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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; Relazioni e interventi</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
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		<title>Introversione e Individuazione</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Apr 2010 07:57:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni e interventi]]></category>
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		<description><![CDATA[1. È il momento di porsi un quesito fondamentale per il futuro della LIDI: perché i contenuti culturali che essa cerca di diffondere colpiscono gli introversi che ne vengono a conoscenza, ma non fa presa su di essi, vale a dire non induce un&#8217;adesione all&#8217;Associazione e una partecipazione attiva? Cercherò di rispondere a questo quesito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>È il momento di porsi un quesito fondamentale per il futuro della LIDI: perché i contenuti culturali che essa cerca di diffondere colpiscono gli introversi che ne vengono a conoscenza, ma non fa presa su di essi, vale a dire non induce un&#8217;adesione all&#8217;Associazione e una partecipazione attiva? </p>
<p>Cercherò di rispondere a questo quesito senza adornare il discorso di formule banali che si adottano comunemente per analizzare un &#8220;insuccesso”. Per un&#8217;Associazione fondata da quasi quattro anni, la cui sigla implica la pretesa di operare a livello nazionale, un numero di iscritti di poche decine  è, di fatto, tale, anche se appare piuttosto in contrasto sia con la vitalità del sito e del forum sia con il numero di copie di <a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/"><em>Timido, docile, ardente&#8230;</em></a> sinora vendute (circa 2000).</p>
<p>L&#8217;analisi critica deve partire proprio dal saggio e dalla sua struttura che, eccezion fatta per qualche vago consiglio rivolto ai genitori e agli insegnanti, non concede nulla alla moda, dilagante nei libri di psicologia e di varia umanità, di far seguire all&#8217;illustrazione di un problema le ricette per risolverlo. Questa &#8220;insufficienza&#8221;, che, peraltro, si riscontra in tutti i miei libri, e avrebbe bisogno di una lunga giustificazione che non è il caso di fornire qui, si ricava facilmente dalla reazione ambivalente che la sua lettura suscita nei più.</p>
<p>La presa di coscienza di essere introversi e la comprensione di ciò che significa questo particolare modo di essere, è di solito illuminante.</p>
<p>Dopo un entusiasmo iniziale per una scoperta che è un po&#8217; come un uovo di Colombo, gli introversi capiscono, in genere, di non essere &#8220;difettosi&#8221;, &#8220;anormali&#8221;, &#8220;malati&#8221;, ma questa consapevolezza, se migliora in qualche misura la percezione che hanno di sé, non incide sulla vita di relazione sociale, che rimane sottesa da un nodo di vissuti negativi e contraddittori (autosvalutazione, isolamento, invidia  e disprezzo nei confronti dei &#8220;normali&#8221;, rabbia per lo stato di cose esistente nel mondo, ecc.)</p>
<p>L&#8217;iniziale entusiasmo, insomma, dà luogo ad una delusione: di fatto, poco o nulla cambia dentro di sé e, a maggior ragione, nell&#8217;interazione quotidiana con il mondo.</p>
<p>Occorre, a questo riguardo, essere realisti. La nostra cultura è impregnata di pragmatismo. Non uso questo termine in senso negativo. Ritengo che gli esseri umani, sia a livello individuale che collettivo, non possano prescindere dal cercare soluzioni ai problemi in cui si imbattono, di qualunque ordine essi siano.</p>
<p>Non è sorprendente, dunque, che gli introversi, al di là del prendere coscienza di essere tali e di capire cosa questo di fatto significhi sul piano teorico &#8211; in breve, uno stato di disadattamento evolutivo funzionale a promuovere uno sviluppo differenziato e in qualche misura originale della personalità -, nutrano l’aspirazione a vivere meglio. Tale aspirazione, coincida essa con uno stato di malessere sommerso o di malessere franco (psicopatologico), si traduce comunemente in una richiesta univoca &#8211; come si fa a risolvere i problemi? &#8211; con la quale occorre fare i conti.</p>
<p>La mente umana non è un computer: la complessità straordinaria e la sua natura di sistema dinamico, sotteso da un mare di emozioni, di memorie e di contenuti di pensiero, rappresentano la sua grandezza e il suo limite per chi la amministra. Se fosse un computer, sarebbe possibile metterci dentro le mani, montare, smontare i pezzi, sostituirli, ecc. Al limite, un computer non riparabile si rottama e se ne compra un altro. Non essendolo, tutto ciò non è possibile: non lo è per i tecnici, ma neppure per gli amministratori della &#8220;macchina&#8221;. I malfunzionamenti vanno rimediati in mare aperto, mentre la barca continua ad andare.</p>
<p>Parecchi sanno il fascino che esercita su di me la navigazione a vela come metafora della vita. Andare su di una barca a vela, di quelle piccole, che sono più simbolicamente vicine all&#8217;esperienza individuale, significa accettare di avere un controllo minimale sui fattori che consentono ad essa di rimanere in rotta: significa, in breve, raccogliere una sfida con il caso, vale a dire con variabili (il vento, la corrente) del tutto indipendenti dalla volontà del timoniere. Non c&#8217;è nulla di più arduo, quando si naviga a vela, di dovere rimediare ad un guasto. Le manovre che a terra risulterebbero semplici diventano indefinitamente complicate, perché, se è possibile allentare le vele, essa non rimane mai del tutto ferma.</p>
<p>Fuori di metafora, il mare aperto nel quale navighiamo (mettendo da parte il porto familiare che, talora, non è affatto sicuro) è il mondo così com&#8217;è, dominato da un modello &#8211; quello estrovertito &#8211; che non facilita di certo la rotta degli introversi. Non la facilita, ma non la rende neppure impossibile. Perché allora, per molti di noi, è così difficile mantenere l&#8217;equilibrio e la rotta?</p>
<p>Penso che le difficoltà siano due: la prima è la non accettazione del proprio modo di essere in ciò che esso ha di inesorabilmente vincolante sotto il profilo genetico; la seconda è l&#8217;aspirazione latente, talora inconfessata, a raggiungere lo stato di apparente &#8220;benessere&#8221; di cui godono i &#8220;normali&#8221;.</p>
<p>Solo raramente, queste difficoltà sono esplicitate. Sono soprattutto gli adolescenti introversi che rifiutano di accettare la scelta operata dalla natura e di pagare ad essa un prezzo in termini di più o meno dolorosa consapevolezza della diversità.</p>
<p>Tra i giovani e gli adulti, e particolarmente tra quelli che accolgono il messaggio della LIDI, sembra prevalere l&#8217;accettazione della propria condizione, e talora addirittura una sorta di orgoglio che accentua il rifiuto nei confronti dei normali.</p>
<p>Temo, però, che la scarsa adesione alla LIDI &#8211; tenuto conto del numero di lettori del saggio e  di utenti che accedono al forum e affermano di avere scoperto il valore del proprio modo di essere &#8211; attesta che quell&#8217;accettazione è più formale che sostanziale.</p>
<p>Ciò significa, né più né meno, che la domanda cui ho fatto cenno &#8211; come si fa a risolvere i problemi? &#8211; ha delle implicazioni più complesse di quanto si possa pensare. C&#8217;è in particolare da chiedersi se i problemi vissuti sulla pelle &#8211; l&#8217;inadeguatezza, il disagio legato all&#8217;esposizione sociale, l&#8217;autosvalutazione, l&#8217;isolamento, ecc. &#8211; siano veramente quelli da risolvere. Penso di no. Il vero problema, a mio avviso, è la non accettazione dei vincoli inerenti l&#8217;introversione e del &#8220;destino&#8221; che essi comportano.</p>
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		<title>Introversione: una riflessione tra biologia, psicologia e storia</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Dec 2008 09:05:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni e interventi]]></category>
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		<description><![CDATA[Assemblea Ordinaria del 29.11.2008 Relazione del dott. Luigi Anepeta 1. Sarebbe ingenuo non prendere atto che la LIDI sta incontrando delle difficoltà, com&#8217;è attestato dal numero degli iscritti che ormai ristagna da oltre un anno, da un certo affievolimento della partecipazione dei Soci alle iniziative e dalle difficoltà di accesso nelle scuole che, in ordine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="alignr"><strong>Assemblea Ordinaria del 29.11.2008<br />
Relazione del <span class="highlight-blue">dott. Luigi Anepeta</span></strong></p>
<h3>1.</h3>
<p>Sarebbe ingenuo non prendere atto che la LIDI sta incontrando delle difficoltà, com&#8217;è attestato dal numero degli iscritti che ormai ristagna da oltre un anno, da un certo affievolimento della partecipazione dei Soci alle iniziative e dalle difficoltà di accesso nelle scuole che, in ordine allo spirito dello Statuto, rimangono l&#8217;obiettivo primario dell&#8217;Associazione.</p>
<p>Le cause di tali difficoltà sono molteplici, ma penso che due siano le più importanti. Sul fronte interno, qualche entusiasmo iniziale si è affievolito, presumibilmente perché alcuni Soci hanno identificato nella LIDI una sorta di isola felice dove trovare la soluzione dei loro problemi identitari e relazionali. Sul fronte esterno, soprattutto in rapporto alle scuole, il problema, a mio avviso, è stato ed è riconducibile al fatto che il messaggio dell&#8217;Associazione si è confuso con quello di tante altre associazioni di psicologi e operatori sociali che offrono il loro aiuto ai ragazzi, alle famiglie e agli insegnanti.</p>
<p>Sia in rapporto ai Soci che ai soggetti esterni e alle istituzioni, la LIDI, di fatto, si propone lo scopo di aiutare gli introversi a migliorare la qualità della loro vita.<br />
A questo fine la comprensione della specificità del modo di essere introverso è importante, come pure l&#8217;analisi dell&#8217;ambiente sociale e dei codici normativi che esso propone, poco compatibili con l&#8217;introversione.</p>
<p>Non mi stancherò mai di ripetere, però, che <strong>l&#8217;obiettivo a lungo termine della LIDI è una rivoluzione culturale</strong>. Il termine rivoluzione non è né retorico né roboante: si tratta, infatti, né più né meno, di restituire agli esseri umani la consapevolezza che la loro vicenda personale, con tutte le vicissitudini che la caratterizzano, appartiene alla storia di una specie sperimentale ancora <em>sub-judice</em>.</p>
<p>Che importanza può mai avere questo aspetto? A cosa può servire, se non ad angosciarsi, il prendere coscienza di essere fuscelli per un verso e cavie per un altro nel fluire del tempo? Cerco di rispondere.<br />
L&#8217;essere vincolati e ingabbiati nella soggettività ci induce a dimenticare che la nostra esperienza è fortemente condizionata da due dimensioni che trascendono il piano dei vissuti: la <strong>dimensione biologica</strong>, per cui il cervello è frutto di un&#8217;evoluzione naturale e il corredo genetico individuale di una combinazione casuale, e quella <strong>storica</strong>, per cui la nostra minuscola vicenda, con tutti i trasalimenti che la caratterizzano, appartiene alla storia della specie umana e delle sue vicissitudini culturali.<br />
Penso che la difficoltà di afferrare, comprendere e tenere conto di questi due aspetti &#8211; l&#8217;incidenza della biologia per un verso e della storicità dell&#8217;ambiente per un altro &#8211; permetta di spiegare gran parte del disagio che pervade il nostro mondo ed è sperimentato in particolare (ma non solo) dagli introversi. Questi, per vocazione, si interrogano di continuo sul proprio modo di essere e sullo stato di cose esistente nel mondo, così diverso e dissonante, ma non trovano altre risposte che non si riconducano all&#8217;essere nati con il piede sbagliato o in un mondo sbagliato.</p>
<p>Con questo articolo cercherò di dare un significato e una dignità storica a questo malessere, non trascurando anche il malessere che sottende la &#8220;normalità&#8221;.<br />
Ovviamente semplificherò un po&#8217; le cose. Ci sarà tempo per approfondirle.</p>
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		<item>
		<title>Il prezzo da pagare all&#8217;introversione</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2007/10/30/il-prezzo-da-pagare-allintroversione/</link>
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		<pubDate>Tue, 30 Oct 2007 12:32:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni e interventi]]></category>
		<category><![CDATA[disagio psichico]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
		<category><![CDATA[Rousseau]]></category>

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		<description><![CDATA[Assemblea Ordinaria del 20.10.2007 Relazione del dott. Luigi Anepeta 1. Le carriere ricostruite nel saggio Timido, docile, ardente&#8230; sono riferite al nostro contesto sociale, e pongono in luce le carenze, le disfunzioni, le contraddizioni delle istituzioni e degli agenti educativi in rapporto ai bisogni propri dei bambini introversi. Impegnarsi perché questi esseri &#8211; delicati e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="alignr"><strong>Assemblea Ordinaria del 20.10.2007<br />
Relazione del <span class="highlight-blue">dott. Luigi Anepeta</span></strong></p>
<h3>1.</h3>
<p>Le carriere  ricostruite nel saggio <a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/"><strong><em>Timido, docile, ardente&#8230;</em></strong></a> sono riferite al nostro contesto sociale, e pongono in luce le carenze, le disfunzioni, le contraddizioni delle istituzioni e degli agenti educativi in rapporto ai bisogni propri dei bambini introversi. Impegnarsi perché questi esseri &#8211; delicati e al tempo stesso preziosi &#8211; possano trovare un ambiente favorevole di sviluppo, rispettoso della loro diversità, è l&#8217;obiettivo primario della LIDI.<br />
Per non rimanere astratto, però, quest&#8217;obiettivo non può trascurare che il problema di opportunità di sviluppo inadeguate, se investe drammaticamente i soggetti introversi, si pone in una certa misura per tutti. Anche mettendo tra parentesi l&#8217;esistenza, nel nostro contesto sociale, di sacche ancora rilevanti (e purtroppo in crescita) di miseria economica, culturale e morale, che destinano spesso alla devianza o al sottosviluppo soggetti dotati dei più vari corredi genetici, si può affermare tranquillamente che la nostra società ha imboccato da tempo un vicolo cieco in conseguenza della nuclearizzazione della famiglia e dell&#8217;istituzionalizzazione della scuola.<br />
In pratica, si dà per scontato che i genitori, semplicemente perché capaci di mettere al mondo un figlio, siano dotati anche di competenze adeguate ad allevarlo nel modo migliore possibile, vale a dire di assolvere la funzione che in passato era delegata al gruppo allargato e alla comunità. Per quanto riguarda poi l’intervento dello Stato nell’educazione, si assume come un dato di fatto che la Scuola, in continuità con la sua istituzionalizzazione epocale, che ha esteso a tutta la popolazione l’obbligo di alfabetizzarsi, possa compensare le eventuali diversificazioni culturali tra le famiglie rendendosi garante della diffusione di un sistema di valori comune e tradizionale.</p>
<p>Data l&#8217;alleanza sulla carta tra famiglia e scuola, che convergono sull&#8217;obiettivo di dotare ogni soggetto della capacità di inserirsi nel mondo così com&#8217;è, si è di gran lunga allentata la tensione che, negli anni &#8217;70, verteva sul problema della produzione antropologica, al punto che questa terminologia non viene più adottata. Essa va restaurata e approfondita, se non altro perché consente di mettere tra parentesi l’imponente letteratura divulgativa psicologista e idealista che, ormai anche attraverso le edicole, mira ad insegnare agli educatori a far bene il loro mestiere.<br />
Per <strong>produzione antropologica</strong> si intende il processo in virtù del quale ogni società applica alla natura umana (rappresentata in ogni corredo genetico individuale) determinate &#8220;tecniche&#8221; educative il cui fine è la formazione di un cittadino adulto, capace di integrarsi in uno specifico contesto culturale, economico e sociale, e di svolgere in maniera adeguata i ruoli che gli vengono assegnati o che egli sceglie.<br />
La produzione antropologica rientra nel quadro più ampio della riproduzione sociale, che è il processo in virtù del quale ogni società tende, attraverso il succedersi delle generazioni, a mantenere una sua identità e un certo grado di coesione.</p>
<p>L&#8217;allentamento della riflessione critica sul problema della formazione dell&#8217;uomo (a partire dal quesito marxiano irrisolto su chi educa gli educatori) dipende in gran parte, come accennato, dalla convinzione che ormai il progresso culturale abbia fornito mediamente a tutti i genitori un patrimonio minimo di competenze adeguate a svolgere il loro ruolo, in associazione con la Scuola.<br />
In realtà, quello che sta accadendo è che <em>le istituzioni pedagogiche sono sempre più catturate da un modello antropologico che privilegia l’efficienza e la capacità di inserimento sociale &#8211; l&#8217;assunzione insomma del ruolo di citoyen &#8211; rispetto allo sviluppo delle potenzialità individuali depositate nel corredo genetico. La socializzazione, in breve, viene privilegiata in assoluto rispetto all’individuazione</em>.</p>
<p>Questo assunto può apparire sorprendente se si tiene conto dell&#8217;insistenza con cui la psicopedagogia (dalle sue sedi accademiche alla diffusione attraverso i mass-media), la Scuola e le famiglie sono alleate nel sostenere che lo sviluppo della personalità deve avvenire nel rispetto e nella valorizzazione delle singole individualità.<br />
L’assunto, però, fa capo ad una <strong>nefasta confusione tra individuo e individuazione</strong>. L&#8217;individuo, così come è concepito nel nostro mondo, vale a dire come un soggetto dotato di un sano egoismo e della capacità di darsi da fare in società per conseguire un riconoscimento di appartenenza, uno status, ruoli privati e pubblici, è un’invenzione culturale recente, intrinseca alla civiltà borghese. L&#8217;individuazione, viceversa, è un potenziale di sviluppo depositato nei geni che, acquisita un&#8217;identità culturale sulla base del processo di socializzazione, promuove una differenziazione che dà luogo a scelte e a pratiche di vita (inerenti il lavoro, gli affetti, gli interessi, ecc.) in conseguenza delle quali il soggetto giunge a sentire di avere realizzato la sua vocazione ad essere.<br />
La distinzione è importante perché mentre la definizione dell&#8217;individualità corrisponde ad esigenze prevalentemente sociali, l&#8217;individuazione, viceversa, soddisfa esigenze prevalentemente soggettive. Ciò significa, né più né meno che un individuo può essere solo parzialmente individuato nel senso che egli sacrifica, anche senza accorgersene, i suoi potenziali di individuazione sull&#8217;altare del riconoscimento e dello status sociale.</p>
<p>Questa premessa è essenziale ai fini del discorso che intendo sviluppare, il cui nocciolo è che <strong>i soggetti normodotati possono con facilità conseguire uno statuto di individui, mentre gli introversi (e gli estroversi iperdotati) non possono rinunciare all&#8217;individuazione se non al prezzo di un disagio psicologico più o meno serio.</strong><br />
Naturalmente, c’è da chiedersi come la vocazione introversa all&#8217;individuazione possa mantenersi e realizzarsi nonostante le spinte verso la normalizzazione che caratterizzano la nostra società.<br />
Si tratta di un problema complesso, sul quale già ho detto qualcosa, ma che merita un approfondimento perché almeno un aspetto è rimasto finora in ombra: il prezzo che inesorabilmente gli introversi devono pagare nella fase evolutiva della personalità, che viene ampiamente compensato dall’appagamento cui essi pervengono in età adulta se il processo di individuazione si realizza.</p>
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		<title>Sviluppi della riflessione su introversione ed estroversione</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Mar 2007 13:27:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni e interventi]]></category>
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		<description><![CDATA[Assemblea Ordinaria del 24.03.2007 Relazione del dott. Luigi Anepeta 1. Nel corso di questi mesi, molte riflessioni si sono addensate sul tema dell&#8217;introversione e sul rapporto tra introversione e estroversione. Le riflessioni sono state alimentate in parte dai commenti di coloro che hanno letto il saggio, in parte dall&#8217;aver colto io stesso nel testo alcune [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="alignr"><strong>Assemblea Ordinaria del 24.03.2007<br />
Relazione del <span class="highlight-blue">dott. Luigi Anepeta</span></strong></p>
<h3>1.</h3>
<p>Nel corso di questi mesi, molte riflessioni si sono addensate sul tema dell&#8217;introversione e sul rapporto tra introversione e estroversione. Le riflessioni sono state alimentate in parte dai commenti di coloro che hanno letto <a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/">il saggio</a>, in parte dall&#8217;aver colto io stesso nel testo alcune lacune che andavano colmate. Se dovessi dar conto di tutti gli sviluppi teorici che hanno prodotto tali riflessioni, l&#8217;incontro assembleare si trasformerebbe in una conferenza. Preferisco focalizzare il discorso su un solo nucleo, peraltro essenziale, più volte rilevato dai lettori. Mentre parecchi introversi, riconoscendosi nei contenuti del libro, hanno in genere un&#8217;illuminazione (che non modifica immediatamente il loro malessere, ma dà ad esso un nuovo significato), gli estroversi reagiscono con una certa noncuranza (dato che la questione non li riguarda) e al limite con una qualche irritazione. Secondo taluni, infatti, <strong>il saggio, nell&#8217;intento di sormontare il pregiudizio nei confronti dell&#8217;introversione, comporterebbe il rischio di rovesciare tale pregiudizio a carico dell&#8217;estroversione</strong>.</p>
<p>Per quanto poco fondata, in quanto non avrebbe senso appellarsi alla tolleranza e al rispetto della diversità tra gli esseri umani sulla base dell&#8217;intolleranza, questa critica significa che il testo presenta qualche ambiguità. Preparando la seconda edizione, penso di averla identificata e di avervi posto rimedio sia sotto il profilo concettuale che terminologico.</p>
<p>Sottopongo all&#8217;Assemblea le mie riflessioni per verificare se esse raccolgono il consenso dei più.</p>
<p>Anzitutto occorre rilevare che il senso comune ostacola non poco i nuovi significati che la LIDI attribuisce ai termini introversione ed estroversione. Nell&#8217;originaria accezione junghiana essi definiscono i due orientamenti caratteriali tipologici più rappresentati e in qualche misura immediatamente evidenti negli esseri umani. Jung ha sufficientemente chiarito che tali orientamenti sono entrambi presenti in ogni essere umano. Parlare di soggetto introverso o estroverso significa, dunque, definire la prevalenza nella sua personalità di un orientamento sull&#8217;altro.</p>
<p>Il senso comune ha semplificato le cose sulla base delle apparenze, ignorando la compresenza dei due orientamenti in ogni personalità. In conseguenza di questo <strong>introversione e estroversione sono divenuti termini che fanno riferimento a orientamenti caratteriali nettamente distinti</strong>: si è pertanto introversi o estroversi tout-court.</p>
<p>Non avrei scritto un saggio e tanto meno fondato una Lega se non avessi intuito che la teoria junghiana difettava in alcuni punti. Pongo tra parentesi il fatto &#8211; importante per la storia del pensiero psicoanalitico &#8211; che <span class="highlight-blue">Jung</span> ha scritto <em>Tipi psicologici</em> dopo avere attraversato una profonda crisi &#8220;introversa&#8221; ed esserne venuto fuori in virtù di quella che egli ha definito una salutare apertura al mondo. Nonostante l&#8217;equilibrio neutrale che cerca di mantenere nel valutare i due orientamenti caratteriali, tra le righe del saggio s&#8217;intuisce che, se è critico nei confronti dell&#8217;estroversione iperadattata al mondo, nutre non poche riserve nei confronti dell&#8217;introversione.</p>
<p>Il punto è un altro. Descrivendo le due tipologie, <strong>Jung dà per scontato che l&#8217;introverso reprime la componente estroversa e che l&#8217;estroverso reprime quella introversa. Da ciò discende che entrambe le tipologie riconoscono in profondità un compenso &#8220;nevrotico&#8221; direttamente proporzionale alla repressione</strong>. Egli non si è mai chiesto se il &#8220;nevroticismo&#8221; introverso e quello estroverso dipendano da influenze ambientali piuttosto che da orientamenti costituzionali, vale a dire se non si dia un modello culturale di riferimento che costringe gli introversi a reprimere la componente estroversa del loro carattere e gli estroversi a reprimere quella introversa.</p>
<p>Apro una parentesi per specificare che il termine <em>nevroticismo</em> va inteso in senso lato e non psichiatrico. Esso prescinde dal fatto che si diano, a livello soggettivo, dinamiche conflittuali potenzialmente capaci di dare luogo a dei sintomi. Fa riferimento ad <strong>un blocco dello sviluppo della personalità </strong>secondo le sue linee di tendenza costituzionali e dunque ad un&#8217;inibizione di potenzialità presenti nel corredo genetico individuale che non trovano la via per dispiegarsi o oggettivarsi. La conseguenza di tale blocco è una struttura di personalità impoverita, unilaterale e, in qualche misura, disfunzionale, che, solo in alcuni casi, si manifesta sotto forma di un disagio psichico conclamato.</p>
<p><strong>Oggi, in misura maggiore rispetto all&#8217;epoca in cui Jung ha scritto il suo saggio, introversione e estroversione sono dimensioni caratteriali i cui sviluppi sono generalmente &#8220;nevrotici&#8221;. Il problema è che il &#8220;nevroticismo&#8221; introverso è socialmente identificato, mentre quello estroverso non viene in genere rilevato ed è giudicato &#8220;normale&#8221;.</strong></p>
<p>Sulle apparenze del comportamento si è costruito il pregiudizio nei confronti dell&#8217;introversione, che dipende dal giudizio positivo con cui si definisce l&#8217;estroversione.</p>
<p>Per convincersi del fatto che quel pregiudizio ha fatto breccia non solo nel senso comune ma anche sulla cultura, basta consultare i dizionari che, a riguardo, diventano indiziari di come le parole possono essere usate per ideologizzare la realtà, vale a dire per qualificarla in un modo piuttosto che in un altro.</p>
<p>Consultandoli, comparando le definizioni e condensandole viene fuori che <strong>l&#8217;estroverso è aperto, comunicativo, cordiale, affettuoso, espansivo, esuberante; l&#8217;introverso, viceversa, chiuso, timido, schivo, freddo, riservato, distaccato</strong>.</p>
<p>Sarebbe interessante fare una ricerca semantica sui campi di significati impliciti in queste qualificazioni. Proporrei questa ricerca ai numerosi insegnanti che sono soci o simpatizzanti della LIDI.</p>
<p>Mi limito per ora solo a rilevare che <strong>un asse fondamentale di significati fa capo all&#8217;antitesi tra apertura e chiusura</strong>, che con un&#8217;evidenza immediata fa riferimento al comportamento del soggetto nei confronti del mondo esterno in termini di attenzione, partecipazione, interazione, comunicazione, ecc. Essa identifica nell&#8217;apertura un valore positivo e nella chiusura un valore negativo.</p>
<p>L&#8217;ideologia che sottende tali giudizi si può tranquillamente definire adattiva. Posto che si considera come segno di normalità, nonché di raggiunta maturità, una buona relazione con il mondo esterno, la chiusura ricade nell&#8217;ambito del difetto, del disadattamento.</p>
<p>È facile cogliere il significato ideologico di tale criterio normativo.</p>
<p>In quanto autoconsapevole, ogni soggetto umano sa di avere un&#8217;esperienza mentale, un mondo interno distinto da quello esterno. Sa, dunque, che la sua coscienza vive nell&#8217;interfaccia tra due mondi, ciascuno dei quali esercita su di lui un&#8217;attrazione.</p>
<p>Ogni coscienza fluttua tra l&#8217;apertura al mondo esterno e l&#8217;apertura al mondo interno: tangibile il primo, in quanto apparentemente costituito da oggetti che si possono toccare, manipolare,ecc; intangibile il secondo, in quanto costituito da contenuti psichici (pensieri, emozioni, memorie, fantasie, ecc.).</p>
<p>L&#8217;equilibrio di una personalità sta nel trovare il giusto grado di apertura al mondo esterno e al mondo interno, secondo una formula che non può essere la stessa per tutti.</p>
<p>Oggi una situazione di equilibrio è quasi puramente teorica. Molti introversi si chiudono rispetto al mondo esterno più di quanto sia necessario per salvaguardare la loro identità, si difendono dalla paura perpetua di essere giudicati inadeguati, difettosi, disadattati, e, sentendosi sollecitati a normalizzarsi secondo un modello estraneo alla loro vocazione ad essere, spesso covano una sorda ostilità nei confronti del mondo sociale. Molti estroversi, però, si chiudono al mondo interno più di quanto sia ragionevole per assicurare alla personalità un minimo di sviluppo evolutivo. Essi rimangono cristallizzati in un modo di essere efficiente in rapporto alle richieste dell&#8217;ambiente sociale, ma sostanzialmente ripetitivo e monotono.</p>
<p><strong>È evidente che questi orientamenti &#8220;nevrotici&#8221;, che Jung assume come naturali, sono il prodotto di un modello normativo che mortifica, in diversa misura, le potenzialità evolutive intrinseche al modo di essere introverso e a quello estroverso.</strong></p>
<p>Nel <a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/">saggio</a> ho definito tale modello tout-court estroverso, commettendo un errore che ha fuorviato alcuni lettori e va rimediato.</p>
<p>Il modello in questione è sufficientemente noto:<strong> esso privilegia l&#8217;adesione e l&#8217;adattamento alla realtà così com&#8217;è, la capacità di comunicare e di stare con gli altri, un certo grado di competitività, lo spirito pratico necessario per conseguire risultati tangibili (in termini di conferme sociali, status. prestigio, ecc.), il non farsi troppi problemi, il prendere la vita come viene, ecc.</strong></p>
<p>In che senso si può ritenere disfunzionale tale modello in rapporto alle potenzialità genetiche umane?</p>
<p>Sottolineerei due aspetti essenziali.</p>
<p><strong>Il primo è la sollecitazione rivolta all&#8217;uomo ad agire, ad essere intraprendente, a sfruttare le occasioni che gli vengono offerte, ma senza avere un atteggiamento critico nei confronti della realtà</strong>. Egli dunque deve essere, al tempo stesso, attivo sul piano del darsi da fare e passivo nell&#8217;accettare le regole del gioco, come se fossero leggi di natura. Certo, quest&#8217;orientamento favorisce l&#8217;integrazione sociale, ma al prezzo di una burocratizzazione dell&#8217;esperienza per cui il soggetto può ritrovarsi ad essere efficiente, inserito e allo stesso tempo insoddisfatto e infelice.</p>
<p><strong>Il secondo aspetto riguarda il perpetuo confronto con gli altri indotto dall&#8217;ideologia della competitività, il misurare di continuo il proprio essere nell&#8217;interazione sociale in termini di adeguatezza/inadeguatezza</strong>. L&#8217;ossessione del confronto naturalmente non può riguardare che le apparenze, vale a dire il modo in cui gli altri si comportano e il loro status (quello che hanno): insomma, l&#8217;immagine sociale. La conseguenza di tale ossessione, che allontana le persone dal valutare e dal coltivare le loro qualità umane e le loro potenzialità indipendentemente dal vantaggio che se ne può ricavare in termini di immagine sociale, è una perpetua intossicazione invidiosa e una tendenza universale all&#8217;omologazione. In virtù di questo, si realizza nel nostro mondo lo strano fenomeno della miseria psicologica nell&#8217;abbondanza secondo l&#8217;assioma di Seneca per il quale non è povero chi ha poco, ma chi desidera di più.</p>
<p>I danni che gli introversi ricavano dal confronto con questo modello normativo, che viene loro proposto come assoluto e al quale non riescono ad adattarsi (anche quando, a rischio di alienarsi, s&#8217;impegnano con tutte le loto forze), sono noti e giustificano la fondazione e l&#8217;attività della LIDI.</p>
<p>Non dobbiamo ignorare però i danni che subiscono gli estroversi.</p>
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