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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; disprezzo</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
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		<title>La biografia interiore di Jean-Jacques Rousseau</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2007 17:41:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e filosofia]]></category>
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		<description><![CDATA[Di pochi autori si può dire quello che De Ruggiero (Storia della filosofia occidentale, &#8220;L&#8217;età dell&#8217;illuminismo&#8221;, vol. secondo, Laterza, Bari 1946) ha scritto a proposito di Rousseau: La sua personalità è qualcosa di distinto e di emergente dall&#8217;opera ma [...] essa conserverebbe integro il proprio significato e il proprio valore anche se l&#8217;opera fosse intellettualmente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di pochi autori si può dire quello che De Ruggiero (<em>Storia della filosofia occidentale</em>, &#8220;L&#8217;età dell&#8217;illuminismo&#8221;, vol. secondo, Laterza, Bari 1946) ha scritto a proposito di <span class="highlight-blue-b">Rousseau</span>:</p>
<blockquote>
<p>La sua personalità è qualcosa di distinto e di emergente dall&#8217;opera ma [...] essa conserverebbe integro il proprio significato e il proprio valore anche se l&#8217;opera fosse intellettualmente caduca.</p>
</blockquote>
<p>Di fatto, si tratta di una personalità ricca, complessa e contraddittoria.</p>
<blockquote>
<p>Ho passioni ardentissime e finché mi agitano nulla eguaglia la mia impetuosità; non conosco più né riguardi, né rispetto, né paura, né buona creanza; sono cinico, sfrontato, violento, intrepido; non c&#8217;è vergogna che mi freni né rischio che mi spaventi: all&#8217;infuori dell&#8217;oggetto che mi occupa, il mondo intero non è più niente per me. Ma tutto ciò non dura che un momento, e il momento che segue già mi annienta. Prendetemi nella calma, sono l&#8217;indolenza e la timidezza in persona; tutto mi sgomenta, tutto mi ripugna; ho paura del volo di una mosca; dire una parola, fare un gesto spaventa la mia pigrizia; paura e vergogna mi soggiogano al punto che vorrei eclissarmi agli occhi di tutti i mortali. Se occorre agire, non so che fare; se occorre parlare, non so che dire; se mi si guarda, mi smarrisco. Quando mi appassiono, so trovare a volte le parole da dire; ma nelle conversazioni abituali non trovo nulla, proprio nulla; mi riescono insopportabili solo per questo: sono obbligato a parlare.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Due cose pressoché inconciliabili s&#8217;uniscono in me senza che io possa spiegarmi come: un temperamento focosissimo passioni vive, impetuose, e una lentezza a nascere d&#8217;idee, impacciate, che non si svegliano mai che a cose fatte. Si direbbe che il mio cuore e la mia intelligenza non appartengano al medesimo individuo. Il sentimento, più rapido del lampo, mi inonda l&#8217;animo, ma anziché illuminarmi, mi brucia e mi abbaglia. Sento tutto e non vedo nulla. Sono irruento, ma stupido; mi occorre il sangue freddo per pensare. Lo strano è che mi soccorre, nondimeno, un tatto abbastanza sicuro, penetrazione, persino acume, purché mi si dia tempo: se ne dispongo, sono capace di eccellenti improvvisazioni, ma sull&#8217;istante non ho mai fatto né detto nulla che valga.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Così poco padrone della mia mente quando sono solo con me stesso, si giudichi come devo essere nella conversazione, dove per parlare a proposito occorre pensare mille cose insieme e subito. La sola idea di tante convenienze, delle quali già son certo di dimenticarne più d&#8217;una, basta per intimidirmi. Non capisco nemmeno come si osi parlare in un circolo, giacché ad ogni parola bisognerebbe passare in rassegna tutti i presenti, bisognerebbe conoscere il carattere di tutti, sapere le loro storie, per essere sicuri di non dire nulla che possa offendere qualcuno. In questo, chi vive in società ha un grande vantaggio: sapendo meglio che cosa tacere, è più sicuro di ciò che dice; eppure accade ugualmente che sfuggano sortite balorde. Si pensi a chi vi piove come dal cielo: gli è quasi impossibile parlare un minuto solo impunemente A tu per tu, c&#8217;è un altro inconveniente che trovo anche peggiore, la necessità di parlare sempre: se l&#8217;altro parla si deve rispondere, e se non apre bocca bisogna ravvivare la conversazione. Quest&#8217;insopportabile costrizione sarebbe bastata a disgustarmi della mondanità. Non esiste per me imbarazzo più atroce che l&#8217;obbligo di parlare a comando e a getto continuo. Non so se questo dipenda dalla mia mortale avversione per ogni sorta di asservimento; ma basta che io debba parlare a tutti i costi perché infallibilmente esca in un&#8217;idiozia.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Pur non essendo uno sciocco, sono sovente passato per tale, anche agli occhi di persone capaci di giudizio: tanto più sfortunato quanto la mia fisionomia e il mio sguardo promettono di più, e questa aspettativa frustrata rende più sorprendente il rilevarsi della mia stupidità.</p>
</blockquote>
<p>Queste quattro citazioni, tratte da <em><strong>Le Confessioni</strong></em> (I Grandi Classici della Letteratura Straniera, CD-Rom O-R, Garzanti, Milano 2000), definiscono in maniera esemplare gli aspetti essenziali del modo d&#8217;essere introverso: <strong>il primato del sentire sulla ragione, che richiede tempi lenti perché le intuizioni si trasformino in idee, lo scarto tra la ricchezza della vita interiore e una capacità comunicativa modesta a livello di vita quotidiana, il disagio persistente legato all&#8217;esposizione sociale e l&#8217;incoercibile disgusto per il parlare fine a se stesso</strong>.</p>
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		<title>Ivan Aleksandrovic Goncarov &#8211; Oblomov</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Jan 2007 09:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[disprezzo]]></category>
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		<category><![CDATA[oblomovismo]]></category>
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		<description><![CDATA[1. Come il bovarismo, anche l&#8217;oblomovismo è divenuto un termine di maniera. Esso definisce lessicalmente l&#8217;atteggiamento di apatica indolenza attribuito, da molti scrittori russi della seconda metà dell&#8217;Ottocento, alla piccola nobiltà del loro paese, e, per estensione, un modo di essere abulico e apatico. sostanzialmente patologico. La definizione banalizza una tipologia di personalità piuttosto complessa, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Come il bovarismo, anche l&#8217;<em>oblomovismo</em> è divenuto un termine di maniera. Esso definisce lessicalmente l&#8217;atteggiamento di apatica indolenza attribuito, da molti scrittori russi della seconda metà dell&#8217;Ottocento, alla piccola nobiltà del loro paese, e, per estensione, <strong>un modo di essere abulico e apatico. sostanzialmente patologico</strong>. La definizione banalizza una tipologia di personalità piuttosto complessa, che <span class="highlight-blue-b">Goncarov</span> ha descritto sullo sfondo del suo tempo, ma che, per alcuni aspetti, si può riprodurre in qualunque contesto storico.</p>
<p>A 33 anni, erede di una casata nobiliare decaduta, ma che gli ha lasciato un&#8217;ancora cospicua eredità, <strong>Il&#8217;ja Il&#8217;iè Oblomov</strong> giace nell&#8217;inerzia più totale, trascorrendo il giorno a letto immerso in sterili ruminazioni. Dall&#8217;inerzia lo scuote un amico di antica data, Stolz, che lo stima profondamente, ne apprezza le qualità morali e intellettuali e ricorda i comuni progetti giovanili idealistici. Per effetto della sollecitazione di Stolz, Oblomov torna a frequentare il mondo. Non è entusiasta di questa nuova vita, che gli sembra vacua e tediosa più della solitudine in cui era immerso, finché non incontra una giovane donna, Ol&#8217;ga, di cui si innamora perdutamente. La passione per Ol&#8217;ga sembra poter curare il suo mal di vivere. Per essere portata a conclusione con un matrimonio, essa richiede però che Oblomov si assuma delle responsabilità, a partire dalla cura della sua proprietà che rende sempre meno. Egli non ce la fa: la cura l&#8217;affida a due furfanti che, profittando della sua ingenuità, lo portano quasi sul lastrico. Il rapporto con Ol&#8217;ga ha termine. L&#8217;intervento dell&#8217;amico Stolz è risolutivo per assicurargli nuovamente una rendita adeguata a permettergli una vita senza affanni. Oblomov si affida totalmente ai suoi servi (Zachar e la moglie), e alla padrona di casa dell&#8217;appartamento che occupa, Agaf&#8217;ja Matveevna, vedova P_enicyna, una donna semplice che si innamora segretamente di lui. Essa lo cura, lo protegge, lo venera, senza chiedergli nulla in cambio. Lentamente Oblomov giunge a ricambiarla, la sposa, ha un figlio. Circondato dall&#8217;affetto di persone semplici, egli sembra trovare pace. Stolz e Ol&#8217;ga, che intanto si sono sposati realizzando tra loro un&#8217;unione perfetta, fanno un ultimo tentativo di sottrarre l&#8217;amico ad una vita che essi giudicano indegna delle sue qualità, proponendogli di andare a vivere accanto a loro. Oblomov rifiuta. Alla sua morte, il figlio va a vivere con Stolz e Ol&#8217;ga.</p>
<p>La trama, naturalmente, restituisce ben poco della tessitura complessa del romanzo, disseminato di intuizioni psicologiche di grande portata. Si tratta però di intuizioni ambigue. <strong>Per un verso, Oblomov sembra affetto da un impulso a regredire (nell&#8217;utero materno, direbbero gli analisti), che attesta il suo sostanziale infantilismo e l&#8217;incapacità di assumersi qualunque responsabilità adulta in rapporto alla vita; per un altro, il suo grande rifiuto sembra implicare una critica radicale del modo d&#8217;essere corrente nel suo mondo, vale a dire della normalità.</strong> Quest&#8217;ambiguità è uno dei motivi del successo del romanzo, che lascia aperta al lettore ogni possibile interpretazione.</p>
<p>La lettura del libro impone di chiedersi: primo, <strong>se la tipologia di Oblomov abbia un carattere universale</strong>, se essa cioè descriva uno dei possibili modi di essere dell&#8217;umano e non, come hanno affermato alcuni critici, l&#8217;espressione decadente e nihilista di una classe sociale &#8211; quella nobiliare &#8211; in un determinato contesto storico &#8211; quello della Russia zarista del XIX secolo; secondo <strong>se tale tipologia possa essere interpretata in termini psicodinamici</strong>. Per rispondere a queste domande, occorre entrare nelle pieghe del testo.</p>
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		<title>Fëdor Dostoevskij &#8211; Memorie dal sottosuolo</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Dec 2006 08:54:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e letteratura]]></category>
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		<description><![CDATA[1. Sono un uomo cattivo. Un uomo sgradevole. Non ho mai potuto diventare cattivo. In ogni momento riconoscevo in me molti, moltissimi elementi quanto mai in contrasto con ciò. Sapevo che fermentavano in me, questi elementi contrastanti. Sapevo che per tutta la vita avevano fermentato in me e che cercavano di uscire all&#8217;esterno, ma io [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<blockquote>
<p>Sono un uomo cattivo. Un uomo sgradevole.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Non ho mai potuto diventare cattivo. In ogni momento riconoscevo in me molti, moltissimi elementi quanto mai in contrasto con ciò. Sapevo che fermentavano in me, questi elementi contrastanti. Sapevo che per tutta la vita avevano fermentato in me e che cercavano di uscire all&#8217;esterno, ma io non lasciavo, non lasciavo, apposta non lasciavo che si sprigionassero. Mi torturavano fino a farmi vergognare; mi conducevano fino alle convulsioni e alla fine mi sono venuti in odio, come mi sono venuti in odio!</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Io non posso essere&#8230; buono!</p>
</blockquote>
<p>Queste tre citazioni esprimono il singolare e drammatico modo di essere del personaggio delle <strong><em>Memorie</em></strong>, che, ricostruendo le vicissitudini della sua esperienza, scava dentro di sé nella vana ricerca di dare un senso alle contraddizioni che la sottendono e la caratterizzano. Le conclusioni filosofiche cui egli giunge, esposte nella prima parte del racconto, sono di un amaro pessimismo. Nel mondo si danno solo due categorie: <strong>uomini d&#8217;azione, normali in quanto si adattano alle circostanze dell&#8217;esistenza, senza la pretesa di abbattere i muri di pietra delle leggi di natura e del senso comune, stupidi, dunque, ma socialmente integrati, e uomini di pensiero, la cui coscienza ipertrofica lavora di continuo per negare e trascendere quelle circostanze con l&#8217;effetto di destinarli a dare pateticamente a testa contro quei muri</strong>.</p>
<p>Il narratore appartiene a quest&#8217;ultima categoria: tanto egli disprezza, invidiandoli, gli esseri normali, quanto disprezza se stesso. L&#8217;ininterrotto lavorio della coscienza, infatti, non ha prodotto che una totale sterilità:</p>
<blockquote>
<p>Non solo cattivo, ma proprio nulla sono riuscito a diventare: né cattivo, né buono, né furfante, né onesto, né eroe, né insetto.</p>
</blockquote>
<p>Egli è solo un topo, trincerato nel suo fetido sottosuolo, che nutre vanamente invidia, rancore e disprezzo per tutto il mondo, ma è lucidamente consapevole del fatto che il suo contrapporsi ad esso in nome di principi sublimi ed elevati è semplicemente presunzione. Egli non è migliore degli altri, se non per il fatto di rendersi conto della sua contraddittorietà e della sua miseria, che è sotto i suoi occhi e si esprime nell&#8217;agire comportamenti degradanti e incivili, del tutto incompatibili con quei principi.</p>
<p>Cionondimeno, egli non può desistere dall&#8217;interrogarsi sulla propria condizione e sulla condizione umana in generale, per quanto la pretesa di giungere ad afferrarne il senso sia vana. Egli rivendica dunque il primato del pensiero sull&#8217;azione, per quanto sterile esso sia:</p>
<blockquote>
<p>Molto meglio capire tutto, esser coscienti di tutto, di tutte le impossibilità e i muri di pietra, ma non rassegnarsi a nessuna di queste impossibilità e muri di pietra, se vi ripugna rassegnarvi.</p>
</blockquote>
<p>Esser coscienti di tutto, secondo l&#8217;uomo del sottosuolo, significa prescindere dall&#8217;idea che l&#8217;uomo sia un essere razionale che si muove solo sulla base di un calcolo utilitaristo dei suoi interessi. Quest&#8217;idea, infatti, porta facilmente alla conclusione che, se egli veramente sapesse quali sono i suoi reali interessi, agirebbe secondo natura e diventerebbe addirittura virtuoso. Ora,</p>
<blockquote>
<p>tutti questi bellissimi sistemi, tutte queste teorie che spiegano all&#8217;umanità i suoi veri, normali interessi affinché essa, tendendo necessariamente a raggiungerli, diventi subito buona e nobile, per il momento, secondo la mia opinione, sono semplici sofismi!</p>
</blockquote>
<p>La realtà è che</p>
<blockquote>
<p>l&#8217;uomo è ancor lungi dall&#8217;essersi <em>abituato</em> ad agire così come gli suggeriscono la ragione e le scienze.</p>
</blockquote>
<p>Né c&#8217;è da prevedere che questa abitudine potrà mai esse conseguita, perché</p>
<blockquote>
<p>l&#8217;uomo, sempre e ovunque, chiunque fosse, ha amato agire così come voleva, e non come gli ordinavano la ragione e il tornaconto; infatti si può volere anche contro il proprio tornaconto, anzi talvolta <em>decisamente si deve</em> (questa è già una mia idea). La propria voglia, arbitraria e libera, il proprio capriccio, anche il più selvaggio, la propria fantasia, eccitata a volte fino alla follia: tutto ciò è proprio quel vantaggio supremo e tralasciato, che sfugge a qualsiasi classificazione e per colpa del quale tutti i sistemi e le teorie vanno costantemente a farsi benedire. E chi l&#8217;ha detto a tutti quei saggi che l&#8217;uomo ha bisogno di una volontà normale, virtuosa? Come hanno immaginato con tanta sicurezza che l&#8217;uomo abbia bisogno per forza di una volontà razionalmente vantaggiosa? L&#8217;uomo ha bisogno soltanto di una volontà <em>autonoma</em> per quanto possa costare questa autonomia e a qualsiasi conseguenza porti.</p>
</blockquote>
<p>Il nodo filosofico dell&#8217;esistenza è, infatti, nella <strong>contrapposizione irriducibile tra ragione e volontà</strong>:</p>
<blockquote><p>La ragione è una buona cosa, questo è indubbio, ma la ragione è solo ragione e soddisfa soltanto la facoltà raziocinante dell&#8217;uomo, mentre la volontà è manifestazione di tutta la vita, cioè di tutta la vita umana, sia con la ragione che con tutti i pruriti. E benché in questa manifestazione la nostra vita si riduca spesso a una porcheriola, tuttavia è vita, e non soltanto l&#8217;estrazione di una radice quadrata&#8230; Che cosa sa la ragione? La ragione sa solo quel che ha fatto in tempo a conoscere (altro, forse, non saprà mai; anche se non è consolante, perché nasconderlo?), mentre la natura umana agisce tutta intera, con tutto ciò che vi è in essa, in modo cosciente e inconscio, e magari mente, ma vive.<br />
<br />
L&#8217;uomo può augurarsi di proposito, consapevolmente, anche qualcosa di dannoso, di stupido, perfino stupidissimo, e cioè per avere il <em>diritto</em> di augurarsi anche ciò che è stupidissimo e non essere vincolato all&#8217;obbligo di desiderare soltanto ciò che è intelligente. Infatti questa cosa stupidissima, questo capriccio, signori, in realtà può essere quel che di più vantaggioso c&#8217;è per noialtri sulla terra, soprattutto in certi casi. E in particolare può essere più vantaggioso di tutti i vantaggi perfino nel caso in cui vi porti un danno evidente e contraddica alle più sensate deduzioni della nostra ragione in materia di tornaconto, perché in ogni caso ci salvaguarda la cosa più importante e preziosa, cioè la nostra personalità e la nostra individualità.</p>
</blockquote>
<p>Molto spesso dunque e, anzi, il più delle volte</p>
<blockquote>
<p>la volontà è assolutamente e caparbiamente in disaccordo con la ragione.</p>
</blockquote>
<p>La ragione, che è propria degli uomini d&#8217;azione, privilegia infatti</p>
<blockquote>
<p>il benessere, la ricchezza, la libertà, la tranquillità, eccetera, eccetera.</p>
</blockquote>
<p>Essa però deve fare i conti con una volontà che si sottrae sistematicamente al suo controllo e, come un doppio che alberga nell&#8217;uomo, scombina il calcolo razionale dei vantaggi, aggiungendone un altro che</p>
<blockquote>
<p>non entra in nessuna classificazione, non trova posto in nessuna lista. Io, per esempio, ho un amico&#8230; Eh, signori! Ma lui è amico anche vostro; e del resto di chi, di chi mai non è amico! Preparandosi all&#8217;azione, questo signore vi esporrà subito, ampollosamente e chiaramente, come appunto deve agire secondo le leggi della ragione e della verità. Non basta: con emozione e trasporto vi parlerà dei veri, normali interessi umani; con sarcasmo rimprovererà i miopi sciocchi che non comprendono né il proprio tornaconto, né il vero significato della virtù; ed esattamente un quarto d&#8217;ora dopo, senza alcun pretesto improvviso, estraneo, ma proprio per qualcosa di interno, che è più forte di tutti i suoi interessi, suonerà tutt&#8217;altra musica, cioè andrà chiaramente contro ciò di cui ha parlato lui stesso: sia contro le leggi della ragione, sia contro il proprio tornaconto, bè, in una parola, contro tutto.</p>
</blockquote>
<p>C&#8217;è dunque nell&#8217;uomo <strong>un&#8217;irrazionalità di fondo irrimediabile</strong>, significativa solo perché essa appare animata da <strong>un&#8217;incoercibile desiderio di libertà e d&#8217;individuazione</strong>, ma, proprio per ciò, destinata ad esprimersi secondo modalità che lo rendono imprevedibile e, al limite, cattivo. Tale irrazionalità è più spiccata negli uomini di pensiero, che sono più facilmente preda di quel desiderio.</p>
<p>La filosofia espressa da <span class="highlight-blue-b">Dostoevskij</span> per bocca dell&#8217;uomo del sottosuolo è una filosofia romantica, avversa al razionalismo e al positivismo, che sottolinea quanto c&#8217;è nella natura umana di contraddittorio, caotico e irriducibile a qualunque formula esplicativa, e privilegia gli aspetti emozionali e inconsci rispetto a quelli coscienti, assumendo come motivazione ultima dell&#8217;agire umano la volontà desiderante di essere a qualunque costo un individuo piuttosto che la pedina di un ingranaggio.</p>
<p>Non v&#8217;è da sorprendersi pertanto che Dostoevskij sia stato profondamente apprezzato dall&#8217;uomo del sottosuolo per eccellenza &#8211; <a href="/2007/05/25/la-personalita-di-friedrich-nietzsche/">Nietzsche</a> &#8211; che egli ha quasi anticipato scrivendo:</p>
<blockquote>
<p>Io, per esempio, non mi stupirò affatto, se a un tratto, di punto in bianco, in mezzo alla futura razionalità universale salterà fuori un qualche gentleman dalla fisionomia poco nobile o, per meglio dire, retrograda e beffarda, punterà le mani sui fianchi e dirà a tutti noi: «Ebbene, signori, che ne direste di dare un calcio e buttare all&#8217;aria tutta questa razionalità in un colpo solo, con l&#8217;unico scopo di mandare al diavolo tutti questi logaritmi e poter di nuovo vivere secondo la nostra stupida volontà?»</p>
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