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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; Anepeta</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
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		<title>Che cos&#8217;è l&#8217;introversione: incontro alla Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2009 06:32:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che cos&#8217;è l&#8217;introversione. Dal pregiudizio alla conoscenza
Mercoledì 21 ottobre alle ore 10.30, presso i locali della Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221; (via della Pineta Sacchetti, 78 &#8211; Roma), si terrà un primo incontro di presentazione della LIDI con i rappresentanti scolastici, della ASL, del Municipio XIX e le Cooperative Sociali. 
Presenzieranno il dott. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Che cos&#8217;è l&#8217;introversione. Dal pregiudizio alla conoscenza</h3>
<p>Mercoledì <strong>21 ottobre</strong> alle ore <strong>10.30</strong>, presso i locali della <strong>Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221;</strong> (via della Pineta Sacchetti, 78 &#8211; Roma), si terrà un primo <strong>incontro di presentazione della LIDI con i rappresentanti scolastici, della ASL, del Municipio XIX e le Cooperative Sociali</strong>. </p>
<p>Presenzieranno il dott. Luigi Anepeta, psichiatra e presidente dell&#8217;associazione LIDI, con delle <strong>riflessioni sulla funzione culturale dell&#8217;introversione</strong> e la dott.ssa Alessandra Bonessi, psicologa e consigliera LIDI, che relazionerà sull&#8217;<strong>intervento della LIDI nelle scuole</strong>.<br />
Durante l&#8217;incontro verranno proiettati due cortometraggi realizzati dagli studenti delle scuole secondarie di II grado di Terni sul tema &#8220;timidezza/introversione&#8221; nell&#8217;ambito del progetto TimidaMente.</p>
<p>La locandina dell&#8217;evento è <a href='http://www.legaintroversi.it/wp-content/uploads/2009/10/Che-cosè-lintroversione-locandina-incontro.pdf'><strong>scaricabile in formato .pdf</strong></a>.</p>
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		<title>Resoconto della presentazione del saggio &#8220;La normalità dell&#8217;handicap&#8221;</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2009/03/04/resoconto-della-presentazione-del-saggio-la-normalita-dellhandicap/</link>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2009 09:30:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Presentazioni libri]]></category>
		<category><![CDATA[Anepeta]]></category>
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		<category><![CDATA[libri]]></category>
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		<category><![CDATA[saggi]]></category>

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		<description><![CDATA[La presentazione &#232; avvenuta il 28.02.2009 alle ore 15.00 presso la sede della LIDI con una partecipazione che, ancora una volta, ha costretto alcuni Soci ad assistere stando in piedi.
Il dottor Anepeta ha inaugurato l&#8217;incontro sottolineando la sua soddisfazione per il fatto che il secondo libro presentato &#232; stato scritto da una Socia &#8211; Pisana [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La presentazione &egrave; avvenuta il 28.02.2009 alle ore 15.00 presso la sede della LIDI con una partecipazione che, ancora una volta, ha costretto alcuni Soci ad assistere stando in piedi.<br />
Il dottor Anepeta ha inaugurato l&#8217;incontro sottolineando la sua soddisfazione per il fatto che il secondo libro presentato &egrave; stato scritto da una Socia &#8211; Pisana Collodi, psicologa e psicoterapeuta -, a cui ha ceduto immediatamente la parola.<br />
L&#8217;intervento della dottoressa Collodi &egrave; il seguente.</p>
<h3>Intervento dell&#8217;autrice</h3>
<p>Ho scritto questo libro sull&#8217;onda di un malessere, accumulato in anni di lavoro nel campo dell&#8217;handicap, prima come assistente domiciliare, poi operatrice sociale, e infine  come consulente psicologa presso l&#8217;associazione paraplegici di Roma. Il malessere riguardava gli stili di cura e assistenza, che vedevo all&#8217;opera tutti i giorni, al centro di riabilitazione o in ospedale, a scuola o per la strada, impersonati, indifferentemente, dai medici, dagli psicologi, dagli infermieri o dagli assistenti.<br />
A parte piccole e rare differenze c&#8217;erano delle costanti inquietanti nell&#8217;approccio al paziente, il mio primo passo per arginare il disagio che provavo fu quello di tentare di mettere a fuoco tali costanti, le loro sovrapposizioni e stratificazioni, gli effetti che producevano.<br />
Mi fermo su questi elementi, li elenco brevemente, per cercare poi di rapportarli ad un&#8217;immagine della &#8220;normalit&#038;agrave&#8221;, che nel libro definisco la N. pericolosa, che sta diventando pervasiva e incombente in tutti i contesti,  permettetemi la vecchia espressione: dalla culla alla bara, ed &egrave; completamente disumana, poich&eacute; prescrive durezza, autosufficienza, distacco dalle proprie e altrui emozioni.<br />
C&#8217;&egrave; una corrispondenza puntuale tra gli stili di cura e presa in carico e i modelli di normalit&agrave;.</p>
<p><strong>Stili di cura</strong></p>
<p>A) La mancanza o l&#8217;incapacit&agrave; di identificazione con l&#8217;altro, le <strong>pratiche oggettivanti di cura</strong>: ricordo il primario del reparto mielolesi, avvicinarsi al letto della ragazza sedicenne immobilizzata, dopo un incidente, seguito dal codazzo di assistenti e specializzandi, senza salutarla n&eacute; guardarla negli occhi, sollevare la mano inerte della ragazzina, spiegando agli altri che era la classica mano da tetraplegica.</p>
<p>B) L&#8217;<strong>autoritarismo</strong> e l&#8217;<strong>infantilizzazione dei pazienti o degli utenti</strong>, spesso unita ad una vaga colpevolizzazione (se stai cos&igrave;, in qualche modo te la sei voluta) o ad un atteggiamento &#8220;pedagogico&#8221; micidiale, di correzione continua: la coordinatrice della cooperativa di assistenza, che per &#8220;principio&#8221; rifiuta qualunque richiesta di cambiamento degli utenti, sottolineando, beffarda, che comunque &#8220;loro&#8221; non decidono; l&#8217;insegnante di sostegno, che di fronte al bambino con i tic, afferma decisa che gli toglier&agrave; lei quel vizietto; il medico che rimprovera la signora ricoverata, rea di avere chiesto spiegazioni sulla terapia farmacologica, minacciandola: &#8220;se non si fida, pu&ograve; andare via&#8221;.</p>
<p>C) Al terzo posto (ma tra i primi, in realt&agrave;)  metterei quello che ho chiamato lo &#8220;<strong>stile neutro</strong>&#8221; nei lavori di cura e assistenza: la pretesa del distacco e l&#8217;anaffettivit&agrave; della relazione, come obiettivo di &#8220;maturit&agrave;&#8221; lavorativa, il termine &#8220;professionale&#8221; usato sempre in antitesi al termine &#8220;personale&#8221;, le prescrizioni di ruolo per i vari operatori che inducono  sempre a mettere da parte l&#8217;emotivit&agrave;, come se fosse un elemento solo disturbante, senza garantire, in nessun lavoro di cura, un minimo spazio per l&#8217;elaborazione delle emozioni.<br />
Assolutamente vietato, alle riunioni di equipe, fare accenno ai sentimenti provati nel lavoro, verso gli utenti, pena l&#8217;accusa per l&#8217;operatore di essere immaturo, poco professionale, o nevrotico. Ricordo che quando ero assistente domiciliare, un ragazzo che seguivo fu trasferito in casa famiglia; smettendo quindi di essere nostro utente, lo andai a trovare comunque e subii un processo dalla cooperativa. &Egrave; ovvio che pi&ugrave; le emozioni sono negate negli operatori, pi&ugrave; questi diventano inclini verso un modello di normalit&agrave; totalmente asettico e anaffettivo.</p>
<p>D) Infine il martellamento costante, soprattutto nella riabilitazione, nell&#8217;assistenza sociale, nella consulenza psicologica, sull&#8217;<strong>autonomia</strong>, parola ormai dominante da anni  (c&#8217;entrer&agrave; lo smantellamento del Welfare?), in qualunque contesto sociosanitario  o educativo: dalla scuola materna al Centro Anziani.  Autonomia intesa come un vero delirio di autosufficienza: non dovere mai avere bisogno dell&#8217;aiuto di un altro, neanche psicologicamente, quindi essere anche totalmente anaffettivi.</p>
<p>A tali modalit&agrave; di cura e presa in carico, corrisponde un&#8217;immagine particolare della Normalit&agrave;, che pu&ograve; funzionare, per chi la subisce, come una lepre meccanica che non si riesce mai a raggiungere, o come una costante fonte di rabbia e di opposizione: destinata  a rimanere sterile, se non viene chiarita la componente di rifiuto soggettiva che incarna.<br />
La radice di questa normalit&agrave; &egrave;, ovviamente, l&#8217;adultomorfismo, come lo ha descritto Luigi Anepeta; da tale concezione deriva l&#8217;idea dell&#8217;infanzia come una condizione da correggere, come da correggere sono tutte le caratteristiche che, in questa visione, sono appannaggio esclusivo del bambino: la debolezza, la dipendenza, l&#8217;emotivit&agrave;. All&#8217;autoritarismo e all&#8217;infantilizzazione corrisponde un ideale di normalit&agrave; totalmente scevro da debolezze, mancanze, handicap tale da giustificare il martellamento riabilitativo o l&#8217;accanimento terapeutico: se l&#8217;obiettivo, irraggiungibile, &egrave; quello della &#8220;guarigione&#8221; completa, ci sar&agrave; sempre un ciclo di terapia da aggiungere, un miglioramento possibile da perseguire, un&#8217;imperfezione da correggere, sacrificando a tale obiettivo la libert&agrave; e l&#8217;individuazione del paziente, stroncando se serve la sua volont&agrave; divergente.<br />
Ricordo bambini, gi&agrave; bombardati da ore di fisioterapia, inviati dalla logopedista, per piccoli difetti di pronuncia, accusati benevolmente, se si opponevano, di essere pigri e ancora pi&ugrave; stimolati.</p>
<p>Ci sono dei temi che il libro ha lasciato in sospeso, accennandoli appena, collegati a questo argomento: quali aspetti, nella relazione terapeutica, nella presa in carico, nel sostegno sociale  (quindi &#8220;trasversali&#8221; alla specificit&agrave; del ruolo professionale) appaiono capaci di toccare i bisogni di una persona &#8211; disabile, malata o in crisi &#8211; posta violentemente ai margini da quello che le &egrave; capitato, rivelandosi risolutivi nel curare il trauma e permettere di riallacciare legami, di aiutare la ricerca di senso ed il recupero della libert&agrave; perduta e a ricucire un&#8217;individuazione devastata o interrotta.<br />
Io ne ho trovati 3 che mi sembrano basilari e sono collegati: <strong>riconoscere la storia, rifiutare il Modello Unico di Normalit&agrave;, favorire l&#8217;identificazione e il legame</strong>.</p>
<p>Al primo posto metterei <strong>la storia</strong>, cio&egrave; la capacit&agrave;, in chiunque approcci la persona ferita, di ricostruirne i percorsi e le vicende, di sapere chi era &#8220;prima&#8221; e a che punto della sua esistenza &egrave; capitato il trauma, dove stava andando quando la sua vita ha  virato cos&igrave; bruscamente.<br />
Storia che &egrave; sparita, inutile sottolinearlo, dalle procedure dei medici, che molto raramente ormai fanno l&#8217;anamnesi, dai mandati per tecnici della riabilitazione, o gli assistenti e anche, grazie al DSM, dal ruolo degli psicologi. Storia  (microstoria,  secondo la formulazione di Luigi Anepeta) che ci permette di capire il presente della persona, le sue reazioni e le sue difese, anche paradossali, i suoi valori, ideali e bisogni, messi in crisi dall&#8217;evento. Un po&#8217; come se fossimo davanti a un paese vittima del terremoto: per  aiutare a ricostruire dobbiamo sapere cosa c&#8217;era l&igrave;, prima.</p>
<p>Conoscere la storia di qualcuno pu&ograve; favorire la nostra <strong>identificazione</strong> con lui, molto pi&ugrave; dell&#8217;uso di una griglia o di un sistema classificatorio, pu&ograve; abbattere le barriere, i pregiudizi; pensiamo alle volte che, sapendo la storia di una persona, abbiamo cambiato il nostro giudizio. Darsi il tempo di raccontare e ascoltare serve a stabilire un contatto, a relativizzare i modelli di normalit&agrave;: se so quello che ti &egrave; successo smetto di chiederti di essere normale in modo standard, ti lascio essere normale a modo tuo.<br />
Capire le ragioni di un altro lascia lo spazio per l&#8217;identificazione, per il mettersi nei suoi panni e anche questa operazione, tanto scoraggiata dai sistemi di cura descritti, si rivela decisiva nella <strong>demolizione del modello unico di normalit&agrave;</strong>: se ho stabilito un legame con te, le etichette pi&ugrave; di tanto non servono.</p>
<p>Espinas, pubblicista spagnolo, padre  di una ragazza disabile, aveva coniato questo slogan, come didascalia ad una foto di un bambino down, sorridente: &#8220;Alcuni ti chiamano mongoloide, altri Down, i tuoi amici ti chiamano Paolo&#8221;.<br />
Ora, secondo la mia esperienza, l&#8217;identificazione e la solidariet&agrave;, come la capacit&agrave; di allacciare legami, si rivelano elementi fondamentali per la ripresa dopo un trauma (con tempi diversi da persona a persona), aspetti decisivi che se lasciati scorrere, sostenuti e valorizzati come avviene nei gruppi di auto aiuto, consentono alla persona ferita di riconnettersi con il mondo, arginando il rischio di rimanere piegati su di s&eacute;, sentendosi malati eterni, o di sfidarsi all&#8217;infinito con la performance dell&#8217;autonomia.</p>
<p>Un rapporto di cura (di presa in carico, riabilitazione o assistenza, o educazione) che tenga conto di questi aspetti (critica verso i modelli di normalit&agrave;, uso dell&#8217;affettivit&agrave;, riconoscimento della storia) credo che non possa mai diventare abusante o violento: entrare nella dimensione dell&#8217;altro ci permette di non vederlo pi&ugrave; come un alieno.</p>
<p>Concludo con due storie, una vissuta, l&#8217;altra letta, che per me furono veri e propri insight, nella strada della consapevolezza rispetto al mio lavoro.</p>
<p>Lavoravo al Don Orione e nei momenti di pausa stavo spesso in un certo cortiletto interno, circondato dalle mura, che prendeva aria e luce da un&#8217;apertura sul soffitto. Incontravo sempre un vecchio prete, gentile e cerimonioso, che aveva una forma particolare di delirio: aveva infilato una piuma di pavone in un buco nel pavimento e passava le giornate a rieducare la piuma: muoveva un fazzoletto a destra e a sinistra e interpretava l&#8217;ondeggiare all&#8217;aria della piuma come risposta ai suoi ordini. A volte la rimproverava, a volte la lodava, ogni tanto la blandiva: &#8220;Oh! Lo so che vorresti andartene in giro! Ma dobbiamo fare gli esercizi!&#8221;<br />
Per me quell&#8217;incontro fu determinante per capire il <em>burn out</em>; il prete faceva quello che probabilmente aveva fatto tutta la vita: rieducare, riabilitare, correggere. Dovevo stare attenta a non prendere come oro colato il mandato interventista dell&#8217;assistenza; il rischio era quello di vedere la realt&agrave; a senso unico.</p>
<p>La seconda storia l&#8217;ho letta in un libro, purtroppo non ricordo pi&ugrave; il titolo.<br />
Mi ricordo che tanti anni fa lessi un racconto di fantascienza, mi pare di Bradbury, che mi aiut&ograve; tantissimo e fu risolutivo rispetto al mio atteggiamento verso l&#8217;handicap e la diversit&agrave; in generale. Parlava di questa giovane coppia americana del futuro, entrambi belli e biondi, dediti al lavoro e allo sport. Lei &egrave; incinta, aspettano il bambino felici, ma invece del bambino nasce una piramide gelatinosa, azzurrina, fluorescente. I medici non sanno spiegarlo, deve essere accaduto qualche pasticcio strano con i mondi di altre dimensioni.<br />
La coppia torna a casa muta, costernata, depone la piramide nella cameretta preparata; si chiudono in casa, evitano la cameretta e il mondo di fuori. Sono disperati: non riusciranno mai ad accettare di avere come figlio la piramide&#8230; ammenoch&eacute;&#8230; si guardano e capiscono, devono fare un salto, entrare in un&#8217;altra dimensione, diventare anche loro  piramidi. Si tengono per mano, chiudono gli occhi e fanno questo salto, quando li riaprono, c&#8217;&egrave; un bambino biondo che gli sorride.<br />
Questo racconto, ci tengo a sottolinearlo, ha rappresentato per me uno spunto di riflessione sul rapporto non solo con la disabilit&agrave;, ma con l&#8217;altro, in generale ( il figlio che si aspetta, l&#8217;uomo o la donna che incontreremo, l&#8217;amico o il paziente, o lo studente). L&#8217;altro che, in qualche modo, non &egrave; quasi mai come ce lo aspettavamo, ma &egrave; molto pi&ugrave; vicino a noi, di quello che di solito crediamo.<br />
 Da questo punto di vista vorrei concludere sottolineando quanto siano utili, in ogni campo del lavoro sociale, le caratteristiche introverse: per quanto non riconosciute dalla cultura dei servizi, sensibilit&agrave;, empatia, immaginazione e fantasia si rivelano fondamentali nel costruire una relazione significativa, se le sappiamo difendere e valorizzare, diventano doti rilevanti in ogni momento del lavoro quotidiano.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Resoconto della presentazione del libro &#8220;Il Buio Esclusivo&#8221;</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2009/02/01/resoconto-della-presentazione-del-libro-il-buio-esclusivo/</link>
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		<pubDate>Sun, 01 Feb 2009 07:38:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Presentazioni libri]]></category>
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		<category><![CDATA[Silvestri]]></category>

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		<description><![CDATA[La presentazione è avvenuta il 17.01.2009 alle ore 15.00 presso la sede della LIDI, con una partecipazione tale che alcuni Soci sono rimasti in piedi. L&#8217;incontro è stato inaugurato dalla lettura di alcune poesie da parte dell&#8217;autrice, che ha scelto le seguenti:
10.
Sole appuntito
implacabile su occhi
impreparati
a tanta impudenza.
Nessuna scusa
nessuna piet
luce colore voluttà.
Domenica.
20.
Stendo foglie d&#8217;alloro
dell&#8217;eterno patto
ad accogliere
nuova [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La presentazione è avvenuta il 17.01.2009 alle ore 15.00 presso la sede della LIDI, con una partecipazione tale che alcuni Soci sono rimasti in piedi. L&#8217;incontro è stato inaugurato dalla lettura di alcune poesie da parte dell&#8217;autrice, che ha scelto le seguenti:</p>
<h3>10.</h3>
<p>Sole appuntito<br />
implacabile su occhi<br />
impreparati<br />
a tanta impudenza.</p>
<p>Nessuna scusa<br />
nessuna piet<br />
luce colore voluttà.</p>
<p>Domenica.</p>
<h3>20.</h3>
<p>Stendo foglie d&#8217;alloro<br />
dell&#8217;eterno patto<br />
ad accogliere<br />
nuova linfa<br />
sul sentiero<br />
che di me dimentica<br />
rovine e miserie.</p>
<p>E nell&#8217;attimo perfetto<br />
dell&#8217;oblio<br />
mi lascio illuminare<br />
da un bagliore<br />
che trafigge<br />
iridi e vene<br />
a nuova luce<br />
consegnare<br />
in mani ferite e tremanti.</p>
<p>Fulmineo accolgo<br />
il risuonare<br />
di tanto brusio<br />
che nei<br />
vicoli di me<br />
alla luce<br />
mi scorta.</p>
<p>Ed io<br />
a tanto fulgido<br />
inceder di grazia<br />
mi abbandono<br />
e mi lascio<br />
a soavi mete<br />
sospingere.</p>
<h3>26.</h3>
<p>Respiro<br />
ne sento il suono.</p>
<p>Respiro<br />
assaporo gli odori<br />
di un mattino<br />
pigro<br />
scosto le labbra<br />
a far posto<br />
all&#8217;aria<br />
che entra gira e rigira.</p>
<p>Respiro<br />
fiato su fiato<br />
a rompere i polmoni<br />
ad allargar le mani<br />
a sentire<br />
quel filo<br />
di vita<br />
aggrapparsi<br />
a tutta me&#8230;</p>
<p>Respiro.</p>
<h3>21.</h3>
<p>Ferma<br />
rimarrei<br />
immobile nel sole<br />
inerme al suono<br />
intorno<br />
che tintinna e scuote.</p>
<p>Lascerei<br />
scorrere<br />
senza toccare<br />
guarderei<br />
correre<br />
senza sudare.</p>
<p>Ma nel mio respiro<br />
che fatico&#8230;<br />
è qui al centro<br />
che mi rompo<br />
e mi perdo.</p>
<p>Nel mio petto<br />
sento<br />
colpirmi blocchi<br />
di dolore<br />
mai sciolto<br />
e<br />
anche nel deserto<br />
non sono sicura.</p>
<p>Afferro<br />
il Niente<br />
quasi a salvarmi<br />
qui<br />
pronto e manifesto.</p>
<p>Niente che<br />
non si ferma<br />
che ferisce<br />
e sanguina&#8230;<br />
nelle mie mani aperte<br />
che niente sanno<br />
difendere.</p>
<h3>30.</h3>
<p>Ho lavato<br />
il dolore<br />
nel solco di lacrime<br />
non mie<br />
ho sospirato<br />
all&#8217;ombra<br />
di un albero fiero<br />
che i miei occhi<br />
non avevano<br />
visto prima<br />
e<br />
finalmente<br />
ho sostato<br />
lontano<br />
dal fragore del mondo.</p>
<p>Che il Sole d&#8217;Oriente<br />
esploda<br />
ad incorniciare<br />
occhi di verità<br />
nude<br />
a colpire<br />
pietre conficcate<br />
di mala-amore<br />
a stracciare<br />
vesti dorate<br />
di colpe<br />
mai scontate<br />
nel fango intrise.</p>
<p>Qui.<br />
Dritta.<br />
sono ad accoglierti<br />
nella<br />
tua sosta<br />
nel palmo aperto<br />
di chi sa slegare.</p>
<p>Ed<br />
il mio anelito<br />
di vita<br />
scorra<br />
e soffi lieve<br />
su mani<br />
che incontrano destini<br />
non miei<br />
e che<br />
nell&#8217;abbraccio<br />
unisono<br />
diventano<br />
perché</p>
<p>unisono<br />
sono.</p>
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		<title>&#8220;Timido, docile, ardente&#8230;&#8221;: l&#8217;introduzione del saggio</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jul 2008 09:53:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Saggi del dott. Anepeta]]></category>
		<category><![CDATA[Anepeta]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[saggi]]></category>
		<category><![CDATA[saggio sull'introversione]]></category>

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		<description><![CDATA[Premessa
Per il senso comune l&#8217;introverso è tout-court un &#8220;orso&#8221;, un essere tendenzialmente solitario e asociale. Il senso comune si riflette anche nelle definizioni fornite dai dizionari, che connotano l&#8217;introverso come chiuso, timido, schivo, freddo, riservato, distaccato, e l&#8217;estroverso, invece, come aperto, comunicativo, cordiale, affettuoso, espansivo, esuberante.
Quanto c&#8217;è di vero in queste definizioni, nelle quali risuona [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Premessa</h3>
<p>Per il senso comune l&#8217;introverso è tout-court un &#8220;orso&#8221;, un essere tendenzialmente solitario e asociale. Il senso comune si riflette anche nelle definizioni fornite dai dizionari, che connotano l&#8217;introverso come chiuso, timido, schivo, freddo, riservato, distaccato, e l&#8217;estroverso, invece, come aperto, comunicativo, cordiale, affettuoso, espansivo, esuberante.</p>
<p>Quanto c&#8217;è di vero in queste definizioni, nelle quali risuona un giudizio di valore? Parecchio stando alle apparenze, poco per quanto concerne ciò che si dà dietro di esse. Alla verità era già arrivato <a href="/2007/05/15/la-biografia-interiore-di-jean-jacques-rousseau/">Rousseau</a>, tratteggiando, nelle <em>Confessioni</em>, il suo carattere &#8220;timido e docile nella vita ordinaria, ma ardente, fiero, indomabile nelle passioni&#8221;.</p>
<p>Lo scarto tra l&#8217;apparente riservatezza e un mondo interiore passionale è l&#8217;essenza dell&#8217;introversione.</p>
<p>Analizzare e spiegare tale scarto aiuta a sormontare il pregiudizio che ne discende e a comprendere più in profondità l&#8217;umano.</p>
<h3>Introduzione</h3>
<p>Nascere più o meno introverso è un evento casuale, una &#8220;scelta&#8221; della natura che si realizza quand&#8217;essa rimescola, nel suo caleidoscopio, il patrimonio di geni contenuto nei gameti della madre e del padre, che a sua volta è una combinazione di quello degli avi.</p>
<p>Il fondamento genetico dell&#8217;introversione è fuor di dubbio, anche se a riguardo si sa ancora poco (cfr. appendice 2).</p>
<p>L&#8217;influenza dei geni sullo sviluppo e l&#8217;organizzazione della personalità è controversa. Un solo fatto si può ritenere certo: essa non è deterministica. Ogni uomo, nel modo di essere che lo caratterizza, è un prodotto di fattori diversi &#8211; biologici, psicologici, culturali -, che interagiscono tra loro. La natura umana non è una tabula rasa, ma il ruolo delle influenze ambientali e del modo in cui il soggetto utilizza il suo patrimonio di esperienza non può essere minimizzato</p>
<p>Data la complessità dell&#8217;essere umano, non c&#8217;è da sorprendersi che la teoria della personalità rappresenti la branca più povera, incerta e contraddittoria nell&#8217;ambito della psicologia. Il problema di fondo, come riesce chiaro da un&#8217;analisi della letteratura a riguardo (dal classico <em>Teorie della personalità</em> di Calvin S. Hall e Gardner Lindzey, Boringhieri, Milano 1986 ai più recenti: <em>La scienza della personalità</em> di Lawrence A. Pervin e Oliver P. John, Raffaello Cortina Editore 2003; <em>Psicologia e personalità</em>, a cura di Loredano Matteo Lorenzetti, Angeli, Milano, 2005), è che nessuno dei modelli finora proposti riesce a valutare adeguatamente il ruolo dei fattori genetici, ambientali e psicologici.</p>
<p>Una &#8220;scienza&#8221; della personalità, insomma, è un proposito piuttosto che una realtà. Non è un caso, pertanto, che tra le molteplici ipotesi enunciate dagli autori, poche sono riuscite ad affermarsi e a perdurare. Una di queste è la distinzione introdotta da <a href="/2006/06/05/estroversione-e-introversione-secondo-jung/">Jung</a> tra estroversione e introversione, che, avendo una portata d&#8217;ordine universale, è giunta a far parte del linguaggio e del senso comune (cfr. appendice 1).</p>
<p>La concezione junghiana ha avuto fortuna perché, nell&#8217;insieme degli orientamenti di carattere umani, ha identificato due tipologie che, avendo un fondamento genetico, sono agevolmente distinguibili quali che siano le influenze ambientali.</p>
<p>Purtroppo, però, nel nostro mondo, tali influenze non sono neutrali, nel senso di consentire ad ogni individuo di svilupparsi secondo le sue linee di tendenza costituzionali. Esse agiscono quasi sempre negativamente sullo sviluppo e sul modo d&#8217;essere degli introversi.</p>
<p>Nella sua essenza, come si vedrà. l&#8217;introversione è caratterizzata essenzialmente da un ricco corredo emozionale, associato spesso ad una vivace intelligenza: da un mondo interiore, insomma, la cui vibratilità agli eventi esterni esercita una cattura costante sull&#8217;Io, che non può prescindere dal valutarli, elaborarli e dare senso ad essi.</p>
<p>Sentire e capire di più sembrerebbero, sulla carta, qualità ottimali per promuovere lo sviluppo di una personalità ben strutturata, differenziata e originale. I soggetti che, per sorte, ricevono questo &#8220;dono&#8221;, manifestano invece, nel nostro mondo, difficoltà più o meno rilevanti di adattamento sociale e, con una frequenza inquietante, disturbi psichici di varia natura.</p>
<p>Il paradosso per cui una ricchezza potenziale, qual è quella intrinseca all&#8217;introversione, dà luogo spesso ad un&#8217;esperienza di vita soggettivamente e a volte socialmente penosa, fino al limite estremo dell&#8217;isolamento e del disagio psichico, rappresenta un &#8220;mistero&#8221; difficile da decifrare.</p>
<p>Alcuni studiosi lo risolvono affermando che l&#8217;introversione, se comporta una ricchezza di potenzialità, o forse proprio in conseguenza di essa, è caratterizzata anche da una &#8220;vulnerabilità&#8221; costituzionale che non favorisce l&#8217;adattamento alle normali richieste della vita. Si tratta, però, di una interpretazione &#8220;ideologica&#8221;, quindi tendenziosa, che assume l&#8217;adattamento al mondo esterno come criterio supremo di normalità. Essa traspone un principio valido per gli animali, che devono lottare per sopravvivere in rapporto all&#8217;ambiente naturale, ad un livello &#8211; quello umano &#8211; laddove l&#8217;adattamento concerne un ambiente culturale prodotto dall&#8217;uomo stesso: un ambiente, dunque, &#8220;artificiale&#8221;, che può fornire opportunità di sviluppo non congruenti con la varietà genetica che caratterizza gli individui.</p>
<p>Occorre trovare altre chiavi di interpretazione. È questo l&#8217;intento del saggio.</p>
<p>Esso è stato scritto sull&#8217;onda di un&#8217;&#8221;indignazione&#8221; cresciuta nel corso degli anni. È sempre più doloroso confrontarmi, come psicoterapeuta, con ragazzi e giovani, dotati di grandi potenzialità, devastati dall&#8217;interazione con un mondo che non li comprende né li rispetta (e che essi, a loro volta, non comprendono, per quanto, in genere, non possono fare a meno di rispettare). È ugualmente penoso pensare al numero d&#8217;introversi che, pur non manifestando un apparente disagio psichico, vivono schiacciati sotto il peso di una diversità percepita negativamente, convinti d&#8217;essere inadeguati e &#8220;difettosi&#8221; nonostante il loro valore sia, spesso, riconosciuto dagli altri.</p>
<p>L&#8217;indignazione cui ho fatto cenno non ha alcuna valenza moralistica. Non è mia intenzione puntare il dito accusatorio sul mondo così com&#8217;è, fatto cioè (tra l&#8217;altro, neppure tanto bene) su misura per gli estroversi, ritenendo la sua organizzazione un prodotto della storia piuttosto che di volontà deliberate, né sui familiari e sugli insegnanti i quali, confrontandosi con soggetti difficili da capire nella loro complessità interiore, fanno quello che possono.</p>
<p>Dato però che i danni che gli introversi ricavano dall&#8217;interazione con l&#8217;ambiente è un fatto oggettivo, documentabile e inquietante, ritengo che i tempi siano maturi perché questo problema fuoriesca dal cono d&#8217;ombra che lo avvolge, venga finalmente colto nel suo spessore, soprattutto in un&#8217;ottica di prevenzione del disagio psichico, e dia luogo ad una presa di coscienza che dovrebbe tradursi, per quanto riguarda gli introversi, nel vivere consapevolmente la loro condizione realizzandola secondo le sue linee di tendenza, e, per quanto riguarda il mondo, in una nuova programmazione sociale a livello pedagogico e culturale.</p>
<p>La via per giungere a questa &#8220;rivoluzione&#8221; culturale è lunga.</p>
<p>Entrati nel linguaggio comune, i termini introversione ed estroversione sono connotati univocamente, come accennato, con un segno negativo l&#8217;uno, positivo l&#8217;altro. La qualificazione è in gran parte riconducibile al comportamento apparente &#8211; chiuso o aperto sotto il profilo della comunicazione con il mondo esterno e con gli altri &#8211; valutato con un metro di misura che implica un giudizio di valore.</p>
<p>Tale metro di misura pone tra parentesi un dato essenziale inerente l&#8217;esperienza umana.</p>
<p>Animale sociale, &#8220;affacciato&#8221; percettivamente sul mondo esterno, l&#8217;uomo ha raggiunto la sua specificità mentale in virtù della capacità di costruire una trama di significati simbolici socialmente condivisi che hanno definito un mondo interno, dotato di una sua realtà. La coscienza vive dunque nell&#8217;interfaccia tra due mondi che interagiscono tra loro, anche se essa rimane comunemente preda di un ingenuo realismo che la porta a enfatizzare il primo e a misconoscere il secondo, che, tra l&#8217;altro, è l&#8217;unico che &#8220;esperisce&#8221;. È vero che del mondo esterno fa parte anche il socius senza l&#8217;interazione con il quale non si definirebbe un mondo interno. Considerare però l&#8217;apertura all&#8217;esterno come un criterio normativo implica, tra l&#8217;altro, ignorare che, assumendo come referente il mondo interno, il giudizio potrebbe essere semplicemente invertito di segno.</p>
<p>Il pregiudizio in questione definisce il modo d&#8217;essere introverso come disfunzionale in sé e per sé, se non addirittura &#8220;patologico&#8221;. Basta fare una ricerca su Internet per constatare quante offerte d&#8217;aiuto vengono rivolte, da psicologi e psicoterapeuti, agli introversi, associate alla promessa di liberarli dalla timidezza, dalle inibizioni, dalle difficoltà di rapporto con l&#8217;altro sesso, ecc. L&#8217;offerta corrisponde ad una domanda reale, ad un disagio vissuto sulla pelle, anche se va detto che molti psicoterapeuti, irretiti essi stessi del modello culturale dominante, offrono un aiuto il cui obiettivo ultimo è la normalizzazione: un rimedio peggiore del male. Nessuna offerta di aiuto viene rivolta, ovviamente, agli estroversi, un buon numero dei quali, pure adattati al mondo così com&#8217;è in virtù della loro efficienza e spigliatezza, rientrano nell&#8217;ambito della pseudonormalità analizzata in passato da E. Fromm (<em>Psicoanalisi della società contemporanea</em>, Mondadori, Milano, 1987).</p>
<p>En passant, è importante precisare immediatamente che il superamento del pregiudizio nei confronti dell&#8217;introversione non deve tradursi in un altro pregiudizio a carico dell&#8217;estroversione. Selezionati dalla natura, entrambi gli orientamenti, come vedremo, hanno un grande significato nella cornice dello sforzo della specie umana di oggettivare le sue potenzialità. Ogni uomo, insomma, deve vivere nella sua pelle e coltivare la vocazione ad essere scritta nel suo corredo genetico.</p>
<p>Il problema è che, nel nostro contesto socio-culturale, se molti introversi si chiudono rispetto al mondo esterno più di quanto sia necessario per salvaguardare la loro identità, e spesso covano nei confronti degli altri rabbie di ogni genere, un numero rilevante e continuamente crescente di estroversi, si chiudono al mondo interno più di quanto sia ragionevole per assicurare alla personalità uno sviluppo interiore. Essi rimangono cristallizzati in una sterile e spesso monotona &#8220;normalità&#8221;.</p>
<p>Esistono, insomma, nel nostro mondo, troppi introversi introvertiti e troppi estroversi estrovertiti. Questo giudizio non è un gioco di parole. Esso coglie una drammatica realtà psicosociologica, che non è azzardato ricondurre nell&#8217;ambito dell&#8217;alienazione, se con questo termine s&#8217;intende un&#8217;eccessiva pressione adattiva operata da un modello normativo funzionale alle esigenze del sistema socio-economico e culturale.</p>
<p>Il pregiudizio nei confronti degli introversi, che essi purtroppo interiorizzano con l&#8217;aria che respirano, e che in non pochi casi si traduce in una &#8220;persecuzione&#8221; sociale, il più spesso inconsapevole e incolpevole, non è certo l&#8217;unica iniquità del nostro mondo. Denunciarla dipende solo dall&#8217;essere quella che quotidianamente ho sotto gli occhi, e può determinare conseguenze psicologiche anche molto gravi. Rispetto alle altre iniquità, ritengo che sia anche la più facilmente rimediabile in conseguenza di una presa di coscienza da parte dei diretti interessati, degli educatori e della società.</p>
<p>In un mondo in cui il tema della diversità si va configurando come fondamentale, il problema dell&#8217;introversione, posto che se ne colgano tutte le implicanze, dovrebbe essere affrontato come primario. Al di là del riconoscere agli introversi diritti di pari opportunità di sviluppo, che vengono più o meno sistematicamente violati (in misura maggiore rispetto alla media), l&#8217;affrontare il problema rappresenterebbe un salto di qualità sulla via di una civiltà più aperta al riconoscimento del valore della diversità.</p>
<p>Il libro ha il duplice intento di illustrare che cos&#8217;è l&#8217;introversione in sé e per sé, nelle sue caratteristiche specifiche, nel suo valore e nei suoi limiti, e di analizzare le circostanze ambientali e i fattori soggettivi, consci e inconsci, che troppo spesso determinano una condizione di disagio psichico e psicopatologico. Scritto meno per gli specialisti &#8211; psichiatri e psicologi -, gran parte dei quali sono funzionari della normalità corrente, che per coloro che hanno orecchie per intendere, il saggio rappresenta il &#8220;manifesto&#8221; della Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi (LIDI), il cui scopo primario è di avviare un&#8217;opera di prevenzione dei disturbi psichici che gli introversi manifestano in conseguenza dell&#8217;interazione con un ambiente familiare, scolastico, culturale e sociale sfavorevole.</p>
<p>Uno scopo secondario, ma non meno importante, è di fornire agli introversi adolescenti e adulti strumenti che consentano loro di riconoscere i valori e i limiti intrinseci al loro modo di essere, in maniera tale che da porli in condizione di apprezzare e a sviluppare i primi senza affannarsi a mascherare e reprimere i secondi.</p>
<p>La Lega non intende eleggere gli introversi al ruolo di vittime di una qualche &#8220;congiura&#8221; nei loro confronti. Di fatto, vale a dire oggettivamente, lo sono. Ma è pur vero che, spesso, con la loro esasperata sensibilità, l&#8217;aspettativa univoca che il mondo sia altro da quello che è, l&#8217;incomprensione nei confronti dei “normali” e, talora, il rifiuto di rimanere fedeli al proprio modo d&#8217;essere, partecipano, senza sapere e senza volere, a stringere intorno alla loro anima il cappio dell&#8217;infelicità.</p>
<p>Il saggio si articola in quattro capitoli. Nel primo (Che cos&#8217;è l&#8217;introversione) tento di descrivere le caratteristiche che si possono attribuire al genotipo. Nel secondo (Le carriere introverse) vengono illustrati gli sviluppi dell&#8217;introversione nell&#8217;interazione con il mondo sociale: i fenotipi, dunque, vale a dire le varie personalità introverse. Nel terzo (Introversione e disagio psichico) vengono analizzati in termini psicodinamici i disturbi psicopatologici più frequenti che si realizzano in conseguenza delle carriere introverse. Nel quarto, infine, (Vivere e lasciare vivere l&#8217;introversione) si forniscono, più che consigli, criteri di valutazione del modo di essere introverso nella varie fasi della vita che possono risultare utili agli introversi stessi, agli educatori e anche agli estroversi, a molti dei quali non farebbe certo male coltivare con un po&#8217; più di attenzione il rapporto con il loro mondo interiore.</p>
<p>Al corpo del saggio seguono tre appendici. La prima è una breve analisi critica della teoria di Jung e dell&#8217;incidenza che essa ha avuto sulla storia della psicologia. La seconda affronta il problema della genetica dell&#8217;introversione avanzando, a riguardo, un&#8217;ipotesi evoluzionistica alla quale assegno un grande significato. La terza propone un questionario sull&#8217;introversione (da me compilato sulla scorta di quello di Eysenck) che può consentire a chiunque un&#8217;autovalutazione del proprio orientamento caratteriale.</p>
<p><span class="highlight-green">Il libro può essere acquistato in qualunque libreria oppure online sul <a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.asp?CodiceLibro=239.163">sito della casa editrice</a></span>.</p>
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		<title>&#8220;Abbecedario di scienze umane e sociali&#8221;: l&#8217;introduzione del saggio</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2008/06/12/abbecedario-di-scienze-umane-e-sociali-lintroduzione-del-saggio/</link>
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		<pubDate>Thu, 12 Jun 2008 15:04:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Saggi del dott. Anepeta]]></category>
		<category><![CDATA[Anepeta]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[saggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Premessa
La pubblicazione di libri di psicologia volti a risolvere i molteplici problemi che gli esseri umani incontrano nel corso della vita – dal parto dolce alla buona morte – è ormai una moda che ingombra gli scaffali delle librerie e trabocca dai ripiani delle edicole. Il leit-motiv di questa letteratura di consumo è che con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Premessa</h3>
<p>La pubblicazione di libri di psicologia volti a risolvere i molteplici problemi che gli esseri umani incontrano nel corso della vita – dal parto dolce alla buona morte – è ormai una moda che ingombra gli scaffali delle librerie e trabocca dai ripiani delle edicole. Il leit-motiv di questa letteratura di consumo è che con qualche &#8220;dritta&#8221; fornita dagli esperti e l&#8217;adozione di strategie ad hoc tutti possono raggiungere la tranquillità interiore e aspirare alla felicità, realizzando l&#8217;obiettivo supremo di essere se stessi.</p>
<p>Si tratta di una bufala che dà un&#8217;insufflatina all&#8217;Io megalomane e rattrappito proprio del nostro tempo.</p>
<p>Capire e cambiare, anche solo di una virgola, qualcosa della propria personalità richiede un duro lavoro. Bisogna, infatti, fare i conti con le trappole intrinseche al singolare congegno impiantato nella scatola cranica, con quelle, ancora più insidiose, che la cultura ha prodotto e produce per ridurre l’impegno personale di capire qualcosa della giostra della vita, e, infine, con la cronica tendenza dell’Io cosciente alla mistificazione, vale a dire a fare carte false pur di non vedere come stanno le cose (fuori e dentro di sé). Fare questi conti implica, però, sapere che queste trappole esistono e, almeno approssimativamente, come funzionano. Cosa tutt’altro che semplice in una società i cui membri, allevati nel culto della coscienza e dell’Io, sviluppano in genere, a partire dall’adolescenza, un narcisismo presuntuoso e patetico.</p>
<p>Bisogna insegnare alla gente ad avere orrore di se stessa, per fargli coraggio – ha scritto un filosofo. Orrore è un termine ad effetto: un minimo di consapevolezza sulla condizione umana è imprescindibile, però, dalla messa in crisi delle certezze che quelle trappole producono, e quindi dallo stupore, dalla sorpresa e dal turbamento di viverci &#8220;naturalmente&#8221; dentro. Obiettivo dell&#8217;Abbecedario è riuscire a provocare qualcosa del genere.</p>
<p>Scritto in un linguaggio adattato ad un target giovanile (dai diciassette anni in su), ma denso di contenuti il cui approfondimento richiederebbe di vivere quanto Matusalemme, il libro giunge ora ad una nuova edizione rinnovata e ampliata rispetto alla prima, esaurita da tempo. Solo l&#8217;aver varcato la soglia della terza età giustifica l&#8217;idea di tornare su di un testo venuto fuori quasi di colpo, in un&#8217;uggiosa estate di dieci anni orsono, dai recessi di un congegno che, evidentemente, aveva urgente bisogno di spurgare informazioni e umori accumulati negli anni.</p>
<p>Il rischio era quello di riscriverlo ex-novo, dando la stura all&#8217;impasto di rabbia critica e di pietas che si è addensata nell&#8217;anima in questo avvio del terzo millennio, del tutto buio per quanto concerne lo stato di cose nel mondo. Ho tentato per qualche tempo di limitarlo lavorando di fioretto. Ho capito, poi, che qualche sciabolata (ristrutturare alcuni capitoli, eliminare l&#8217;obsoleto, colmare alcune lacune, ecc.) non avrebbe arrecato danno. Il prodotto del rifacimento all&#8217;arma bianca è questo pamphlet.</p>
<p>È obbligatorio, ormai, per qualunque intellettuale rispettabile, licenziando un lavoro a stampa, affermare di non esserne soddisfatto. Mi astengo dalla formula rituale perché, dietro l&#8217;apparente umiltà, si cela di solito l&#8217;intenzione dell&#8217;autore di dare a credere di saperne più di quanto ha scritto. Per quanto mi riguarda, ritengo di aver spremuto al massimo le meningi utilizzando anche i fondi di bottiglia della mia cultura. Quello che manca (di sicuro parecchio), deve essere depositato in qualche altro congegno.</p>
<h3>1. Tanto per cominciare</h3>
<p>Una presentazione è d’obbligo. Io mi guadagno il pane facendo lo strizzacervelli, vale a dire aiutando le persone a scoprire che, in fondo in fondo, sono migliori di quanto pensano (e, a volte, di come agiscono). Di gente che accetta di farsi centrifugare la coscienza, gli annessi e i connessi per capire che razza di scherzi tirano, ce n&#8217;è di due generi: quelli che, a forza di praticare le virtù che gli sono state inculcate – essere bravi, buoni, responsabili, altruisti e via dicendo –, perdono il gusto della vita, e, sotto pelle, finiscono con il pensare di essere tutt&#8217;altro da come appaiono (in genere finti, al limite mostri); e quelli che, per non sentirsi vasi di coccio in mezzo a vasi di ferro, all&#8217;insegna della vita è una lotta e guai ai deboli, tentano di darsi una maschera che non gli è congeniale – di durezza, insensibilità e cinismo –, dalla quale, a differenza dei modelli di riferimento, ricavano solo sensi di colpa.</p>
<p>Fosse possibile un trapianto incrociato, la cosa si risolverebbe in quattro e quattr&#8217;otto. E invece è una dura impresa per le persone mutar pelle, sia che si tratti di accasarsi finalmente nella propria o di rientrarci. Quando la muta sopravviene, il vantaggio è relativo: si campa meglio, ma si scopre che il mondo è pieno zeppo di gente che fa finta di essere normale. Dopo aver tanto desiderato l&#8217;omologazione, qualcuno ci rimane di stucco e protesta un po&#8217; quando gli viene fatto presente che questo è il segno certo che la &#8220;cura&#8221; ha funzionato.</p>
<p>A forza di fare questo strano mestiere che sopperisce, sostanzialmente, alle insensatezze del mondo, m&#8217;è venuto il dubbio che, nella nostra società ipertecnologica, la cui presunzione è, forse, incommensurabile rispetto a quella di ogni altra mai esistita, il prodotto che viene peggio è l&#8217;uomo. Non solo perché aumenta di continuo il numero di quelli che, dopo anni e anni di acculturazione, hanno bisogno di un supplemento che li umanizzi un po&#8217;, togliendogli la maschera della virtù bigotta o dell&#8217;indurimento posticcio. Il problema è che gli altri, i &#8220;normali&#8221;, non stanno per niente meglio, anche se spesso neppure se ne rendono conto. Vivono recintati nella propria coscienza, aggrappati alle tradizioni o alle mode correnti, tutti intenti ad adattarsi al mondo così com&#8217;è, convinti di essere padroni di sé e della propria vita, imbevuti delle informazioni che li bombardano mediaticamente (una paccottiglia indigesta). Se si gratta un po&#8217; la superficie, viene fuori che questa sicumera, eufemisticamente definita senso comune, è una mistificazione perché delle tradizioni in cui credono e delle mode da cui sono catturati sanno poco o nulla, dell&#8217;uomo come essere naturale e della sua storia ancora meno, e, riguardo a se stessi, ripongono una fiducia cieca nel loro Io, che continua a narrargli la favoletta dell&#8217;unità, della coesione e della continuità che li tiene tranquilli. Quanto al congegno che si ritrovano nella scatola cranica (tutto compreso: materia grigia e spirito), lo ritengono un oggetto misterioso, roba da specialisti, che – a sentirli parlare – è chiaro che non ci capiscono molto neppure loro.</p>
<p>Insomma, l&#8217;uomo oggi è affetto da una sorta di analfabetismo del tutto particolare che riguarda la sua natura, il congegno, l&#8217;uso che ne fa e che, nel corso del tempo, ne è stato fatto, da tutte le generazioni che si sono succedute, producendo la cultura (materiale e spirituale), la storia e l&#8217;organizzazione sociale. L&#8217;analfabetismo è aggravato da un&#8217;infarinatura di psicologia, di psicoanalisi e di varia umanità dovuta ai mass-media che lo rende intollerabile poiché spinge alla perpetua esibizione del non sapere di non sapere. Per arrivare all&#8217;abc, basterebbe prendere atto che la cultura – vale a dire il tentativo dell’uomo di mettere ordine nel caos e di abitarvici – alcune idee gliele ha chiarite, altre confuse. Evidentemente, non è una quisquilia.</p>
<p>Il problema, d&#8217;altro canto, è di antica data. Producendo il cervello attraverso l&#8217;evoluzione, la natura ce ne ha concesso il diritto di uso senza il libretto delle istruzioni. L&#8217;umanità ha fatto quello che ha potuto: ne ha ricavato la capacità di sopravvivere industriandosi e sviluppando delle tecniche che piegano la natura a fare ciò che essa spontaneamente non farebbe. Essendosi ritrovata, poi, a dovere dar senso alla sua strana esperienza, ha prodotto anche un sacco di idee, convinzioni, opinioni, pregiudizi, miti, alcuni azzeccati, altri strampalati. Se è sopravvissuta, ciò attesta che, pur procedendo alla cieca, i tentativi riusciti – pratici e teorici – sono stati maggiori degli errori, pure madornali, commessi (il più recente, la produzione delle armi nucleari, ci ha portato sull&#8217;orlo della catastrofe, e il più attuale, l&#8217;inquinamento, sta lì lì per affossarci). Continuare, però, a confidare nello stellone è azzardato.</p>
<p>Non solo perché la nostra civiltà, che presume di aver imboccato la via giusta per assicurare a tutti il benessere, tenta di imporre il suo modello di sviluppo consumistico al mondo intero, incurante del fatto che se esso fosse universalmente praticato il pianeta collasserebbe in quattro e quattr&#8217;otto (anche solo per effetto dei rifiuti, che già non si sa più dove metterli). Il problema inquietante è che non si riesce più a capire chi ricava vantaggio dal correre dietro alla lepre meccanica dello sviluppo illimitato, visto che, oltre alla natura, anche l’uomo se la passa male.</p>
<p>Le statistiche vanno prese sempre cum grano salis. Quelle che attestano, però, che negli ultimi venti anni, in tutti i Paesi avanzati, il PIL è raddoppiato mentre l&#8217;Indice di Salute Sociale si è dimezzato, lasciano pochi dubbi sullo status quo. Ancor più preoccupanti delle statistiche, sono le previsioni. Secondo l&#8217;OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), tra trenta anni i disturbi psichici rappresenteranno la malattia più diffusa sulla faccia del Pianeta. La miscela di ricchezza economica e di miseria psicologica rischia, insomma, di diventare tossica.</p>
<p>Come spiegare questo trend?</p>
<p>Le spiegazioni, a dire il vero, abbondano, ma quella giusta, probabilmente, è la più semplice. Bene o male, l&#8217;uomo ha raggiunto un notevole (e inquietante) dominio sul mondo esterno, ma è parecchio in ritardo nell&#8217;amministrare quello interno. Soffre, insomma, in conseguenza di uno scarto sempre più rilevante tra l&#8217;efficienza tecnica e la miseria psicologica, vale a dire il rapportarsi a sé e agli altri praticamente alla cieca.</p>
<p>C&#8217;è un’alternativa? Sulla carta, sì.</p>
<p>Per effetto del congegno, l&#8217;uomo è stato costretto, fin da quando è comparso sulla Terra, a teorizzare su tutto, anche su se stesso. Bon gré, mal gré, si è dovuto trasformare in &#8220;scienziato&#8221; prima ancora che esistesse la scienza. Ha accumulato, per ciò, un sapere incredibile ma limaccioso nel quale l&#8217;acqua pulita e quella sporca sono confluite senza sosta. Certo, i filosofi qualche verità l&#8217;hanno azzeccata, ma la loro audience è risultata sempre un po&#8217; ridotta a favore della propaganda dei preti, che i problemi – chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo – li risolvono in quattro e quattr&#8217;otto.</p>
<p>Solo da due secoli l&#8217;uomo (occidentale) ha preso se stesso come oggetto di studio, simulando nella raccolta dei dati e nella loro elaborazione le scienze naturali, che sono andate avanti un bel pezzo. Ha cominciato da lontano, dall&#8217;interazione tra fatti fisici e fatti umani (geografia) e dallo studio di culture diverse dalla sua (antropologia culturale). Poi si è dedicato alla società (politologia, sociologia), alla produzione dei beni (economia), alla ricostruzione del passato (storia), al linguaggio e all&#8217;uso dei segni comunicativi (semiotica). Infine è arrivato al soggetto, conscio (psicologia) e inconscio (psicanalisi). Qui si è avvitato su se stesso, perché si tratta di darsi una guardatina allo specchio (e anche dietro lo specchio). Ha depistato l&#8217;attenzione sul comportamento degli altri animali (etologia) per mettere meglio a fuoco i rapporti di parentela. Poi, sull&#8217;onda della tecnologia, ha tentato (e sta tentando ancora) di accedere al sancta sanctorum del cervello (neurobiologia).</p>
<p>Questo sforzo immane ha prodotto una mole di dati imponente, intrigante e, naturalmente, contraddittoria. Anche se ne manca ancora qualcuno (quanti nessuno lo sa), parecchi pezzi del puzzle sono disponibili: il problema è assemblarli. La cosa migliore da fare, sulla carta, sembrerebbe coinvolgere l&#8217;umanità tutta intera nell&#8217;impresa. Il gioco invece rimane riservato agli specialisti, ciascuno dei quali tira l&#8217;acqua al suo mulino per accreditare la disciplina cui si dedica come una scienza, mentre, per ora, mettendole tutte insieme, viene fuori tutt&#8217;al più un sapere.</p>
<p>Se ci si chiede perché questo patrimonio (comprese le domande ancora aperte) non fa parte della cultura comune, perché la maggioranza degli uomini non possono utilizzarlo, nonostante potrebbe permettere loro di partecipare un po&#8217; meno casualmente all&#8217;avventura umana, perché, infine, nell&#8217;ordinamento degli studi, dalle elementari alle superiori, non si parla (se non per incidente) di genetica, neurobiologia, psicologia, psicoanalisi, sociologia, antropologia culturale, ecc. – rimozione che fa il paio con l&#8217;assenza dell’economia – è difficile rispondere. Di sicuro, a qualcuno fa gioco questa rimozione. A chi e perché è da vedere.</p>
<p>L&#8217;ignoranza (incolpevole) dei &#8220;fondamentali&#8221; è il tormentone quotidiano del mio mestiere. La gente – in genere – cade dalle nuvole quando scopre che l&#8217;abc della natura umana e del can-can mentale che si organizza a partire da essa nell&#8217;interazione con l&#8217;ambiente culturale, conosciuto prima, gli avrebbe evitato un sacco di guai.</p>
<p>Stanco di questa manfrina, com&#8217;è come non è, m&#8217;è venuto di affrontare il problema di petto: in pratica, di debordare dal terreno specialistico e di mettere sulla carta quest&#8217;abbecedario ad usum delphinorum, visto che gli eredi – se non altro perché in media sono malmessi – danno più affidamento dei padri.</p>
<p>E già, perché la favoletta dei giovani ai quali oggi non manca nulla, fa acqua da tutte le parti. Se si prende un campione a caso – tra i quattordici e i vent&#8217;anni – e si va al di là delle apparenze, si rimane basiti: tra manie, fobie, tic, paranoie, attacchi d&#8217;ansia, depressioni, anoressia, bulimia, angosce estetiche, problemi sessuali e via dicendo, non se ne salva quasi nessuno. Quelli che si salvano, perché hanno già le idee chiare su quello che vogliono – far soldi ad ogni costo – filano come treni, ma, se ad un certo punto non si bloccano di colpo, come se gli si fosse esaurito il carburante, sono destinati a diventare automi semoventi.</p>
<p>Il problema è all&#8217;ordine del giorno da parecchio tempo. Anni fa, alla maturità è stato dato un tema sulla solitudine giovanile. Andando avanti di questo passo, tra poco si comincerà il cursus scolastico dovendo parlare di sé e della propria famiglia e lo si terminerà con l&#8217;autodiagnosi della propria nevrosi. Nei discorsi dei politici, il problema giovanile è onnipresente, anche se di solito sembra che si riduca alla mancanza di una qualunque occupazione, e dunque di un po&#8217; di money da spendere nel week-end. Quando intervengono, poi, i soloni – sociologi, psicologi, psicoanalisti, tuttologi –, il discorso tende sempre a cadere sulla crisi dei valori. Ci si aspetterebbe che qualcuno, che li ha messi da parte come BOT, li tirasse fuori una buona volta. Macché! La Chiesa, che è convinta di avere la zecca giusta, è disposta ad elargirli, ma solo a chi crede, e cioè accetta le sue fisime. Per gli altri, fioriscono come funghi gli ambulatori pubblici e gli studi privati psichiatrici o psicologici, ove in genere non si parla della vita nel suo complesso e di come è fatto l&#8217;uomo, ma quasi sempre del privato: il papà, la mamma, la scuola, il sesso, l&#8217;autostima, e via dicendo. Cose importanti, è ovvio: solo che uno ci può passare su degli anni a rivoltolarcisi senza capire perché il magone non va via.</p>
<p>In sé e per sé, l&#8217;inghippo della vita è un uovo di Colombo. L&#8217;uomo è un animale naturalmente ansioso, perché, da quando prende coscienza di sé sino alla fine, ha bisogno di capire se lo scherzetto che la sorte gli ha tirato facendolo venire alla luce, e concedendogli la consapevolezza di ex-sistere, vale la pena di essere preso sul serio. È ansioso perché, più di tutti gli altri, si porta confitta nella scatola cranica l’ossessione della felicità, e, unico, sa in anticipo che nel corso della vita s&#8217;imbatterà nel pedaggio del dolore (delusioni, incidenti, lutti, malattie), e alla fine abbandonerà la scena.</p>
<p>Dovrebbero educarci a coltivarla quest&#8217;ansia, fino al punto di farci venire il gusto del nostro tempo finito da vivere e quello di condividerlo con gli altri, anziché volerci far felici a tutti i costi con le ricettine laiche – che insegnano a pensare solo ai fatti propri – o con quelle religiose – che impongono di pensare solo a quelli altrui. Dovrebbero educarci ad apprezzarla la natura umana, con le sue contraddizioni, e farcene capire i pregi e i limiti, che si esprimono entrambi nella cultura, anziché squalificarla. Dovrebbero dirci – se lo sapessero – che l&#8217;uomo non è padrone di se stesso, né della propria vita, né del mondo: è un amministratore delegato dal caso (o da Dio: per questo aspetto non fa differenza), che ancora rischia, sul piano individuale e collettivo, di fallire. Dovrebbero, insomma, metterci sulle spalle precocemente, anziché gli zainetti pieni di libri inutili e di merendine, la responsabilità di esistere.</p>
<p>Se l&#8217;educazione servisse a questo, a mettere l&#8217;uomo con le spalle al muro, e, una volta inchiodatolo, a spingerlo a farsi un po&#8217; di domande sulla sua singolare condizione complessa di essere naturale, storico, culturale e psicologico, sarebbe una gran bella cosa. Quelle domande uno se le porterebbe dentro per sempre e vivrebbe – consapevolmente – per cercare delle risposte. L&#8217;educazione invece è tutto un tam-tam – famiglia, scuola, parrocchia, televisione – di formule prêt-a-porter che insegnano a vivere (come si deve). Dato che ogni agenzia sociale deputata a produrre cittadini ha i suoi obiettivi e i suoi scopi, capita che le formule proposte sono, per molti aspetti, in contraddizione tra loro. La crisi dei valori dipende insomma dal manico, e non v’è da sorprendersi che i giovani – s&#8217;impegnino o meno (oggi sempre meno per via di un universale scetticismo sul futuro) – si ritrovino ad essere sprovveduti per quanto riguarda i fondamentali e giungano, sempre più spesso, ad aderire, consapevolmente o inconsapevolmente, al nichilismo ultramoderno (quello dimentico che per i grandi nichilisti la merda è anche concime&#8230;).</p>
<p>Volendo – si dice – uno si informa da solo. Le librerie e le edicole traboccano di ogni ben di Dio, dall&#8217;opera omnia di Freud, che tutta non l&#8217;hanno letta neppure i traduttori, ai libricini che spiegano come si vincono la depressione, le fobie, l&#8217;insonnia, l&#8217;impotenza, il malocchio e via dicendo. Persino nei supermarket, accanto al ketchup, si vendono libri di astrologia, cartomanzia, scientologia, ecc. In televisione alcuni talk-show sono dedicati in pianta stabile a dibattere i due mali del secolo: l&#8217;esser giovani e l’essere depressi. E, poi, dulcis in fundo, c&#8217;è la Grande Madre, la Rete che permette, in un colpo solo, di scaricare diecimila documenti sulla pianta del thè, figuriamoci sull&#8217;uomo. Neppure col lanternino, però, si trova un libro interdisciplinare, nel quale – messe da parte le formulette – si tratta dell&#8217;uomo come un essere naturale, costretto, dal cervello che la sorte gli ha dato, a produrre una cultura e una storia che lo condiziona più di quanto in genere egli ama pensare, il quale, in quanto individuo, deve farsi qualche idea su se stesso e sul mondo per non andare avanti a casaccio.</p>
<p>Nelle pagine che seguono – saccheggiando storia sociale, antropologia culturale, etologia, neurobiologia, psicologia evolutiva, psicoanalisi, economia, sociologia, ecc. – ho tentato di condensare parte di quello che può servire a porsi un po&#8217; di domande e a darsi qualche lumicino di risposta sulla vita. È un libro serio – di panantropologia, oserei dire – anche se d&#8217;acchito non sembra, perché, parlando dell&#8217;uomo, un po&#8217; d&#8217;ironia non guasta. È uno zibaldone, però, non una guida per la caccia al tesoro. Le mappe bisogna che ciascuno se le faccia da sé.</p>
<p>Sarebbe già molto se, qua e là, capitasse di rimanere perplessi. L&#8217;ovvio, ciò in cui si inciampa procedendo dritti per la propria strada, è il motore dell&#8217;autoconsapevolezza: se si resta lì col piede gonfio, si può essere certi di essersi imbattuti in qualche ciottolo di verità. Il trauma è l&#8217;iniziazione al sapere, tant’è che gli esploratori dell’umano è tutta gente ammaccata.</p>
<p>I dati scientifici e le idee di altri, miscelati in un discorso il cui flusso è continuo, si possono prendere per buoni: in gran parte, come fanno fede le note, lo sono. Quello che se ne può ricavare riflettendoci un po&#8217; su (cum grano salis, rimanendo sul concreto) anche. Quanto ad alcune opinioni personali, le giudichi ciascuno come vuole, tenendo conto che quello che è vero (o si approssima alla verità) fa un certo effetto alla bocca dello stomaco prima che nella zucca.</p>
<p><span class="highlight-green">Il libro può essere acquistato in qualunque libreria oppure online sul <a href="http://www.francoangeli.it/ricerca/Scheda_Libro.asp?ID=15670&#038;Tipo=Libro">sito della casa editrice</a></span>.</p>
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		<title>Commento di Tiziana Silvestri al saggio &#8220;Abbecedario di scienze umane e sociali&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Dec 2007 12:33:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Saggi del dott. Anepeta]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Signori&#8230; la vita (NON) è servita!&#8221;
Si potrebbe dire a mo&#8217; di slogan, avendo nella mente e nella pancia la lettura di un ABC (!&#8230; direi un Alfa-Omega) che ci consegna la grande nozione del dubbio come esercizio salutare alla riconciliazione con il mondo.
Abituati (o no) a sentire quotidianamente, da fronti eterogenei più o meno accreditati, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Signori&#8230; la vita (NON) è servita!&#8221;</p>
<p>Si potrebbe dire a mo&#8217; di slogan, avendo nella mente e nella pancia la lettura di un <a href="/2007/11/28/abbecedario-di-scienze-umane-e-sociali/">ABC</a> (!&#8230; direi un Alfa-Omega) che ci consegna la grande nozione del dubbio come esercizio salutare alla riconciliazione con il mondo.</p>
<p>Abituati (o no) a sentire quotidianamente, da fronti eterogenei più o meno accreditati, ricette e ricettine laiche o religiose sulla panacea che vinca il Male e ci conduca tutti alla felicità senza grandi problemi, l&#8217;Autore non cede mai alla tentazione di fornirci segreti e scorciatoie per tragitti che richiedono invece, vuoi o non vuoi, tempo e sforzo.</p>
<p>L&#8217;ansia della felicità che è connaturata ad ogni uomo, si lega intrinsecamente alla natura precaria del nostro vivere, alla presunzione (che inevitabilmente si avvererà) del dolore fino alla certezza della morte.</p>
<p>Una riflessione seria sulla condizione dell&#8217;uomo oggi (e qui è serissima, se solo si apprezzano i contributi interdisciplinari forniti dall&#8217;Autore) ci conduce passo passo, tra un inciampo e una risata, alla importante conclusione che la presa di coscienza dei propri limiti, della propria precarietà e finitezza (intrinseca al dato di realtà che siamo biologicamente determinati) deve essere alla base di ogni tentativo di interpretazione del mondo, dovendo dare per assunto che ogni interpretazione in quanto frutto mediato dell&#8217;attività cosciente, ha già di per sé dei limiti oggettivi.</p>
<p>Quello che più colpisce è la franchezza con cui l&#8217;Autore ci mette di fronte a concetti che, nella maggior parte dei casi, o vengono ignorati, o rimossi o faticosamente ricercati.</p>
<p>Cosicché, peccando irrimediabilmente di <em>ubris</em> (ma senza castigo infernale) l&#8217;uomo ha distolto la sua attenzione e le sue energie dal cercare per sé ed i suoi simili un ambiente sereno e coerente in cui dar sfogo ai suoi bisogni finalmente autentici e dall&#8217;adoperarsi, senza anni e anni di Cultura, al fine di vivere degnamente e pienamente il suo passaggio casuale nel mondo.</p>
<p>L&#8217;intuizione dell&#8217;infinito, che più o meno precocemente si affaccia agli animi impreparati a sostenerla, è tale da mescolare non poco le carte, e produce un&#8217;ansia che, se non compresa, pregiudica totalmente la possibilità di godere della pienezza del vivere.</p>
<p>Così come sembra strano a chi legge, che l&#8217;uomo contemporaneo si dia tanto da fare per mistificare, cancellare, addirittura anestetizzare (salvo poi pagarne il prezzo!) quel bagaglio di emozioni, che rappresenta l&#8217;unica possibilità data ad ognuno di noi, di legarsi veramente al mondo in cui vive, respira e sospira, di assicurarsi il senso di appartenenza e partecipazione alle sorti e ai dolori altrui (che poi sono anche i nostri) e di toccare, sfiorare o lasciarsi penetrare da quella felicità, quel benessere, che tutti ricerchiamo , ma che pochi sanno dove e soprattutto come trovare&#8230;</p>
<p>L&#8217;Autore ci conduce per mano lungo tutto lo sviluppo evolutivo, in modo da apprezzare consapevolmente le tappe fondamentali che hanno portato da un sostanziale equilibrio primigenio fino all&#8217;irrequietezza, all&#8217;incompiutezza contemporanea, spesso insensata, di un mondo che pare aver dimenticato di tributare gratitUdine per chi ci ha consegnato le chiavi attraverso cui conoscere, capire e di nuovo scoprire. E sempre di uomini si parla&#8230;</p>
<p>Sembra difficile per la gran parte di noi, per non dire arduo, pensare che ci sia un patrimonio dato e ingovernabile, determinato e fisso, sul quale però poter declinare, a seconda delle condizioni dell&#8217;ambiente in cui per sorte o sortilegio ci si trova, infinite possibilità di esser-ci, di esistere, di stare&#8230; facendo fruttare al meglio conoscenze, intuizioni e memorie.</p>
<p>Il terreno è scosceso e periglioso, ma vale la pena trovare e assaporare il gusto di riuscire a superare condizioni e costrizioni (culturali/storiche), attraverso un processo di individuazione (che nulla ha a che fare con l&#8217;ansia, propria di ogni spurio individualismo, di pone l&#8217;uomo al centro di tutto, ma solo per egoismo e/o interesse), che approda al superamento personale del bagaglio di valori che possono averci felicemente infarcito o tristemente inquinato, e che comunque ci fa uscire dall&#8217;Ovvio e dall&#8217;essere <em>Conforme A</em>, cosa che oggi, non solo non ci mette a rischio di morte (&#8230;), ma che forse ci sottrae proprio al senso di morte che negli animi più sensibili inevitabilmente si affaccia quando la stoffa del mondo non riesce mai a tramutarsi in una pelle che ci copra, ci assomigli e ci riveli, nudi e veri per quello che siamo.</p>
<p>E dunque, grazie a questo gigantesco (inteso in senso ontologico) zibaldone percorriamo nodi e snodi decisivi per capire qualcosa su come organizzare una vita che abbia un senso, in primis per noi stessi, accettando la <em>lectio</em> (magistralis, direi), che: &#8220;per avere un po&#8217; di pace l&#8217;uomo è costretto a sviluppare tutte le sue qualità, fisiche e psichiche, in rapporto significativo, cioè vissuto, partecipato, con il mondo (se stessi, la natura, gli altri, la cultura)&#8221;.</p>
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		<title>Nuova edizione del saggio &#8220;Abracadabra&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Nov 2007 08:52:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È stata pubblicata la nuova edizione del saggio Abracadabra, con il titolo Abbecedario di scienze umane e sociali. (Parte di) quello che sarebbe bene conoscere per non vivere (troppo) tranquilli (Franco Angeli 2007). 
Il libro può essere acquistato in qualunque libreria oppure online sul sito della casa editrice.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>È stata pubblicata la nuova edizione del saggio <em>Abracadabra</em>, con il titolo <strong><em><a href="/2007/11/28/abbecedario-di-scienze-umane-e-sociali/">Abbecedario di scienze umane e sociali. (Parte di) quello che sarebbe bene conoscere per non vivere (troppo) tranquilli</a></em></strong> (Franco Angeli 2007). </p>
<p>Il libro può essere acquistato in qualunque libreria oppure online sul <a href="http://www.francoangeli.it/ricerca/Scheda_Libro.asp?ID=15670&#038;Tipo=Libro">sito della casa editrice</a>.</p>
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		<title>Abbecedario di scienze umane e sociali</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Nov 2007 18:29:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Abbecedario di scienze umane e sociali. (Parte di) quello che sarebbe bene conoscere per non vivere (troppo) tranquilli
Luigi Anepeta &#8211; Franco Angeli 2007

Presentazione del saggio
 Il dato più rilevante del nostro tempo è lo scarto tra il dominio tecnico che l’uomo ha raggiunto sul mondo esterno e la scarsa familiarità ch’egli ha con quello interno. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><em>Abbecedario di scienze umane e sociali. (Parte di) quello che sarebbe bene conoscere per non vivere (troppo) tranquilli</em><br />
Luigi Anepeta &#8211; Franco Angeli 2007<br />
</h3>
<h4>Presentazione del saggio</h4>
<p><img src="/wp-content/uploads/2007/11/c_abbecedario.jpg" alt="Abbecedario di scienze umane e sociali" title="Abbecedario di scienze umane e sociali" width="211" height="310" class="alignleft size-full wp-image-253" /> Il dato più rilevante del nostro tempo è lo scarto tra il dominio tecnico che l’uomo ha raggiunto sul mondo esterno e la scarsa familiarità ch’egli ha con quello interno. Al di là della consapevolezza di avere un io, poche persone sono in grado di interrogarsi sulla natura umana, sul cervello, sull’uso che se ne fa e che, nel corso del tempo, ne è stato fatto, da tutte le generazioni che si sono succedute, producendo la cultura (materiale e spirituale), la storia e l&#8217;organizzazione sociale.</p>
<p>Questo limite ha una causa specifica. Il patrimonio di sapere accumulato dalle scienze umane e sociali &#8211; neurobiologia, psicologia, psicoanalisi, sociologia, economia, storia delle mentalità, antropologia culturale, ecc. -, con il suo carico di verità, intuizioni e contraddizioni, è praticamente riservato agli specialisti.</p>
<p>Se ci si chiede perché questo patrimonio (comprese le domande ancora aperte) non fa parte del bagaglio culturale collettivo, perché gran parte degli uomini non possano utilizzarlo, nonostante potrebbe permettere loro di partecipare un po&#8217; meno casualmente all&#8217;avventura umana, perché, infine, nell&#8217;ordinamento degli studi, dalle elementari alle superiori, le scienze umane e sociali sono praticamente escluse è difficile rispondere. Di sicuro a qualcuno fa gioco questa rimozione. A chi e perché è da vedere.</p>
<p>Ritenendo che questa lacuna vada urgentemente colmata, per rimediare ad un disagio psicologico che va assumendo una configurazione epidemica, l’autore ha scritto un saggio che, con un linguaggio accessibile e uno stile accattivante, sintetizza ciò che di quelle scienze si può ritenere indispensabile per <strong>avviare una programmazione sociale e culturale che dia ad ogni individuo gli strumenti minimali per riflettere non già solo sull’esperienza personale ma sulla condizione umana cui essa appartiene</strong>.</p>
<p>È un libro serio, anche se d&#8217;acchito non sembra, perché, parlando dell&#8217;uomo, un po&#8217; d&#8217;ironia non guasta. È uno zibaldone, però, non una guida per la caccia al tesoro. Le mappe bisogna che ciascuno se le faccia da sé.</p>
<h4>L&#8217;autore</h4>
<p><span class="highlight-green-b">Luigi Anepeta</span>, psichiatra critico, impegnato da molti anni a costruire un modello psicopatologico interdisciplinare che comprenda e spieghi i nessi reciproci tra soggettività e storia sociale, dopo aver partecipato alla stagione antistituzionale si è dedicato alla psicoterapia, alla formazione di operatori e alla ricerca. Ha pubblicato <em>La politica del Super-io</em> (Armando, 1992), <em>Il mondo stregato</em> (Armando, 1995), <em>Abracadabra </em>(Libreria Croce, 2000), <em>Miseria della neopsichiatria. Sul delirio e sulla predisposizione schizofrenica</em> (Angeli, 2001), <em>Star male di testa</em> (Libreria Croce, 2002), <em>Timido, docile, ardente. Manuale per capire ed accettare valori e limiti dell&#8217;introversione (propria o altrui)</em> (Angeli, 2005 &#8211; 2007). </p>
<p>Nel 2006 ha fondato la Lega Italiana per i Diritti degli Introversi (<a href="http://www.legaintroversi.it">legaintroversi.it</a>), di cui è presidente. Attraverso un sito web (<a href="http://www.legaintroversi.it/nilalienum.it">nilalienum.it</a>) persegue l&#8217;obiettivo di delineare i fondamenti di un sapere panantropologico.</p>
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<p>È stata pubblicata la <strong>nuova edizione</strong> del saggio <em>Abracadabra</em>, con il titolo <em>Abbecedario di scienze umane e sociali. (Parte di) quello che sarebbe bene conoscere per non vivere (troppo) tranquilli</em> (Franco Angeli 2007). <span class="highlight-blue">Il libro può essere acquistato in qualunque libreria oppure online sul</span> <a href="http://www.francoangeli.it/ricerca/Scheda_Libro.asp?ID=15670&#038;Tipo=Libro">sito della casa editrice</a>.</p>
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		<title>Seconda edizione del saggio &#8220;Timido, docile, ardente&#8230;&#8221;</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2007/07/02/seconda-edizione-del-saggio-timido-docile-ardente/</link>
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		<pubDate>Mon, 02 Jul 2007 16:14:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Saggi del dott. Anepeta]]></category>
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		<description><![CDATA[È stata pubblicata la seconda edizione del saggio Timido, docile, ardente… Manuale per capire ed accettare valori e limiti dell’introversione (propria o altrui) (Franco Angeli 2005, 2007). 
Il libro può essere acquistato in qualunque libreria oppure online sul sito della casa editrice.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>È stata pubblicata la seconda edizione del saggio <strong><em><a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/">Timido, docile, ardente… Manuale per capire ed accettare valori e limiti dell’introversione (propria o altrui)</a></em></strong> (Franco Angeli 2005, 2007). </p>
<p>Il libro può essere acquistato in qualunque libreria oppure online sul <a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.asp?CodiceLibro=239.163">sito della casa editrice</a>.</p>
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		<title>Il saggio sull&#8217;introversione: Timido, docile, ardente&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jun 2007 13:38:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Timido, docile, ardente&#8230; Manuale per capire ed accettare valori e limiti dell&#8217;introversione (propria o altrui)
Luigi Anepeta &#8211; Franco Angeli 2005, 2007

Presentazione del saggio
 Secondo il senso comune l&#8217;introverso è chiuso, riservato, poco socievole, freddo, mentre l&#8217;estroverso è aperto, espansivo, comunicativo, affabile.
Così l&#8217;introverso, fin da bambino, viene &#8220;giudicato&#8221; negativamente. Gli adulti cercano di aiutarlo ad aprirsi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><em>Timido, docile, ardente&#8230; Manuale per capire ed accettare valori e limiti dell&#8217;introversione (propria o altrui)</em><br />
Luigi Anepeta &#8211; Franco Angeli 2005, 2007<br />
</h3>
<h4>Presentazione del saggio</h4>
<p><img src="/wp-content/uploads/2007/06/c_saggiointroversione.jpg" alt="Timido, docile, ardente..." title="Timido, docile, ardente..." width="211" height="310" class="alignleft size-full wp-image-244" /> Secondo il senso comune l&#8217;introverso è chiuso, riservato, poco socievole, freddo, mentre l&#8217;estroverso è aperto, espansivo, comunicativo, affabile.</p>
<p>Così l&#8217;introverso, fin da bambino, viene &#8220;giudicato&#8221; negativamente. Gli adulti cercano di aiutarlo ad aprirsi, a sciogliersi, con strategie più o meno fallimentari. I coetanei lo guardano per lo più con timore e antipatia.</p>
<p>Sembrerebbe paradossale, ma, pur avendo un corredo emozionale molto ricco e un&#8217;intelligenza vivace, i soggetti che, per sorte, ricevono il &#8220;dono&#8221; dell&#8217;introversione, manifestano difficoltà più o meno rilevanti di adattamento sociale e, con una frequenza inquietante, disturbi di varia natura.</p>
<p>Delineando le caratteristiche dell&#8217;introversione, così come si esprimono nel corso delle fasi evolutive e analizzandone i valori e i limiti, l&#8217;autore giunge alla conclusione che <strong>il disagio degli introversi è dovuto meno alla loro vulnerabilità costituzionale che all&#8217;impatto con un mondo sociale che non offre loro adeguate opportunità di sviluppo e li induce a percepire la propria diversità in termini negativi</strong>. Il modello normativo dominante, fatto su misura degli estroversi, che governa l&#8217;educazione e la vita di relazione, si può dunque ritenere lesivo dei diritti di una minoranza che veicola ed è testimone del &#8220;sogno&#8221; di un mondo più umano.</p>
<p>Il libro si rivolge ai genitori e agli insegnanti al fine di aiutarli a capire ciò che accade nella soggettività dei bambini e dei ragazzi introversi. Agli introversi adulti esso offre strumenti per valutare in termini più realistici la loro condizione al fine di coltivare i valori e di accettare i limiti ad essa intrinseci.</p>
<h4>L&#8217;autore</h4>
<p><span class="highlight-green-b">Luigi Anepeta</span>, psichiatra critico, impegnato da molti anni a costruire un modello psicopatologico interdisciplinare che comprenda e spieghi i nessi reciproci tra soggettività e storia sociale, dopo aver partecipato alla stagione antistituzionale si è dedicato alla psicoterapia, alla formazione di operatori e alla ricerca. Ha pubblicato <em>La politica del Super-io</em> (Armando, 1992), <em>Il mondo stregato</em> (Armando 1995), <em>Abracadabra </em>(Libreria Croce, 2000), <em>Miseria della neopsichiatria. Sul delirio e sulla predisposizione schizofrenica</em> (Angeli, 2001), <em>Star male di testa</em> (Libreria Croce, 2002), <em>Abbecedario di scienze umane e sociali. (Parte di) quello che sarebbe bene conoscere per non vivere (troppo) tranquilli</em> (Angeli, 2007). </p>
<p>Nel 2006 ha fondato la Lega Italiana per i Diritti degli Introversi (<a href="http://www.legaintroversi.it">legaintroversi.it</a>), di cui è presidente. Attraverso un sito web (<a href="http://www.legaintroversi.it/nilalienum.it">nilalienum.it</a>) persegue l&#8217;obiettivo di delineare i fondamenti di un sapere panantropologico.</p>
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<p>È stata pubblicata la <strong>seconda edizione</strong> del saggio <em>Timido, docile, ardente&#8230; Manuale per capire ed accettare valori e limiti dell&#8217;introversione (propria o altrui)</em>, Franco Angeli 2005, 2007. <span class="highlight-blue">Il libro può essere acquistato in qualunque libreria oppure online sul</span> <a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.asp?CodiceLibro=239.163">sito della casa editrice</a>.</p>
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