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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; Aree di ricerca</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
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		<title>Genetica e introversione (2)</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2007/11/29/genetica-e-introversione-2/</link>
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		<pubDate>Thu, 29 Nov 2007 09:58:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[genetica]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
		<category><![CDATA[neotenia]]></category>

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		<description><![CDATA[1.
L&#8217;articolo precedente &#8211; Genetica e introversione (1) &#8211; ha proposto l&#8217;ipotesi forse sorprendente, ma niente affatto azzardata per cui, posto che l&#8217;uomo è un animale per eccellenza neotenico, l&#8217;introversione rappresenterebbe uno spettro estremo del ritardo dello sviluppo il cui significato sarebbe quello di valorizzare al massimo grado il patrimonio emozionale, mantenendolo persistentemente vincolato ad una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>L&#8217;articolo precedente &#8211; <a href="/2007/01/28/genetica-e-introversione-1/"><strong><em>Genetica e introversione (1)</em></strong></a> &#8211; ha proposto l&#8217;ipotesi forse sorprendente, ma niente affatto azzardata per cui, posto che l&#8217;uomo è un animale per eccellenza neotenico, l&#8217;introversione rappresenterebbe uno spettro estremo del ritardo dello sviluppo il cui significato sarebbe quello di valorizzare al massimo grado il patrimonio emozionale, mantenendolo persistentemente vincolato ad una modalità originaria (da &#8220;cuccioli&#8221;).<br />
L&#8217;ipotesi può risultare sgradevole solo a chi vi legge il riferimento ad un infantilismo emozionale. In realtà, essa comporta solo il mantenersi di una ricchezza, di una plasticità e di una creatività emozionale che sono tipiche del mondo delle emozioni allo stato nascente, e che di solito tendono ad appiattirsi in conseguenza dello sviluppo della personalità, laddove esso persegue come suo unico obbiettivo l&#8217;adattamento al mondo esterno.<br />
Se questo è vero, la chiave esplicativa dell&#8217;introversione concernerebbe l&#8217;irriducibilità del patrimonio emozionale ad un processo di normalizzazione, presente in qualche misura in ogni società, che sollecita il soggetto ad aderire al senso comune e, in ultima analisi, alla formula secondo la quale il reale è razionale. Quel patrimonio, infatti, comporta l&#8217;intuizione che la realtà stessa si fonda su di una rete complessa di significati e che, al di là di essa, si dà un mondo possibile, un universo immaginario e simbolico.</p>
<p>Il discorso è a tal punto complesso che richiede di procedere con molta cautela.<br />
C&#8217;è da chiedersi, infatti, anzitutto perché la genetica, anziché tentare di valutare il peso globale dell&#8217;emozionalità nell&#8217;organizzazione della personalità umana, insiste ad identificare nell&#8217;introversione non già un modo di essere che investe in toto il rapporto che il soggetto intrattiene con il mondo, bensì solo un tratto di carattere riconducibile all&#8217;attività di uno o più geni.<br />
Trattandosi di un discorso specialistico, che investe il modo riduzionistico con il quale la genetica affronta il problema della personalità, esso richiederebbe un excursus piuttosto lungo e complesso. Preferisco aggirare lo scoglio fornendo, in appendice, alcune nozioni elementari  sulla genetica (che successivamente tenterò di arricchire) e fornendo immediatamente un esempio di come essa attualmente procede. L&#8217;esempio è tratto da <em><strong>Il gene agile</strong></em> di <span class="highlight-blue-b">Scott Ridley</span>. Nel capitolo tre, l&#8217;autore affronta il problema dell&#8217;influenza dei geni sulla personalità in questi termini:</p>
<blockquote>
<p>Che tipo di gene potrebbe causare una variazione della personalità? Un gene è un insieme di istruzioni per la sintesi di una molecola proteica. Pare impossibile saltare da questo esempio di semplicità digitale a qualcosa di complesso come la personalità; oggi tuttavia, per la prima volta, è possibile farlo. Stiamo scoprendo le alterazioni della sequenza genica che portano a modificazioni del carattere: il pagliaio sta svelando i suoi primi, pochi, aghi.<br />
<br />
Prendiamo, per esempio, il gene di una proteina denominata «fattore neurotropico di derivazione cerebrale»,  o BDNF, localizzato sul cromosoma Il. Si tratta di un gene breve: un segmento di DNA lungo solo 1335 lettere, codificante (con un codice di quattro lettere) la ricetta completa per la sintesi di una proteina che agisce come una sorta di concime cerebrale, incoraggiando la crescita dei neuroni (e che probabilmente fa anche molte altre cose). Nella maggior parte degli animali, la centonovantaduesima lettera del gene è una G, ma in alcune persone è una A. Circa tre quarti dei genomi umani contengono la versione con la G, il quarto restante la versione con la A. Questa minuscola differenza, un&#8217;unica lettera in un lungo paragrafo di testo, determina la sintesi di una proteina leggermente differente &#8211; con una metionina al posto di una valina nella sessantaseiesima posizione. Poiché tutti gli esseri umani hanno due copie di ciascun gene, al mondo esistono tre tipi di persone: quelle che hanno entrambi i geni codificanti nella sessantaseiesima posizione la metionina, quelle che hanno entrambi i geni codificanti la valina, e quelli che hanno un gene codificante la metionina e l&#8217;altro codificante la valina. Se sottoponete un questionario sulla personalità a un gruppo di individui, e simultaneamente verificate la loro situazione genetica relativamente al BDNF, scoprirete un effetto impressionante. I soggetti met-met sono decisamente meno nevrotici dei met-val, i quali a loro volta lo sono molto meno dei val-vapo.<br />
<br />
Depressione, timidezza, ansia e vulnerabilità sono massime nei val-val e minime nei met-met e queste sono quattro delle sei facce che costituiscono la dimensione del nevroticismo degli psicologi. Delle altre dodici facce della personalità, solo una (apertura di sentimenti) presenta una qualche associazione. Questo gene, in altre parole, influenza in modo specifico il nevroticismo.<br />
<br />
Non lasciatevi trasportare troppo: questo dato rende conto solo di una piccola parte, forse un 4 per cento, della variazione interindividuale &#8211; e potrebbe anche dimostrarsi una peculiarità delle 257 famiglie di Tecumseh (Michigan), dove è stato eseguito lo studio. Non si tratta assolutamente del gene del nevroticismo. Tuttavia, almeno a Tecumseh, si tratta di un gene la cui variazione spiega alcune delle differenze di personalità riscontrabili fra due individui qualunque, e lo fa in un modo coerente con gli standard di cui ci serviamo per descrivere la personalità. E anche il primo gene a mostrare un&#8217;associazione così potente con la depressione, il che ci dà un barlume di speranza per uno dei disturbi più comuni e meno facilmente curabili dei nostri tempi.<br />
<br />
La lezione che vorrei trarne non è che questo particolare gene si dimostrerà particolarmente significativo, ma che può insegnarci quanto sia facile effettuare il salto da un cambiamento ortografico nel DNA, a una reale differenza nella personalità. Non sono in grado (e come me, nessuno può farlo) nemmeno di cominciare a spiegare come o perché un cambiamento tanto piccolo possa dar luogo a una personalità diversa; il fatto che riesca a farlo, comunque, sembra quasi certo.<br />
<br />
L&#8217;appello all&#8217;incredulità, tanto caro ad alcuni critici della genetica comportamentale &#8211; «i geni sono solo ricette per sintetizzare proteine, e non determinanti della personalità», proprio non convince. Una modifica nella ricetta di una proteina può effettivamente dar luogo a un cambiamento della personalità. Attualmente stanno emergendo anche altri geni candidati. (p. 134-136)</p>
</blockquote>
<p>En passant, non è superfluo sottolineare che la ricerca cui fa riferimento Ridley, effettuata presso una residua comunità di Indiani d&#8217;America (i Tecumseh, appunto), è arrivata pochi anni fa sui giornali con il titolo: <em>Scoperto il gene dell&#8217;introversione</em>.<br />
Ridley, per fortuna, è una persona seria. Attribuire ad un gene la depressione, la timidezza, la vulnerabilità e l&#8217;ansia significa tutt&#8217;al più che esso incide sul patrimonio emozionale, rendendolo più ricco e dunque squilibrato. Ma lo squilibrio dovuto ad un aumento  del peso delle emozioni nell&#8217;organizzazione della personalità, come noto, è una medaglia a due facce: può incidere  a livello di comportamento sociale e, allo stesso tempo, aumentare la capacità del soggetto di esplorare il mondo simbolico, immaginario, creativo.<br />
La ricerca in realtà conferma solo quello che è ovvio: i geni influenzano lo sviluppo e l&#8217;organizzazione della personalità, naturalmente interagendo con l&#8217;ambiente.<br />
In rapporto all&#8217;introversione, tale influenza si esercita, a mio avviso, mantenendo per alcuni aspetti il primato del mondo interno su quello esterno, vale a dire mantenendo viva un&#8217;emozionalità (associata alla fantasia, all&#8217;immaginario e alla creatività) che di solito viene sacrificata sull&#8217;altare dell&#8217;adattamento percettivo, cognitivo e culturale al mondo esterno.<br />
In questo senso, <strong>l&#8217;introversione può essere definita una dimensione intrinsecamente disadattiva</strong>, nel senso che, rallentando la cattura che l&#8217;ambiente esterno esercita sull&#8217;apparato mentale umano, essa incide anche, in qualche misura, sull&#8217;adattamento ad esso. L&#8217;interferenza può essere ricondotta al fatto che le informazioni che provengono dall&#8217;esterno si imbattono in un filtro emozionale più potente rispetto alla media, e assumono dunque una qualità particolare, soggettiva.</p>
<p>Il concetto di <strong>filtro emozionale</strong> è di grande importanza, per quanto difficile da mettere a fuoco.<br />
La coscienza vive solitamente sul registro di un ingenuo realismo, affacciata su un mondo esterno che viene percepito come oggettivo, stabile e coeso. L&#8217;immediatezza e la vivacità delle percezioni incrementano tale realismo inducendo la convinzione di una comunicazione diretta tra mondo esterno e mondo interno.<br />
L&#8217;affermarsi del cognitivismo ha dato paradossalmente credito a tale convinzione, minimizzando il ruolo che le emozioni e l&#8217;inconscio svolgono nella &#8220;conoscenza&#8221; del mondo.<br />
Solo di recente, si è preso atto che l&#8217;orientamento cognitivista è finito in un vicolo cieco e ci si è ricondotti ad una tradizione psicoanalitica che appare convalidata dalle ricerche neorobiologiche.<br />
Ormai, dunque, con deboli sacche di resistenza ideologica, si riconosce che le informazioni che provengono dall&#8217;ambiente esterno attraverso i sensi sono qualificate emotivamente a livello delle strutture sottocorticali e sono valutate in nome delle memorie (esse stesse emotivamente connotate) prima di pervenire ai centri corticali sensoriali e alle aree associative.<br />
La categorizzazione delle percezioni, messa in luce dal cognitivismo, non appare dunque prescindibile dalla valutazione emozionale che le investe ed avviene, per molti aspetti, a livello inconscio. Occorre ammettere, dunque, che il sistema delle emozioni funziona come un filtro del rapporto che il soggetto intrattiene con il mondo esterno.</p>
<p>È probabile che la chiave esplicativa dell&#8217;introversione sia da ricondurre ad una particolare potenza della funzione del filtro emozionale.<br />
Naturalmente il termine filtro emozionale è una metafora. Se si volesse sostituirla, però, con una descrizione più propria, neurobiologica e psicologica, ci si troverebbe in difficoltà. Sono stati infatti individuati, nell&#8217;ambito di quello che un tempo si chiamava il sistema limbico, numerosi centri che sembrano coinvolti nella valutazione emotiva dei contenuti mentali consci e inconsci, ma il sistema delle emozioni, nella sua complessità e nella sua funzione, è ancora in parte poco noto. Sembra però del tutto vero che l&#8217;emozionalità rappresenta il &#8220;mare&#8221; su cui la coscienza galleggia e scorre, subendone l&#8217;influenza.<br />
Non è poco importante aggiungere che il sistema delle emozioni non funziona solo filtrando le percezioni. Esso riceve di continuo informazioni che provengono dal mondo interno, dall&#8217;inconscio.</p>
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		<title>Introversione e intelligenza visuo-spaziale</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Oct 2007 07:18:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza]]></category>
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		<description><![CDATA[1.
Circa due mesi orsono ho ricevuto per posta elettronica questa lettera:

Salve, sono interessato ad aderire alla LIDI. Io e mio figlio di 4 anni siamo introversi e vorrei aiutarlo a crescere consapevole del suo modo di essere ed evitando i rischi che vengono evidenziati nei suoi articoli e nel libro.
Ha mai valutato la relazione tra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Circa due mesi orsono ho ricevuto per posta elettronica questa lettera:</p>
<blockquote>
<p>Salve, sono interessato ad aderire alla LIDI. Io e mio figlio di 4 anni siamo introversi e vorrei aiutarlo a crescere consapevole del suo modo di essere ed evitando i rischi che vengono evidenziati nei suoi articoli e nel libro.<br />
Ha mai valutato la relazione tra l&#8217;introversione e lo stile di apprendimento &#8220;visuale spaziale&#8221;? Ho trovato questo riferimento nel libro <em><a href="http://www.visualspatial.org/Product_Marketing/UDB/udb.htm">Upside-Down Brilliance: The Visual-Spatial Learner</a></em> di Linda Kreger Silverman.<br />
Mio figlio Leonardo è decisamente &#8220;visuale spaziale&#8221; e nel libro la Silverman mette in stretta relazione le due cose. Trova qualche riferimento qui: <a href="http://www.visualspatial.org/Articles/power.pdf">www.visualspatial.org/Articles/power.pdf</a>.</p>
</blockquote>
<p>La lettera mi ha colpito non solo perché è abbastanza raro che un genitore intraprenda per conto proprio un tragitto conoscitivo per capire meglio la condizione del figlio e allevarlo secondo le sue linee di tendenza, con un atteggiamento, dunque, implicitamente critico nei confronti dell&#8217;insegnamento tradizionale, che egli intuisce come poco adeguato. Essa rileva giustamente anche una lacuna del saggio sull&#8217;introversione: lo scarso interesse dedicato alle componenti neuropsicologiche e neurobiologiche di questa singolare condizione. Questi aspetti non potevano essere affrontati nella cornice di un saggio divulgativo, se non al rischio di appesantirlo. Essi, però, meriteranno un&#8217;attenzione ulteriore al fine di giungere ad una definizione più rispondente alla realtà dello spettro introverso. Un intento del genere è già implicito nello <a href="/chi-siamo/statuto/">Statuto</a> della LIDI, laddove si fa cenno alla necessità di approfondirne gli aspetti genetici e neuropsicologici.</p>
<p>La lettera consente di fare un primo passo in questa direzione, ponendo il problema del tipo di intelligenza che funziona negli introversi.</p>
<p>Confesso, intanto, la mia ignoranza. Non conoscevo il libro della Kreger Silverman. Ho letto dunque attentamente l&#8217;articolo che mi è stato suggerito, e ho consultato il sito sul quale è stato pubblicato.</p>
<p class="highlight-green">Riferisco qui le mie impressioni e valutazioni critiche.</p>
<p>Il lavoro della <span class="highlight-blue-b">Kreger Silverman</span> si iscrive nella cornice di un dibattito sull&#8217;intelligenza che ha matrici remote. Ponendo tra parentesi il problema sul carattere innato o acquisito dell&#8217;intelligenza (al quale dedicherò un articolo a parte), c&#8217;è da riconoscere che a tutt&#8217;oggi, nell&#8217;ambito delle discipline psicologiche, non esiste una definizione univoca di intelligenza.</p>
<p>Anziché considerare le diverse concezioni che si sono succedute nella storia della psicologia, e che ancora oggi si mantengono, appare importante, ai fini di questo articolo, accennare ad un problema che si è posto sempre come essenziale: la distinzione tra intelligenza generale e intelligenza attitudinale.</p>
<p>La definizione di intelligenza generale, intesa come capacità di fare inferenze e di generalizzare o associare, risale a <span class="highlight-blue">Spearman</span>. Anche se egli ammette che in ogni prestazione intellettiva intervengano due fattori &#8211; uno di ordine generale e un altro specifico, caratteristico di quella particolare prestazione &#8211; non v&#8217;è dubbio che egli accorda maggiore importanza al primo. Essendo il secondo subordinato ad esso.<br />
Lo sviluppo delle tecniche di analisi fattoriale e un approccio più analitico alle capacità umane, ha messo ben presto in dubbio il modello di Sperman. In particolare <span class="highlight-blue">Thurstone</span> negli anni trenta individua per mezzo di questa tecnica statistica una serie di abilità separate che egli definisce &#8220;abilità primarie&#8221;, tra le quali annovera l&#8217;abilità spaziale, che considera fattori sullo stesso piano e diversificati solo per l&#8217;intensità dei rispettivi contributi al compimento della prestazione intellettiva.<br />
Sulla scia di Thurstone, <span class="highlight-blue">Horn e Cattell</span> hanno distinto cinque fattori di secondo ordine: 1) intelligenza cristallizzata, che si fonda sulle conoscenze acquisite e organizzate in memoria, 2) intelligenza fluida, che si fonda sulle capacità che non si basano sulle conoscenze a priori, ma sulla capacità di ragionamento, 3) un fattore generale di intelligenza visuo-spaziale, 4) un fattore generale di creatività, che entra in gioco quando è necessario scoprire delle soluzioni nuove e originali, 5) un fattore generale di velocità di reazione.<br />
Da allora, il dibattito sull&#8217;intelligenza, se si fa eccezione per il problema dell&#8217;influenza su di essa di componenti genetiche o ambientali, non è evoluto ulteriormente. C&#8217;è un accordo pressoché generale e implicito sul fatto che esista un intelligenza di ordine generale, che può riverberarsi nei vari ambiti di apprendimento e di prestazione legati alla vita. L&#8217;interesse degli autori si è però progressivamente accentrato sui diversi tipi di intelligenza.<br />
<span class="highlight-blue">Howard Gardner</span> ha portato alle estreme conseguenze questo approccio creando la teoria secondo la quale non si può parlare di intelligenza, ma di intelligenze al plurale o intelligenze multiple, tra le quali egli annovera: l&#8217;intelligenza verbale e linguistica, quella visuo-spaziale, quella logico-matematica, quella cinestesica, quella musicale, quella interpersonale, quella intrapersonale e quella naturalistica.<br />
Sulla scorta della teoria di Gardner, c&#8217;è stata una tendenza da parte degli psicologi ad approfondire le caratteristiche differenziali e la specificità di questi diversi tipi di intelligenza.</p>
<p>Il lavoro della Kreger Silverman rientra in questo ambito: esso infatti è totalmente rivolto ad esplorare l&#8217;intelligenza visuo-spaziale.<br />
Si tratterebbe di un&#8217;intelligenza fondata sulle immagini e su una percezione globale della realtà, in gran parte dipendente dall&#8217;emisfero destro, nettamente differenziata da quella lineare, sequenziale e analitica (vale a dire incentrata sul dettaglio), attribuibile all&#8217;emisfero sinistro e alle sue competenze linguistiche.<br />
Tale tipo di intelligenza sarebbe fortemente rappresentata presso bambini iperdotati, molti dei quali sono introversi. Essa scrive:</p>
<blockquote>
<p>Introverts (who gain energy from within themselves rather than from interaction with others) may or may not be visual-spatial, but visual-spatial learners are very often introverted.</p>
</blockquote>
<p>Con ciò, penso che oggettivi un dato reale, che riguarda un certo numero di soggetti introversi.</p>
<p>Dall&#8217;associazione tra introversione e intelligenza visuo-spaziale, la Silverman ricava che i soggetti dotati di tali potenzialità sono talora svantaggiati in una carriera scolastica fortemente contrassegnata dal privilegio accordato alla parola e alla razionalità, ma, se superano tale handicap e riescono a mettere a frutto le loro doti, spesso raggiungono eccellenti risultatati in ambito artistico, scientifico e umanitaristico.</p>
<p>Essa scrive:</p>
<blockquote>
<p>I realized that they saw the world differently, three-dimensionally. They saw through artists&#8217; eyes, and some demonstrated artistic talent. Some were scientists and mathematicians, able to see the complex inter-relationships of systems. Some were computer junkies. Some were dancers, actors, musicians, imaginative writers. Some were highly emotional, extremely empathic. Some were spiritually aware and psychically attuned. Most were pattern-seekers and pattern-finders, excited with each new discovery. They pursued their interests passionately, sometimes to the exclusion of everything else. They definitely marched to a different drummer.</p>
</blockquote>
<p>È del tutto evidente che l&#8217;intelligenza spazio-visuale ha un intimo rapporto con l&#8217;immaginazione, intesa come capacità della mente umana di rappresentare qualcosa in sua assenza.<br />
Il problema del ruolo dell&#8217;immaginazione nell&#8217;attività mentale umana è stato affrontato, nella storia delle scienze psicologiche, da vari punti di vista, tutti orentati a capire come nascono e si sviluppano le capacità di creare immagini mentali, e come se ne determinano i contenuti.<br />
Una sintetica ricostruzione dei vari punti di vista può portarci al cuore del problema. </p>
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		<title>Genetica e introversione (1)</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Jan 2007 08:34:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[genetica]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
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		<category><![CDATA[pedomorfismo]]></category>

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		<description><![CDATA[1.
Il saggio sull&#8217;introversione (Timido, docile, ardente&#8230;) si inaugura con un&#8217;affermazione che ha destato, in qualche lettore, una certa sorpresa: quella per cui la prevalenza della componente introversa è una scelta della natura, un dato di ordine genetico.
La sorpresa è da ricondurre al fatto che la teoria psicopatologica struttural-dialettica, all&#8217;interno della quale il problema dell&#8217;introversione è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Il saggio sull&#8217;introversione (<a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/"><strong><em>Timido, docile, ardente&#8230;</em></strong></a>) si inaugura con un&#8217;affermazione che ha destato, in qualche lettore, una certa sorpresa: quella per cui <strong>la prevalenza della componente introversa è una scelta della natura, un dato di ordine genetico</strong>.<br />
La sorpresa è da ricondurre al fatto che la teoria psicopatologica struttural-dialettica, all&#8217;interno della quale il problema dell&#8217;introversione è affiorato come fondamentale, dà un tale rilievo alle influenze ambientali, storico-culturali, da lasciar pensare che essa minimizzi quelle genetiche. Data la mia formazione anche biologica ho coltivato sempre un vivo interesse per la genetica, che è, tra l&#8217;altro, il fondamento della teoria dell&#8217;evoluzione naturale. Non sopporto, ovviamente, il rozzo uso che i neopsichiatri ne fanno, riconducendo a fattori genetici tout-court l&#8217;universo della sofferenza mentale. Ma questo è un approccio critico che non pone in dubbio la necessità di integrare la neurobiologia e la psicodinamica.</p>
<p>Con questo articolo, cerco, nei limiti del possibile, di approfondire il tema del <strong>corredo genetico introverso</strong>.</p>
<p>È inutile sottolineare che si tratta di un terreno impervio e insidioso. I dati sono carenti e equivocabili, il pericolo di avventurarsi in ipotesi fantasiose elevato. Pregherei, dunque, il lettore di considerare il carattere sperimentale del discorso.</p>
<p><img src="/wp-content/uploads/2007/01/et.jpg" alt="ET" title="ET" width="211" height="227" class="alignleft size-full wp-image-365" />Come punto di partenza, mi ricondurrò ad una metafora utilizzata nel saggio: quella per cui, se rimane fedele al suo modo di essere originario e lo coltiva, l&#8217;introverso è una sorta di E.T., vale a dire un soggetto la cui emozionalità è viva, partecipe e aperta all&#8217;umano (empatica, dunque) e la cui intelligenza &#8211; sia essa di ordine generale o attitudinale &#8211; piuttosto creativa, inquieta e vivace.</p>
<p>Non è un caso che E.T. abbia avuto tanto successo presso i bambini. Esso sembra, anche fisicamente, un essere nel quale un elemento tipicamente infantile (la dimensione degli occhi rispetto al volto) si associa con caratteristiche, tra cui il volto rugoso, che richiamano alla saggezza.</p>
<p>L&#8217;aspetto fisico degli introversi ha poco a che vedere con quello di E.T. Esso, anzi, è caratterizzato molto spesso da tratti somatici tali per cui essi dimostrano un&#8217;età minore di quella che hanno: caratteristica &#8211; questa &#8211; imbarazzante, per esempio, quando un introverso di 20 anni viene scambiato per un adolescente, ma che, nel corso della vita, perdurando, si trasforma in un vantaggio.<br />
L&#8217;immagine di E.T. rappresenta, invece, piuttosto fedelmente gli aspetti psicologici propri del modo di essere introverso: la mescolanza di un&#8217;ingenuità per alcuni aspetti infantile con una straordinaria e precoce maturità morale e intellettiva.<br />
La più o meno rilevante immaturità fisica degli introversi, per cui il loro aspetto è quasi sempre più giovanile in rapporto alla loro età, e l&#8217;associazione tra ingenuità infantile e maturità intellettiva sono chiaramente l&#8217;espressione di un corredo genetico particolare.</p>
<p>Che cosa si può dire a riguardo? Per rispondere, occorre partire da lontano.</p>
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