvenimenti, che si svolgono in breve periodo di tempo, muove di qui in un&#8217;atmosfera di nervosa inquietudine. Presso il generale, Myskin sente ancora parlare di Nastasja: il segretario del generale, infatti, Ganja, si prepara a sposarla in vista della dote che le darà il suo protettore di un tempo. E un legame sotterraneo attira il giovane principe verso questa ignota in cui intuisce un carattere nobile, vittima delle circostanze.<br />
Andato in casa di Ganja, che si offre di ospitarlo, egli incontra la donna e confusamente intuisce la situazione: Ganja non è un disonesto ma un ambizioso che vorrebbe quel matrimonio per i vantaggi che ne deriverebbero alla sua carriera; Nastasja, d&#8217;altra parte, sarebbe forse disposta ad accettarlo se appena vedesse predominare in lui un sentimento più umano, ma è disgustata dal suo piccolo arrivismo che sferza con violenta ironia quasi per costringerlo a superarlo. Così Myskin, uscito appena da una malattia che gli aveva oscurato la mente, intimamente convinto che ogni gesto umano debba essere volto al bene dei suoi simili e che ogni uomo sia in ansiosa ricerca della propria bontà, si getta indifeso nella pericolosa avventura. La sera egli si presenta non invitato in casa di Nastasja, circondata da una compagnia di gente che aspetta la sua decisione se sposare o no il pretendente Ganja, e quando arriva Rogozin, ubriaco e in compagnia di ubriachi, che getta sul tavolo una forte somma con la quale vorrebbe compensare la donna della dote promessa dal suo protettore e portarla poi con sé come amante, egli si fa decisamente difensore di Nastasja e si dichiara pronto a sposarla per salvarla dalla rovina.<br />
Nastasja vede in lui l&#8217;uomo che potrebbe veramente salvarla, ma non accetta questa soluzione dettata dalla pietà e troppo pericolosa per il giovane; e fugge con Rogozin.<br />
La posizione di Myskin diviene ancor più complessa con il delinearsi dell&#8217;amore di Aglaja, la figlia minore del generale Epancin, per lui: amore dissimulato per orgoglio ma alimentato da un&#8217;affezionata ammirazione. Il principe sembra corrispondere, ma, in lui, il richiamo del sesso non riesce ad affiorare dal senso di universale affetto che lo lega agli uomini tutti; e questo, se da un lato fa aumentare l&#8217;ammirazione di Aglaja per lui, dall&#8217;altro esaspera la sua femminilità e la porta talora a disprezzare l&#8217;uomo nella creatura superiore che essa venera. Infine tra Myskin e Rogozin si viene lentamente formando un rapporto di simpatia quasi fraterna, per quel che di superiore hanno in comune nei loro atteggiamenti verso Nastasja, e, insieme, da parte di Rogozin, di furiosa rivalità, che spinge il giovane fin quasi a tentar di uccidere l&#8217;amico.</p>
<p>Dietro queste vicende principali passano poi figure minori, amici di Rogozin e di Myskin, studenti senza avvenire, uomini mancati di ogni sorta, in cui imperversa egualmente la triste lotta tra segrete tendenze verso il bene e una effettiva malvagità. Quasi commento dell&#8217;insieme, figura di adolescenza sana e in buona fede fra tanti ondeggianti motivi, è Kolja, il fratello minore di Ganja, a cui è affidato lo stesso compito che avrà Alësa nei Fratelli Karamazov. Il romanzo finisce tragicamente con l&#8217;uccisione di Nastasja per mano di Rogozin e con la definitiva follìa del principe.&#8221;</p>
<p></em></p>
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		<title>I quattrocento colpi &#8211; François Truffaut</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Aug 2009 17:28:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[introversi oppositivi]]></category>
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		<category><![CDATA[normalizzazione]]></category>
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		<description><![CDATA[1.
Nel primo articolo sulla genetica dell&#8217;introversione ho riprodotto l&#8217;immagine di E.T. tratta dal film Incontri ravvicinati del terzo tipo per fare riferimento al tipo ideale verso il quale tende l’evoluzione umana e che è implicito nel potenziale di sviluppo degli introversi. È per puro caso che, nel film di Spielberg, lo scienziato deputato a coordinare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Nel primo <a href="/2007/01/28/genetica-e-introversione-1/">articolo sulla genetica dell&#8217;introversione</a> ho riprodotto l&#8217;immagine di E.T. tratta dal film <em>Incontri ravvicinati del terzo tipo</em> per fare riferimento al tipo ideale verso il quale tende l’evoluzione umana e che è implicito nel potenziale di sviluppo degli introversi. È per puro caso che, nel film di Spielberg, lo scienziato deputato a coordinare l&#8217;impresa di entrare in contatto con gli estraterrestri sia <span class="highlight-blue-b">François Truffaut</span>, <strong>un regista la cui vita è un documento esemplare dei pericoli e allo stesso tempo della ricchezza intrinseca alla norma di reazione introversa</strong>.</p>
<p>L&#8217;esperienza di Truffaut, di fatto, ha riconosciuto due fasi nettamente distinte: la prima, dall&#8217;infanzia sino alla tarda adolescenza, caratterizzata da una turbolenza pressoché continua che, oggi, sarebbe stata di sicuro diagnosticata come una sindrome borderline; la seconda, alimentata dalla passione per il cinema e per i libri, che ha portato non solo al successo il regista, ma ha trasformato l&#8217;uomo, a detta di tutti coloro che lo hanno conosciuto e frequentato, in un essere profondo, riflessivo, appassionato, riservato e estremamente gentile.<br />
La parabola di Truffaut è stata, insomma, quella tipica di un <strong>introverso oppositivo</strong>, che ha intrattenuto con il mondo un rapporto perennemente conflittuale finché non ha trovato, grazie anche all’incontro con un adulto che ha immediatamente intuito le sue doti creative, la sua strada artistica.</p>
<p>La prima fase della vita è stata ricostruita da Truffaut stesso nei seguenti termini:</p>
<blockquote><p>Sono nato a Parigi il 6 febbraio 1932. Ero un allievo terribile che costituiva la disperazione dei suoi genitori. Sono stato bocciato agli esami di quinta elementare e, nei corsi superiori, la mia occupazione preferita era quella di marinare la scuola (&#8230;) C&#8217;era la guerra, e noi barattavamo oggetti rubacchiati qua e là con litri di vino che poi vendevamo. Poco prima della Liberazione fui mandato in colonia ma dopo pochi giorni scappai. M&#8217;impiegai come magazziniere presso un commerciante di grano e dopo aver perduto l&#8217;impiego, quattro mesi dopo fondai un cine-club in concorrenza con quello di André Bazin. È in quella circostanza che l&#8217;ho conosciuto. Mio padre ritrovò le mie tracce e mi consegnò alla polizia. Sono stato ospite per molto tempo del riformatorio di Villejuif da cui mi fece uscire André Bazin. Sono stato manovale in un&#8217;officina, poi mi sono arruolato per la guerra d&#8217;Indocina. Ho approfittato di una licenza per disertare. Ma, dietro consiglio di Bazin, ho raggiunto il mio reparto. In seguito sono stato riformato per instabilità di carattere.</p></blockquote>
<p><span class="highlight-blue">André Bazin</span> è, dunque, la figura di riferimento che, entrando nella vita di Truffaut, lo ha aiutato a trovare la via della sua autorealizzazione.</p>
<p>In una scena di <em>Tìrez sur le pianiste</em> (poi soppressa al montaggio), il protagonista Charlie Kohler parla con deferenza e affetto del suo vecchio maestro di pianoforte, Zélény. Le parole sono quelle dell&#8217;omaggio di Truffaut a Bazin, scritto in occasione della sua morte (novembre &#8216;58) e pubblicato su <em>Aro</em>.<br />
«Tu capisci, se non avessi avuto Zélény, non sarei mai diventato pianista, è il solo che mi abbia aiutato; è stato un padre per me; non mi ha sola¬mente insegnato il piano, mi ha insegnato a diventare uomo. Era un tipo straordinario; gli devo tutto ciò che di felice mi è capitato nella mia vita; parlare con lui era come per un indù bagnarsi nel Gange. Era malato, ma la sua salute morale era formidabile. Chiedeva in prestito del denaro a voce alta e lo prestava discretamente. Con lui tutto diventava semplice, chiaro e sincero. Quando doveva assentarsi per più giorni, cercava sempre un amico al quale prestare la sua casa, un altro a cui prestare la sua auto&#8230; Amava tutti, senza eccezioni; ci si chiede sempre se il mondo è giusto o ingiusto, ma sono certo che esistono tipi come Zélény che lo rendono migliore perché a forza di credere che la vita è bella e agendo come se lo fosse, fanno del bene a tutti coloro che li avvicinano; si potrebbero contare sulla punta delle dita le persone che si sono comportate male nei suoi con¬fronti. In sua presenza, a contatto con lui, stupiti da tanta purezza, era impossibile non dare il meglio di se stessi. Il suo segreto era la bontà e la bontà è forse il segreto del genio».</p>
<p>Era quasi inevitabile che l&#8217;avvio della carriera cinematografica di Truffaut non potesse prescindere dall&#8217;autobiografia, dal tornare suoi suoi passi e ricostruire la sua carriera di bambino e adolescente difficile. Con <strong><em>Les quatre-cents coups</em></strong> (<em>I quattrocento colpi</em>, pessima traduzione per un titolo originario gergale che significa &#8220;il diavolo a quattro&#8221;) non raggiunge solo, nel 1959, il successo, che durerà sino alla fine prematura della sua vita, sopravvenuta nel 1984, ma consegna al cinema <strong>un capolavoro denso di verità sulla condizione di un adolescente oppositivo</strong>, la cui apparente freddezza,  il cui distacco e la cui ribellione nei confronti del mondo degli adulti celano un bisogno infinito di amore, di libertà e di grandezza.</p>
<p>La trama del film è stata sintetizzata in questi termini da Alberto Barbera e Umberto Mosca nella loro eccellente monografia (<em>Francois Truffaut</em>, Editrice il Castoro, Milano 1995):</p>
<blockquote><p>Antoine Doinel vive con la madre e il padre adottivo in un piccolo e insufficiente appartamento di un quartiere popolare di Parigi. L&#8217;ostilità dell&#8217;ambiente e l&#8217;incomprensione delle persone con cui vive, determinano i gesti di rivolta di Antoine, che si difende come può: marinare la scuola, rubare i soldi della spesa, mentire a genitori ed insegnanti, divengono pratiche quotidiane che tradiscono il bisogno di evadere, di vivere la propria vita in maniera diversa. Ma per i professori, Antoine non è che un ragazzo particolarmente indisciplinato che va punito; per i genitori, troppo occupati dai rispettivi problemi (non vanno d&#8217;accordo neppure tra di loro: il padre non pensa che alle auto, la madre cerca scampo in una relazione con il capufficio), egli è piuttosto un ingombro, un peso dà tollerare finché è possibile. Un giorno, per giustificare un&#8217;assenza da scuola Antoine si inventa la morte della madre; scoperto, decide di non tornare a casa e passa la notte in una stamperia, dove lo ha condotto il suo unico amico e compagno di scuola René. Il giorno seguente, i genitori si prendono cura di lui, sono affettuosi e pieni di attenzioni. Antoine fa buoni propositi, promette di impegnarsi; ma a scuola, il professore lo accusa di aver copiato il tema da un brano di Balzac Cacciato dall&#8217;aula, si rifugia in casa di René. Con lui progetta il furto di una macchina da scrivere dall&#8217;ufficio di suo padre. Scoperto mentre la sta riportando (perché non riesce a venderla), è consegnato dagli stessi genitori alla polizia. Antoine passa la notte in guardina, in compagnia di prostitute e rapinatori: il giorno seguente, il giudice decide, con il consenso della madre, di assegnarlo ad un centro di osservazione per minori delinquenti. Durante una partita di pallone, Antoine evade e, attraverso la campagna, raggiunge il mare che non aveva mai visto.</p></blockquote>
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		<title>Mistificazione: trucchi, trappole e trabocchetti della mente</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Jun 2009 08:58:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conferenze]]></category>
		<category><![CDATA[appartenenza/integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[demistificazione]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
		<category><![CDATA[meccanismi di difesa]]></category>
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		<description><![CDATA[Conferenza tenuta a Roma il 23 maggio 2009
Si ingurgita a gran sorsi la menzogna che ci lusinga,
mentre si beve goccia a goccia una verità per noi amara.
(Diderot, Il nipote di Rameau)
Premessa
Come molti sanno, ho avviato un ciclo di letture su autori che ho definito come i Grandi Demistificatori: Darwin, Marx, Nietzsche e Freud. Non penso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="alignr"><strong>Conferenza tenuta a Roma il 23 maggio 2009</strong></p>
<p class="alignr"><em>Si ingurgita a gran sorsi la menzogna che ci lusinga,<br />
mentre si beve goccia a goccia una verità per noi amara.<br />
(Diderot, Il nipote di Rameau)</em></p>
<h3>Premessa</h3>
<p>Come molti sanno, ho avviato un <a href="/2009/02/10/ciclo-di-letture-i-grandi-demistificatori-darwin-marx-nietzsche-e-freud/">ciclo di letture</a> su autori che ho definito come i <strong>Grandi Demistificatori</strong>: Darwin, Marx, Nietzsche e Freud. Non penso che sia riduttivo identificare come comune denominatore delle loro opere, peraltro profondamente diverse, la demistificazione, vale a dire l’intento di liberare la coscienza umana dai miti, dalle illusioni e dagli inganni in cui essa è avvolta e si avvolge.</p>
<div style="width:425px;text-align:left" id="__ss_1835279" class="slideshare"><object style="margin:0px" width="425" height="355"><param name="movie" value="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=conferenzamistificazione-090810064626-phpapp02&#038;stripped_title=mistificazione-trucchi-trappole-e-trabocchetti-della-mente" /><param name="allowFullScreen" value="true"/><param name="allowScriptAccess" value="always"/><embed src="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=conferenzamistificazione-090810064626-phpapp02&#038;stripped_title=mistificazione-trucchi-trappole-e-trabocchetti-della-mente" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="355"></embed></object>
<div style="font-size:11px;font-family:tahoma,arial;height:26px;padding-top:2px;">Vedi altre presentazioni della <a style="text-decoration:underline;" href="http://www.slideshare.net/LIDI">LIDI</a>.</div>
</div>
<p>Darwin libera l&#8217;uomo dall&#8217;antropocentrismo, vale a dire dalla presunzione che egli ha di essere al centro dell&#8217;Universo e di avere un&#8217;importanza del tutto particolare, che si perpetua in ogni soggetto sotto forma di narcisismo.</p>
<p>Marx lo riconduce alla consapevolezza che lo stato di cose esistente nel mondo, che egli vive come naturale in conseguenza del suo aderire all&#8217;ideologia del tempo, è in realtà un prodotto della storia, dell&#8217;attività degli esseri umani che lo hanno preceduto, quindi modificabile.</p>
<p>Nietzsche sottolinea che l&#8217;appartenenza sociale rende l&#8217;uomo inesorabilmente un animale gregario, che tende ad omologarsi al senso comune, ad uniformare i suoi comportamenti ai codici normativi del gruppo, e a rinunciare a perseguire l&#8217;obiettivo dell&#8217;individuazione.</p>
<p>Freud, infine, scopre che ogni soggetto utilizza senza rendersene conto una serie di meccanismi difensivi che mettono la coscienza al riparo da verità inquietanti, spiacevoli o socialmente disdicevoli, ma il cui prezzo è la falsificazione dell&#8217;immagine di sé.</p>
<p>L&#8217;antropocentrismo, la naturalizzazione della realtà storica, l&#8217;omologazione indotta dall&#8217;appartenenza sociale, l&#8217;adozione costante da parte dell&#8217;Io di meccanismi difensivi sono aspetti diversi ma concorrenti di un <strong>processo di mistificazione</strong> per cui l&#8217;uomo vive normalmente sul registro di un <strong>ingenuo realismo</strong> che lo mette al riparo dal chiedersi perché il mondo è fatto in un certo modo e non in un altro (possibile e migliore), dal prendere posizione in rapporto al senso comune e ai codici normativi e dall&#8217;interrogarsi, infine, sulla sua reale e contraddittoria realtà interiore.</p>
<p>I Grandi Demistificatori ci tolgono certezze, ma ci abituano a convivere e a coltivare il dubbio. Possono aiutarci dunque a mantenere una tensione critica che è un antidoto contro la tendenza della coscienza umana alla mistificazione.</p>
<p>Mi auguro che tutti i soci della LIDI vogliano approfondire queste tematiche consultando le letture darwiniane, marxiane, nietzschiane e freudiane via via che saranno pubblicate sul sito.</p>
<p>Esse fanno capo ad una riflessione personale sui processi soggettivi e culturali di mistificazione che va avanti ormai da più di trent’anni, intrecciandosi indissolubilmente con la mia esperienza umana e intellettuale.</p>
<p>L&#8217;<strong><em><a href="/2007/11/28/abbecedario-di-scienze-umane-e-sociali/">Abbecedario di scienze umane e sociali</a></em></strong>, nuova edizione di <em>Abracadabra</em>, è una sintesi di tale riflessione. Nella premessa si legge:</p>
<blockquote>
<p>Capire e cambiare, anche solo di una virgola, qualcosa della propria personalità richiede un duro lavoro. Bisogna, infatti, fare i conti con le trappole intrinseche al singolare congegno impiantato nella scatola cranica, con quelle, ancora più insidiose, che la cultura ha prodotto e produce per ridurre l’impegno personale di capire qualcosa della giostra della vita, e, infine, con la cronica tendenza dell’Io cosciente alla mistificazione, vale a dire a fare carte false pur di non vedere come stanno le cose (fuori e dentro di sé). Fare questi conti implica, però, sapere che queste trappole esistono e, almeno approssimativamente, come funzionano.</p>
</blockquote>
<p>Le &#8220;trappole&#8221; sono, dunque, tre: <strong>la struttura stessa del cervello</strong> &#8211; macchina complessa prodotta dall&#8217;evoluzione, che la natura ci ha concesso in uso senza il libretto di istruzioni -; <strong>la determinazione storica della coscienza individuale</strong>, sulla quale grava il peso dell&#8217;uso fatto da tutte le generazioni che l&#8217;hanno preceduta; <strong>le esigenze dell&#8217;Io di un&#8217;immagine unitaria, coesa e socialmente &#8220;normale&#8221;</strong>, che lo portano spesso inconsapevolmente a &#8220;rimuovere&#8221; o a &#8220;razionalizzare&#8221; le contraddizioni che vive ed esprime quotidianamente.</p>
<p>Questa conferenza segue le tracce del saggio, che in assoluto è il libro a me più caro, cercando di integrarle in un discorso &#8211; mi auguro &#8211; comprensibile e stimolante.</p>
<p>Dall&#8217;analisi dovrebbe riuscire chiaro, per un verso, che uno stato di  coscienza del tutto affrancato dalla mistificazione è un&#8217;illusione, e, per un altro, che ciascuno di noi, nel suo piccolo, sforzandosi, può raggiungere un maggior grado di consapevolezza oggettiva (sullo stato di cose nel mondo) e soggettiva (su se stesso).</p>
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		<title>Introduzione al ciclo di letture &#8220;I grandi demistificatori: Darwin, Marx, Nietzsche e Freud&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Mar 2009 06:41:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conferenze]]></category>
		<category><![CDATA[Darwin]]></category>
		<category><![CDATA[demistificazione]]></category>
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		<description><![CDATA[1.
Darwin, Marx, Nietzsche, Freud: quattro autori contestati in vita e dopo la morte, ritenuti dalla cultura restauratrice contemporanea obsoleti, se non addirittura (è il caso di Marx) sepolti dal verdetto della storia. Tra essi si danno diversità di ogni genere. Tre soli fattori li accomunano: il rifiuto di ogni trascendenza, il riferimento all&#8217;uomo come misura [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Darwin, Marx, Nietzsche, Freud: quattro autori contestati in vita e dopo la morte, ritenuti dalla cultura restauratrice contemporanea obsoleti, se non addirittura (è il caso di Marx) sepolti dal verdetto della storia. Tra essi si danno diversità di ogni genere. Tre soli fattori li accomunano: il rifiuto di ogni trascendenza, il riferimento all&#8217;uomo come misura di tutte le cose, e la critica (implicita o esplicita) del senso comune e delle ideologia &#8211; anche filosofiche e scientifiche &#8211; che lo alimentano.</p>
<p>Dedicarsi ad una riflessione approfondita (nei limiti del possibile) sul loro pensiero non può prescindere dal mettere in conto che, se per via  può intervenire qualche &#8220;illuminazione&#8221;, il rischio di confondersi le idee è certo.  </p>
<p>La lettura di <span class="highlight-blue-b">Darwin</span> impone di familiarizzare con la biologia, la paleontologia, la genetica, la neurobiologia, ecc.; quella di <span class="highlight-blue-b">Marx</span> con l&#8217;economia, la sociologia, la storia sociale, la politica, ecc.; quella di <span class="highlight-blue-b">Nietzsche</span> con la filosofia, l&#8217;epistemologia, la storia della cultura, la morale, ecc.; quella di <span class="highlight-blue-b">Freud</span> con la psicoanalisi, la psicopatologia, la psichiatria, ecc.</p>
<p>L&#8217;approfondimento di tutte queste tematiche richiederebbe un tempo indefinito. Occorrerà, per dare senso a questo ciclo di letture, proporsi un obiettivo. Penso che, a riguardo, non sussistano dubbi. Darwin, Marx, Nietzsche e Freud parlano dell&#8217;uomo e suggeriscono, implicitamente, che l&#8217;angolatura migliore per cogliere il senso di questo singolare animale e la sua avventura siano rispettivamente la biologia, la storia (economica e sociale), la filosofia, la psicologia. Si può ragionevolmente pensare, proprio sulla base dei loro sforzi, che, per arrivare a capire qualcosa dell&#8217;uomo, occorra  integrare queste diverse prospettive.</p>
<p>Paradossalmente, l&#8217;intento di un&#8217;integrazione (che io inclino a ricondurre ad una nuova disciplina, la Panantropologia) postula che tali prospettive siano adeguatamente conosciute nella loro diversità. Non si tratterà, ovviamente, di un percorso accademico. Metterò in campo le riflessioni che ho fatto nel corso di quaranta anni di studio e le conclusioni (provvisorie) cui sono pervenuto. Non do per scontato che esse debbano essere condivise. Sarà un buon risultato se risulteranno sufficientemente chiare. Mi riprometto di utilizzare un linguaggio accessibile e di semplificare i concetti senza banalizzarli, Sarebbe ingenuo non anticipare, però, che l&#8217;impegno richiesto ai partecipanti potrà risultare, in alcuni momenti, duro. Se si decide di scalare le montagne, bisogna mettere nel conto qualche aspra pendenza.</p>
<p>Questa Introduzione è né più né meno un esercizio di &#8220;riscaldamento&#8221;.</p>
<p>La grandezza di Darwin, Marx, Nietzsche e Freud è ormai consegnata alla storia, ma il valore e il significato delle loro opere è ancora controverso.</p>
<p>La polemica dei creazionisti contro Darwin è fin troppo nota. Per quanto si tratti di una polemica che, per spiegare l&#8217;esistenza dell&#8217;uomo propone un&#8217;alternativa molto meno credibile dell&#8217;evoluzionismo, è fuor di dubbio che essa muove dal rilevare limiti della teoria darwiniana che sono reali. Nella sua versione integralista, il creazionismo, che fa riferimento alla Bibbia come testo ispirato da Dio da prendere alla lettera, è francamente ridicolo. Occorre, però, considerare che il cieco meccanicismo casuale che sottende la teoria dell&#8217;evoluzione è rifiutato da un numero rilevante di studiosi che, pur non essendo credenti, ritengono che la singolarità dell&#8217;essere umano, posta la sua discendenza dagli altri animali, sia tale da costringere ad ammettere un Disegno Intelligente che sottenderebbe non solo la nascita dell&#8217;uomo, ma l&#8217;evoluzione di tutto l&#8217;Universo verso forme sempre più elevate di organizzazione. L&#8217;uomo con la sua capacità di interrogarsi su di essa, sarebbe, dunque, il fine di questa evoluzione.</p>
<p>Riguardo a Marx, è noto che, nel 1989, in seguito alla caduta del muro di Berlino, ne è stata dichiarata la morte, con un sospiro di sollievo, da parte dei liberisti di tutto il mondo. Purtroppo, questa dichiarazione ha profondamente turbato i partiti di sinistra inducendoli o all&#8217;abiura o a tentativi maldestri di arroccamento dogmatico o di &#8220;rifondazione&#8221;. Di fatto, ciò che è morto è stato il primo tentativo storico di costruire un mondo socialista sulla base di un fraintendimento radicale del pensiero di Marx, che esaltava la libertà e la dignità dell&#8217;uomo. Il fraintendimento, però, c&#8217;è stato, e sarebbe ingenuo non tenere conto che esso non si sarebbe potuto realizzare se l&#8217;opera di Marx non contenesse un&#8217;ambiguità di fondo. Occorrerà capire di che si tratta.</p>
<p>Nietzsche è andato incontro a vari cicli di morte e di resurrezione. Il suo pensiero è stato fatto proprio dalle correnti irrazionaliste dei primi decenni del XIX secolo, che sono poi confluite nell&#8217;ideologia nazi-fascista. In conseguenza di questo, accusato di essere stato un ispiratore del nazismo, è stato letteralmente rimosso dalla cultura dopo la fine della seconda guerra mondiale. La rinascita di Nietzsche è avvenuta in Francia in virtù della lettura di sinistra del suo pensiero e, in Italia, in conseguenza della sua assunzione come fautore del pensiero debole. Per questa via, però, egli è stato assunto, dai benpensanti, come progenitore del nichilismo e attaccato in quanto demolitore di ogni valore. Il pensiero di Nietzsche è, di fatto, intrinsecamente controverso poiché esso si dispiega a partire da un mondo interiore nel quale la genialità e la psicopatologia si intrecciano di continuo.</p>
<p>Le teorie di Freud, originariamente respinte dai benpensanti, hanno conseguito, nel corso del Novecento, una sorta di egemonia supportata da una vasta diffusione presso l&#8217;opinione pubblica finché la teoria dei sistemi comunicativi prima e il cognitivismo poi non lo hanno spinto nella riserva indiana di un pensiero dogmatico e, tra l&#8217;altro, inefficace sotto il profilo terapeutico. Dogmatico il pensiero freudiano lo è veramente, soprattutto per quanto riguarda la concezione di una natura umana animata solo da pulsioni primordiali, caotiche e &#8220;animalesche&#8221;. Affrancato da tale concezione, che è di ordine ideologico, esso conserva, però, una valenza culturalmente rivoluzionaria che non ha prodotto ancora, a livello di consapevolezza che l&#8217;uomo ha di se stesso, tutti gli effetti che essa implica.</p>
<p>A queste vicissitudini, che rendono difficile una valutazione serena del contributo che questi quattro Grandi hanno dato alla Cultura, occorre aggiungere una riflessione sui rapporti intellettuali che essi hanno intrattenuto tra loro.  </p>
<p>Per quanto riguarda il rapporto tra Darwin e Marx qualcosa sappiamo. Darwin si interessava un po&#8217; di tutto, anche di economia, ma di sicuro non aveva letto il <em>Manifesto del Partito Comunista</em>. Marx, invece, probabilmente attraverso  Engels, aveva letto <em>L&#8217;origine delle specie</em> e ne era rimasto entusiasta al punto da inviare, nel 1880, una lettera a Darwin chiedendogli l&#8217;autorizzazione per apporre una dedica a lui nel secondo libro de <em>Il Capitale</em>. Egli aveva dunque colto il materialismo e l&#8217;anticreazionismo impliciti nella teoria dell&#8217;evoluzione naturale. In nome di questo aspetto, forse, era stato indotto a minimizzare differenze ideologiche che non gli erano certo sfuggite. Darwin cortesemente rifiutò, adducendo la sua scarsa competenza in ambito economico. Non sappiamo se e quanto egli abbia letto del testo inviatogli. Di sicuro, se lo avesse letto, avrebbe confermato il rifiuto. Egli era, infatti, sostanzialmente un liberale moderato, il quale neppure a livello scientifico (come vedremo) prendeva in esame la possibilità di cambiamenti rivoluzionari.</p>
<p>Nietzsche conosceva l&#8217;evoluzionismo darwiniano, soprattutto attraverso Herbert Spencer. Non ci sono prove che egli abbia mai letto le opere originali di Darwin. Il suo atteggiamento, comunque, è critico nei confronti dell&#8217;evoluzionismo, poiché egli rifiuta il concetto della lotta per sopravvivere. Solo un fraintendimento può portare a vedere nel Superuomo un derivato darwiniano. Il Superuomo non si adatta alle circostanze, le contrasta, le lotta e fa violenza ad esse.</p>
<p>Per quanto se ne sa, Nietzsche non ha mai letto Marx. La sua avversione nei confronti di qualunque forma di socialismo, inteso come sistema deputato a tutelare i &#8220;deboli&#8221;, è, però, esplicita e radicale.</p>
<p>Freud conosceva di sicuro l&#8217;opera di Darwin e quella di Nietzsche, ma ben poco quella di Marx. Darwin lo ha travisato, leggendo nell&#8217;evoluzionismo la prova delle origini &#8220;animalesche&#8221; dell&#8217;uomo e, dunque, della presenza nell&#8217;inconscio umano di pulsioni istintuali che ne rappresenterebbero l&#8217;eredità. Negando, però, l&#8217;esistenza nella natura umana di qualsivoglia bisogno sociale, egli, forse senza rendersene conto, ha rimosso uno degli elementi centrali della concezione antropologica darwiniana.</p>
<p>Freud apprezzava profondamente Nietzsche per due aspetti. Per un verso, lo identificava come un precursore della scoperta dell&#8217;inconscio e dell&#8217;orientamento essenzialmente mistificante della coscienza. Ne apprezzava, insomma, le intuizioni di psicologo. Per un altro verso, egli riteneva che la volontà di potenza di Nietzsche rappresentasse una prefigurazione dell&#8217;Es pulsionale, che tende alla scarica della tensione istintuale senza alcuna preoccupazione per l&#8217;Altro, che, a livello inconscio, non esisterebbe se non come oggetto di soddisfazione.</p>
<p>Per quanto riguarda Marx o meglio il socialismo, Freud, dal fondo del suo conservatorismo pessimistico, lo considerava un nobile ideale utopistico, destinato forse anche a realizzarsi, ma in un futuro remoto e non prevedibile, e soprattutto in conseguenza della capacità della Civiltà di modificare gli assetti pulsionali della natura umana. </p>
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