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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; introversi oppositivi</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
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		<title>I quattrocento colpi &#8211; François Truffaut</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Aug 2009 17:28:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[1. Nel primo articolo sulla genetica dell&#8217;introversione ho riprodotto l&#8217;immagine di E.T. tratta dal film Incontri ravvicinati del terzo tipo per fare riferimento al tipo ideale verso il quale tende l’evoluzione umana e che è implicito nel potenziale di sviluppo degli introversi. È per puro caso che, nel film di Spielberg, lo scienziato deputato a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Nel primo <a href="/2007/01/28/genetica-e-introversione-1/">articolo sulla genetica dell&#8217;introversione</a> ho riprodotto l&#8217;immagine di E.T. tratta dal film <em>Incontri ravvicinati del terzo tipo</em> per fare riferimento al tipo ideale verso il quale tende l’evoluzione umana e che è implicito nel potenziale di sviluppo degli introversi. È per puro caso che, nel film di Spielberg, lo scienziato deputato a coordinare l&#8217;impresa di entrare in contatto con gli estraterrestri sia <span class="highlight-blue-b">François Truffaut</span>, <strong>un regista la cui vita è un documento esemplare dei pericoli e allo stesso tempo della ricchezza intrinseca alla norma di reazione introversa</strong>.</p>
<p>L&#8217;esperienza di Truffaut, di fatto, ha riconosciuto due fasi nettamente distinte: la prima, dall&#8217;infanzia sino alla tarda adolescenza, caratterizzata da una turbolenza pressoché continua che, oggi, sarebbe stata di sicuro diagnosticata come una sindrome borderline; la seconda, alimentata dalla passione per il cinema e per i libri, che ha portato non solo al successo il regista, ma ha trasformato l&#8217;uomo, a detta di tutti coloro che lo hanno conosciuto e frequentato, in un essere profondo, riflessivo, appassionato, riservato e estremamente gentile.<br />
La parabola di Truffaut è stata, insomma, quella tipica di un <strong>introverso oppositivo</strong>, che ha intrattenuto con il mondo un rapporto perennemente conflittuale finché non ha trovato, grazie anche all’incontro con un adulto che ha immediatamente intuito le sue doti creative, la sua strada artistica.</p>
<p>La prima fase della vita è stata ricostruita da Truffaut stesso nei seguenti termini:</p>
<blockquote><p>Sono nato a Parigi il 6 febbraio 1932. Ero un allievo terribile che costituiva la disperazione dei suoi genitori. Sono stato bocciato agli esami di quinta elementare e, nei corsi superiori, la mia occupazione preferita era quella di marinare la scuola (&#8230;) C&#8217;era la guerra, e noi barattavamo oggetti rubacchiati qua e là con litri di vino che poi vendevamo. Poco prima della Liberazione fui mandato in colonia ma dopo pochi giorni scappai. M&#8217;impiegai come magazziniere presso un commerciante di grano e dopo aver perduto l&#8217;impiego, quattro mesi dopo fondai un cine-club in concorrenza con quello di André Bazin. È in quella circostanza che l&#8217;ho conosciuto. Mio padre ritrovò le mie tracce e mi consegnò alla polizia. Sono stato ospite per molto tempo del riformatorio di Villejuif da cui mi fece uscire André Bazin. Sono stato manovale in un&#8217;officina, poi mi sono arruolato per la guerra d&#8217;Indocina. Ho approfittato di una licenza per disertare. Ma, dietro consiglio di Bazin, ho raggiunto il mio reparto. In seguito sono stato riformato per instabilità di carattere.</p></blockquote>
<p><span class="highlight-blue">André Bazin</span> è, dunque, la figura di riferimento che, entrando nella vita di Truffaut, lo ha aiutato a trovare la via della sua autorealizzazione.</p>
<p>In una scena di <em>Tìrez sur le pianiste</em> (poi soppressa al montaggio), il protagonista Charlie Kohler parla con deferenza e affetto del suo vecchio maestro di pianoforte, Zélény. Le parole sono quelle dell&#8217;omaggio di Truffaut a Bazin, scritto in occasione della sua morte (novembre &#8217;58) e pubblicato su <em>Aro</em>.<br />
«Tu capisci, se non avessi avuto Zélény, non sarei mai diventato pianista, è il solo che mi abbia aiutato; è stato un padre per me; non mi ha sola¬mente insegnato il piano, mi ha insegnato a diventare uomo. Era un tipo straordinario; gli devo tutto ciò che di felice mi è capitato nella mia vita; parlare con lui era come per un indù bagnarsi nel Gange. Era malato, ma la sua salute morale era formidabile. Chiedeva in prestito del denaro a voce alta e lo prestava discretamente. Con lui tutto diventava semplice, chiaro e sincero. Quando doveva assentarsi per più giorni, cercava sempre un amico al quale prestare la sua casa, un altro a cui prestare la sua auto&#8230; Amava tutti, senza eccezioni; ci si chiede sempre se il mondo è giusto o ingiusto, ma sono certo che esistono tipi come Zélény che lo rendono migliore perché a forza di credere che la vita è bella e agendo come se lo fosse, fanno del bene a tutti coloro che li avvicinano; si potrebbero contare sulla punta delle dita le persone che si sono comportate male nei suoi con¬fronti. In sua presenza, a contatto con lui, stupiti da tanta purezza, era impossibile non dare il meglio di se stessi. Il suo segreto era la bontà e la bontà è forse il segreto del genio».</p>
<p>Era quasi inevitabile che l&#8217;avvio della carriera cinematografica di Truffaut non potesse prescindere dall&#8217;autobiografia, dal tornare suoi suoi passi e ricostruire la sua carriera di bambino e adolescente difficile. Con <strong><em>Les quatre-cents coups</em></strong> (<em>I quattrocento colpi</em>, pessima traduzione per un titolo originario gergale che significa &#8220;il diavolo a quattro&#8221;) non raggiunge solo, nel 1959, il successo, che durerà sino alla fine prematura della sua vita, sopravvenuta nel 1984, ma consegna al cinema <strong>un capolavoro denso di verità sulla condizione di un adolescente oppositivo</strong>, la cui apparente freddezza,  il cui distacco e la cui ribellione nei confronti del mondo degli adulti celano un bisogno infinito di amore, di libertà e di grandezza.</p>
<p>La trama del film è stata sintetizzata in questi termini da Alberto Barbera e Umberto Mosca nella loro eccellente monografia (<em>Francois Truffaut</em>, Editrice il Castoro, Milano 1995):</p>
<blockquote><p>Antoine Doinel vive con la madre e il padre adottivo in un piccolo e insufficiente appartamento di un quartiere popolare di Parigi. L&#8217;ostilità dell&#8217;ambiente e l&#8217;incomprensione delle persone con cui vive, determinano i gesti di rivolta di Antoine, che si difende come può: marinare la scuola, rubare i soldi della spesa, mentire a genitori ed insegnanti, divengono pratiche quotidiane che tradiscono il bisogno di evadere, di vivere la propria vita in maniera diversa. Ma per i professori, Antoine non è che un ragazzo particolarmente indisciplinato che va punito; per i genitori, troppo occupati dai rispettivi problemi (non vanno d&#8217;accordo neppure tra di loro: il padre non pensa che alle auto, la madre cerca scampo in una relazione con il capufficio), egli è piuttosto un ingombro, un peso dà tollerare finché è possibile. Un giorno, per giustificare un&#8217;assenza da scuola Antoine si inventa la morte della madre; scoperto, decide di non tornare a casa e passa la notte in una stamperia, dove lo ha condotto il suo unico amico e compagno di scuola René. Il giorno seguente, i genitori si prendono cura di lui, sono affettuosi e pieni di attenzioni. Antoine fa buoni propositi, promette di impegnarsi; ma a scuola, il professore lo accusa di aver copiato il tema da un brano di Balzac Cacciato dall&#8217;aula, si rifugia in casa di René. Con lui progetta il furto di una macchina da scrivere dall&#8217;ufficio di suo padre. Scoperto mentre la sta riportando (perché non riesce a venderla), è consegnato dagli stessi genitori alla polizia. Antoine passa la notte in guardina, in compagnia di prostitute e rapinatori: il giorno seguente, il giudice decide, con il consenso della madre, di assegnarlo ad un centro di osservazione per minori delinquenti. Durante una partita di pallone, Antoine evade e, attraverso la campagna, raggiunge il mare che non aveva mai visto.</p></blockquote>
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		<title>La personalità di Friedrich Nietzsche</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2007/05/25/la-personalita-di-friedrich-nietzsche/</link>
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		<pubDate>Fri, 25 May 2007 14:13:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[appartenenza/integrazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Le citazioni sono tratte dalle Opere pubblicate nella Piccola Biblioteca Adelphi, Milano 1977. È difficile arrivare a sapere chi io sia; aspettiamo un centinaio d&#8217;anni: forse verrà uno psicologo geniale, che porterà alla luce, coi suoi scavi, Friedrich Nietzsche. (Lettera a Heinrich von Stein) Odio coloro che mi tolgono la solitudine senza farmi compagnia. Conosco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le citazioni sono tratte dalle Opere pubblicate nella Piccola Biblioteca Adelphi, Milano 1977.</p>
<blockquote>
<p>È difficile arrivare a sapere chi io sia; aspettiamo un centinaio d&#8217;anni: forse verrà uno psicologo geniale, che porterà alla luce, coi suoi scavi, Friedrich Nietzsche. (Lettera a Heinrich von Stein)</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Odio coloro che mi tolgono la solitudine senza farmi compagnia.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Conosco la mia sorte. Un giorno sarà legato al mio nome il ricordo di qualcosa di enorme &#8211; una crisi quale mai si era vista sulla terra, la più profonda collisione di coscienze, una decisione evocata contro tutto ciò che finora è stato creduto, preteso, consacrato. Io non sono un uomo, sono dinamite.<br />
<cite>Ecce homo, p.127</cite></p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Quanto più uno psicologo &#8211; uno psicologo e un divinatore di anime costituzionalmente e inevitabilmente tale &#8211; si rivolge ai casi e agli uomini più fuori del comune, tanto maggiore diventa il suo pericolo di rimanere soffocato dalla pietà: costui ha bisogno di durezza e di giocondità, più di qualsiasi altro uomo. Il pervertimento, il crollo degli uomini superiori, delle anime d&#8217;indole più ignota, è infatti la regola: è terribile avere sempre sotto gli occhi una siffatta regola.<br />
<cite>Al di là del bene e del male, p. 191</cite></p>
</blockquote>
<p>L&#8217;enigma di <span class="highlight-blue-b">Nietzsche</span>, evocato dalla prima citazione, si dissolve in virtù delle altre tre. Se esiste, l&#8217;enigma riguarda il suo pensiero, che è una nebulosa, nella quale ciascuno, in rapporto agli strumenti di risoluzione di cui dispone, può focalizzare frammenti di verità infinitamente luminosi o, al contrario, buchi neri inquietanti (o repellenti). La personalità nietzschiana, invece, per quanto complessa, non è per nulla impenetrabile nel suo orientamento di base e nella sua struttura.</p>
<p>La seconda citazione, infatti, attesta inequivocabilmente che <strong>Nietzsche è un introverso di grado piuttosto elevato</strong>; la terza, nella quale risuona un versetto evangelico (&#8220;Non sono venuto a portare la pace, ma la spada&#8221;), specifica la prevalente componente oppositiva dell&#8217;introversione; la quarta, infine, esprime l&#8217;oscuro presagio di un destino catastrofico, che si è di fatto realizzato. Per capire la personalità di Nietzsche occorre solo mettere a fuoco la relazione dinamica tra questi diversi aspetti. È supefluo aggiungere che questa relazione non spiega il pensiero nietzschiano. Tutt&#8217;al più aiuta ad illuminarne le matrici psicologiche che, però, sono importanti per comprendere una drammatica parabola esistenziale.</p>
<p>Friedrich Wilhelm Nietzsche nasce nel 1844, primogenito di un pastore protestante e della figlia di un pastore (Franziska Oehler). Dopo avere messo al mondo altri due figli, il padre muore nel 1849. L&#8217;anno successivo muore anche il fratellino. La giovane vedova si trasferisce a Naumburg con la suocera e due cognate. Nietzsche vive in un ambiente pio, circondato da figure femminili. Nella biografia, la sorella, attraverso la testimonianza della madre, rievoca un bambino tranquillo, maturo, un po&#8217; chiuso, tendenzialmente scrupoloso e fedele ai precetti religiosi.</p>
<p>L&#8217;introversione di Nietzsche è comprovata inequivocabilmente dagli scritti autobiografici. A quattordici anni egli scrive:</p>
<blockquote>
<p>Alla mia giovane età avevo già sperimentato molto dolore e tanti affanni, e non ero vivace e sfrenato come sono di solito i ragazzi. I miei compagni solevano canzonarmi per questa mia gravità. Ma ciò non accade solo alla scuola elementare, no, anche in seguito, all&#8217;istituto e perfino al liceo. Fin da bambino io ricercavo la solitudine, e mi ritrovavo meglio là dove potevo abbandonarmi indisturbato a me stesso.<br />
<cite>La mia vita, p. 15</cite></p>
</blockquote>
<p>Al di là della perdita del padre, rievocata più volte come traumatica, c&#8217;è da chiedersi quali siano gli affanni cui fa riferimento Nietzsche. Non essendo noti eventi oggettivi, si può pensare che egli abbia avuto una percezione precoce della sua diversità e d&#8217;un&#8217;esperienza interiore già ricca di inquietudini e non facilmente condivisibile. Il rapporto con i coetanei non ha fatto altro, presumibilmente, che esasperare tale percezione. È difficile, in difetto di documenti, valutare l&#8217;impatto che può avere avuto nell&#8217;anima di Nietzsche il sentirsi preso in giro dai coetanei. Non si va lontano dal vero ipotizzando che il suo disprezzo per i &#8220;normali&#8221; riconosca in questa precoce e sofferta esperienza una delle sue matrici.</p>
<p>L&#8217;abbandono a se stesso cui fa riferimento Nietzsche concerne la natura, con la quale stabilisce un legame intimo destinato a durare per sempre, e soprattutto la religione. Educato ad un Cristianesimo rigoroso e puritano, l&#8217;adolescenza, come accade spesso agli introversi, schiude davanti a Nietzsche la prospettiva dell&#8217;infinito, che lo cattura fin quasi a livello mistico. A quindici anni, scrive:</p>
<blockquote>
<p>Io contemplo sempre in spirito l&#8217;infinito Tutto; quant&#8217;è mirabile e sublime la terra, quant&#8217;è grande, tanto che nessun uomo può conoscerla per intero; ma che cosa provo quando vedo le innumerevoli stelle e il sole, e chi mi garantisce che questa immensa volta celeste con tutte le sue costellazioni non sia che una piccola parte dell&#8217;universo, e dove ha fine quest&#8217;universo? E noi, uomini miserevoli, vogliamo comprendere il creatore, noi che non riusciamo neppure a concepire le sue opere!<br />
<cite>La mia vita, p. 56</cite></p>
</blockquote>
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		<title>Variazioni selvagge &#8211; Hélène Grimaud</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2007/04/18/variazioni-selvagge-helene-grimaud/</link>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2007 10:52:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[autobiografie]]></category>
		<category><![CDATA[Grimaud]]></category>
		<category><![CDATA[introversi oppositivi]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[opposizione/individuazione]]></category>

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		<description><![CDATA[1. Hélène Grimaud Variazioni selvagge Bollati Boringhieri, Torino 2005 Concertista precoce, giunta al successo già nella tarda adolescenza, Hélène Grimaud a 35 anni ha scritto un&#8217;autobiografia interiore &#8211; Variazioni selvagge &#8211; di grande valore letterario, ma soprattutto di grande significato psicologico. La storia di Hélène è quella tipica di un soggetto introverso oppositivo il cui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<div id="biblio_box">
<p>Hélène Grimaud</p>
<p><em>Variazioni selvagge</em></p>
<p>Bollati Boringhieri, Torino 2005</p>
</div>
<p><!-- /biblio_box --> </p>
<p>Concertista precoce, giunta al successo già nella tarda adolescenza, <span class="highlight-blue-b">Hélène Grimaud</span> a 35 anni ha scritto un&#8217;autobiografia interiore &#8211; <strong><em>Variazioni selvagge</em></strong> &#8211; di grande valore letterario, ma soprattutto di grande significato psicologico.</p>
<p><strong>La storia di Hélène è quella tipica di un soggetto introverso oppositivo il cui potenziale di individuazione dà luogo a più momenti di disadattamento al mondo finché non trova i canali giusti per esprimersi, realizzando, infine, una straordinaria armonia.</strong></p>
<p>Nel <a href="/vademecum-sullintroversione/"><strong><em>Vademecum sull&#8217;introversione</em></strong></a>, ho scritto che gli introversi hanno un bisogno di autorealizzazione la cui soglia minimale è spostata più o meno in alto al di sopra della media. Naturalmente, più la soglia è elevata più il soggetto deve impegnarsi nella ricerca della sua strada, correndo anche il rischio di perdersi. La biografia interiore di Hèlène conferma questo assunto.</p>
<p>La storia si avvia sulla base di un atteggiamento costantemente oppositivo. L&#8217;infanzia di Hèlène si svolge all&#8217;insegna di qualificazioni provenienti dall&#8217;ambiente familiare univocamente negative:</p>
<blockquote>
<p>- &Egrave; incontentabile!<br />
<br />
Mille volte, da piccola, ho sentito dire parole simili da chi mi guardava, accudiva, criticava e, ancor prima di capirne il senso, me ne ero fatta una famiglia, come con i peluche. Era la famiglia degli «in», cominciavano tutte per «in» e avevano tutte il potere di dipingere stupore e inquietudine sul volto di mia madre. Sola nella mia stanza, le ripetevo, scandivo attentamente quel che ricordavo delle loro sillabe, ne disegnavo l&#8217;albero genealogico.<br />
<br />
La capostipite&#8230; era «intrattabile»&#8230;<br />
<br />
Di solito, dopo intrattabile veniva in-soddisfatta. Poi in-gestibi-le, o im-possibile. In-disciplinata, in-saziabile, in-subordinata. Inadattabile. Im-prevedibile.<br />
<cite>p. 9</cite></p>
</blockquote>
<p>La famiglia è di ceto medio-alto borghese, culturalmente raffinata, ma con un orientamento normativo che solo lentamente darà luogo all&#8217;accettazione della diversità di Hélène. Per un lungo periodo, il rapporto più difficile è con la madre:</p>
<blockquote>
<p>Detestavo farla preoccupare. Accigliandosi, solcava di rughe la radice del naso, e questo mi stringeva il cuore. Provavo un orrendo senso di colpa, mi sentivo cattiva. Eppure la cattiveria non mi apparteneva, non era quella la mia essenza. D&#8217;accordo, scaraventavo le bambole contro il muro, e con loro distruggevo lo slancio affettuoso di chi me le aveva donate, ma non ero io a farlo, c&#8217;era qualcosa in me che voleva uscire, esprimersi, evadere.<br />
<cite>p. 11</cite></p>
</blockquote>
<p>L&#8217;orientamento disadattivo si manifesta anche a livello di socializzazione scolare:</p>
<blockquote>
<p>Non somigliavo per niente agli altri bambini. Non avevo compagni di giochi, né a scuola &#8211; per me nient&#8217;altro che una sofferenza &#8211; né nelle attività extrascolastiche.<br />
<cite>p. 10</cite></p>
</blockquote>
<p>A scuola, Hélène scopre anche la insensibilità media dei bambini:</p>
<blockquote>
<p>Cattiva? I bambini Io sono, talvolta. Se chiudevo gli occhi, potevo figurarmi la cattiveria: le loro risa, i colpi furtivi assestati a un capro espiatorio durante le ricreazioni, i calci ai fianchi di un cane malato. Come spiegarle la mia avversione per gli altri, per quel loro modo di far combriccola e poi prendere di mira e colpire il più debole? Li trovavo penosi, e mi sentivo assolutamente diversa da loro. E lo ero, non è così?<br />
<cite>p. 11</cite></p>
</blockquote>
<p>Lo era di certo. Insofferente di ogni convenzione:</p>
<blockquote>
<p>Non che mi sentissi un maschio: ero una bambina, ma mi disgustava che con il pretesto del mio sesso ci si aspettasse da me un atteggiamento consono, convenzionale e totalmente estraneo alla mia natura. Per fortuna, mia madre rispettava il mio carattere; non mi ha mai imposto gonne, camicette o vestitini ricamati.<br />
<cite>p. 12</cite></p>
</blockquote>
<p>Bisognosa di un raccoglimento che le consentiva di osservare il mondo standone fuori:</p>
<blockquote>
<p>Durante l&#8217;intervallo, per evitare gli altri, correvo a nascondermi nelle aule o nei corridoi, dietro i vestiti appesi agli attaccapanni di metallo. A volte, un sorvegliante mi trovava e mi rimandava in cortile. Lì avevo il mio posticino, l&#8217;angolo di un alto muro che mi proteggeva la schiena; immobile come una lucertola, osservavo tutto quello che accadeva, soprattutto dalle parti delle quinte.<br />
<cite>p. 12</cite></p>
</blockquote>
<p>Insopportabile quando era costretta ad interagire con gli altri:</p>
<blockquote>
<p>Neanche in aula riuscivo a riconciliarmi con il mio ambiente. Maestri e professori non riuscivano a tenermi a bada. Non ero una cattiva allieva, ma intervenivo di continuo, o mi mettevo a fantasticare quando si doveva stare attenti; facevo domande fuori luogo, straripavo come un torrente. Disturbavo la classe. E mi dispiaceva. Non riuscivo a sentirmi del tutto innocente delle critiche che mi piovevano addosso. Il senso di colpa mi rodeva, e per molto tempo, la notte, sentii nei sogni l&#8217;urlo del <em>mistral</em> spingermi giù dall&#8217;enorme scalinata della scuola, che nel mio incubo si ergeva senza ringhiera, senza appigli: vertiginosamente cadevo, m&#8217;inabissavo.<br />
<cite>p. 13</cite></p>
</blockquote>
<p>Al disagio legato all&#8217;interazione sociale corrisponde una sensibilità vivace per la Natura e la Cultura:</p>
<blockquote>
<p>&#8230; un luogo in cui non provavo alcun senso di estraneità c&#8217;era. Era la Camargue, ed era magica&#8230;<br />
<br />
Se ovunque avevo l&#8217;impressione d&#8217;essere una nota stonata, là, invece, mi sentivo parte di una grande armonia. Negli stagni, negli specchi d&#8217;acqua sconfinati, si sentiva la forza del Rodano, s&#8217;intuiva che poteva diventare un toro, ondate come cornate. Lì non c&#8217;era più il sole delle api e delle mimose da giardino, ma l&#8217;implacabile bagliore del mezzogiorno ai quattro punti cardinali. I fenicotteri rosa, i cavalli selvaggi, smuovevano il penetrante profumo del sale e della terra. La libertà con cui, d&#8217;improvviso, gli uni prendevano il volo e gli altri partivano al galoppo scuotendo la criniera, mi rinvigoriva. La Camargue era più di un paesaggio: la fugace avvisaglia, l&#8217;intuizione folgorante di un&#8217;armonia tra me e un avvenire. Là, per la prima volta, ebbi il presagio di grandi cose, il presagio di un destino.<br />
<cite>pp. 16-17</cite></p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Non avevo veri amici, né fratelli o sorelle, e non me ne lamentavo. I miei genitori mi davano il nutrimento necessario alla mia immaginazione. Anzitutto i libri, soprattutto i libri.<br />
<br />
Mi gettavo su di loro non appena tornavo da scuola, cartella sotto la scrivania e spalle adagiate al cuscino. Avevo i miei favoriti e le mie liste d&#8217;attesa. Li convocavo nel parlatorio. Ne cominciavo anche due alla volta: l&#8217;uno da sfogliare come una margherita, pagina dopo pagina, o da assaporare come un pasticcino, e l&#8217;altro da divorare senza perder tempo, golosamente e senza la minima disaffezione. Quella passione mi portava, come su una nuvola, dalla pagina su cui avevo fatto un segno il giorno prima al ritorno da scuola il giorno dopo. L&#8217;amicizia dei personaggi mi proteggeva dalla vacuità delle ricreazioni e dalla noia delle lezioni.<br />
<cite>p. 19</cite></p>
</blockquote>
<p>L&#8217;infanzia di Hélène si svolge in un clima familiare tutt&#8217;altro che negativo, ma, come capita spesso agli introversi, la sua esperienza complessivamente non è serena:</p>
<blockquote>
<p>è strano, quando mi chiedono se sono stata una bambina felice rispondo istintivamente di sì; ma, se ci penso bene, se m&#8217;immergo nel ricordo di ciò che ero, la risposta è no, decisamente no. A essere obiettivi, avevo tutto per essere felice, eppure soffocavo (non sempre, non per tutto il tempo). Semplicemente, ero consapevole del mio involucro ingombrante, di quell&#8217;io che mi limitava e al quale tante volte avrei voluto sfuggire.)</p>
</blockquote>
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		<title>Appunti per una psicobiografia di Hermann Hesse</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Apr 2007 13:23:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Hesse]]></category>
		<category><![CDATA[introversi oppositivi]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
		<category><![CDATA[opposizione/individuazione]]></category>
		<category><![CDATA[psicobiografie]]></category>

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		<description><![CDATA[1. La lunga vita di Hermann Hesse e il suo essere pervenuto, attraverso un&#8217;esperienza interiore travagliata che, fin dall&#8217;adolescenza, ha sfiorato più volte il ciglio della disperazione e del suicidio, ad una serena e equilibrata saggezza, rappresentano di per sé un &#8220;capolavoro&#8221; denso di significati. Il dramma di Hesse riconosce la sua matrice nell&#8217;interazione tra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>La lunga vita di <span class="highlight-blue-b">Hermann Hesse</span> e il suo essere pervenuto, attraverso un&#8217;esperienza interiore travagliata che, fin dall&#8217;adolescenza, ha sfiorato più volte il ciglio della disperazione e del suicidio, ad una serena e equilibrata saggezza, rappresentano di per sé un &#8220;capolavoro&#8221; denso di significati.</p>
<p><strong>Il dramma di Hesse riconosce la sua matrice nell&#8217;interazione tra la tradizione culturale della famiglia, caratterizzata sia da parte paterna che materna da una viva religiosità di tipo pietista, e la sua natura introversa, oppositiva e avversa a qualunque tipo di imposizione autoritaria.</strong></p>
<p>Egli nasce il 2 luglio 1877 a Calw-Wurttemberg, una piccola cittadina del nord della Foresta Nera da Johanness Hess, missionario pietista, e Marie Gundert, vedova Isenberg e già madre di due figli.</p>
<p>Johannes Hesse, uomo colto e dalla personalità spiritualmente ricca, è originario di un piccolo paese della Estonia; Marie Gundert, dotata di una fervida fantasia e appassionata di letteratura, è invece nata in India, dove ha trascorso l&#8217;infanzia.</p>
<p>Entrambi provengono da famiglie di livello culturale molto elevato e caratterizzate da una profonda religiosità. Il nonno paterno, Carl Hermann Hesse, medico di professione, organizza per tutta la vita nella sua casa letture bibliche settimanali. Il nonno materno, Hermann Gundert, profondo studioso della cultura e della religione indiana, è un uomo sensibile e di spirito, che pratica però la religione all&#8217;insegna di una rigida devozione e ha un senso del dovere, dell&#8217;obbedienza e del rispetto dell&#8217;autorità senza limite.</p>
<p>L&#8217;ambiente familiare è dunque culturalmente stimolante, ma, allo stesso tempo, piuttosto <strong>repressivo sotto il profilo morale e religioso</strong>. Il pietismo che in esso circola è caratterizzato dalla sollecitazione a praticare una &#8220;religione del cuore&#8221; associata ad una morale rigorosissima.</p>
<p>L&#8217;esperienza infantile e adolescenziale di Hesse è una prova che, nonostante quanto sostengono gli analisti tradizionali, i conflitti psicodinamici non si originano sempre sul registro dell&#8217;affettività, bensì su quello della scarsa compatibilità tra i valori culturali veicolati dalla famiglia e la vocazione ad essere del figlio.</p>
<p>Entrambi i genitori sono, sotto il profilo umano, ottime persone, affettivamente molto valide, nonostante una certa severità di fondo. Entrambi, però, in conseguenza di una fede religiosa che rappresenta per loro un orizzonte assoluto, non sono in grado di cogliere nell&#8217;irrequietezza e nella tendenza oppositiva del piccolo Hermann il potenziale di individuazione che esse esprimono. Vi leggono piuttosto la prova che la natura umana è originariamente inquinata dal Maligno.</p>
<p>Hermann, di fatto, com&#8217;è proprio di tutti gli esseri dotati di un corredo introverso oppositivo, è un bambino oltremodo sensibile e testardo, che crea ai genitori e agli educatori notevoli difficoltà. Già nel 1881 la madre manifesta al marito la propria preoccupazione: &#8220;Prega insieme a me per il piccolo Hermann [...] Il bambino ha una vitalità e una forza di volontà così decisa e [...] un&#8217;intelligenza che sono sorprendenti per i suoi quattro anni. Che ne sarà di lui? [...] Dio deve impiegare questo senso orgoglioso, allora ne conseguirà qualcosa di nobile e proficuo, ma rabbrividisco solo al pensiero per ciò che una falsa e debole educazione potrebbe fare del piccolo Hermann&#8221;.</p>
<p>Conformemente ai principi del pietismo, i genitori tentano senza successo di &#8220;addomesticare&#8221; il figlio, frenando e reprimendo l&#8217;ostinazione ribelle che gli è propria. Lo affidano dunque ad educatori esterni, confidano nella scuola e programmano per Hermann un futuro da pastore.</p>
<p>Pur senza impegnarsi molto nello studio, questi consegue risultati brillanti e, superato l&#8217;esame regionale, si iscrive nel settembre del 1891 al seminario di Maulbronn. L&#8217;ambiente non è nel complesso repressivo, ma colà Hermann scopre di non avere alcuna vocazione per ripercorrere le orme del padre. Dopo sei mesi, senza apparente motivo, egli si dà alla fuga. Riportato in seminario e trattato con una certa comprensione, egli comincia a soffrire di stati depressivi preoccupanti. Disperati, i genitori decidono di riprendere il ragazzo e di inviarlo per una &#8220;cura&#8221;, in realtà &#8220;per essere liberato dal diavolo&#8221;, al pastore Christoph Blumhardt. Le cose vanno però di male in peggio, fino ad un tentativo di suicidio, che sarebbe riuscito se il revolver non si fosse inceppato. Hermann viene quindi ricoverato nella clinica per malati di nervi a Stetten.</p>
<p>La comunicazione con la famiglia è ormai compromessa. Affettuosamente i genitori gli scrivono promettendogli di iscriverlo in un comune ginnasio &#8220;non appena darà prova per alcuni mesi di autocontrollo e obbedienza&#8221;. La risposta, indirizzata al padre, è quella di un adolescente esasperato e disperato:</p>
<blockquote>
<p>Gentile Signore! Poiché Lei si mostra stranamente così pronto al sacrificio, mi è concesso forse di chiederle sette marchi ovvero un revolver. Dopo che Lei mi ha indotto alla disperazione, sarà sicuramente pronto a liberare me da questa e lei da me stesso. In realtà avrei dovuto crepare già a giugno.</p>
</blockquote>
<p>Di fronte ad una rinnovata minaccia di suicidio, i genitori gli concedono, dopo le sue insistenti preghiere, di ritornare a Calw, dove frequenta dal novembre 1892 sino all&#8217;ottobre 1893 il ginnasio Canstatter. Non porta a termine comunque l&#8217;intero ciclo di studi ginnasiali.</p>
<p>All&#8217;esperienza scolastica segue un brevissimo apprendistato come libraio a Esslingen. Dopo appena quattro giorni Hermann abbandona la libreria. Ritrovato dal padre in giro per le strade di Stoccarda, viene spedito in cura dal dottor Zeller a Winnenthal. Qui trascorre alcuni mesi dedicandosi al giardinaggio, finché ottiene il permesso di tornare in famiglia.</p>
<p>A Calw aiuta il padre nella casa editrice e sfoglia con avidità i libri dell&#8217;immensa biblioteca del nonno Gundert. Scopre autonomamente la sua vocazione letteraria, ma il padre, ritenendolo incostante, volubile e sostanzialmente inaffidabile, si oppone alla sua richiesta di lasciare la casa per potersi preparare &#8220;in libertà&#8221; all&#8217;attività letteraria. Hermann è costretto a seguire un apprendistato presso un&#8217;officina di orologi da campanile a Calw. In questo periodo progetta di fuggire in Brasile. Un anno dopo abbandona l&#8217;officina e incomincia nell&#8217;ottobre 1895 un apprendistato come libraio presso Heckenhauer a Tubinga, che dura tre anni.</p>
<p>È una svolta estremamente significativa. La professione di libraio, che gli assicura un reddito, gli permette di staccarsi finalmente dalla famiglia, emancipandosi dalla morale a dalla religione d&#8217;origine.</p>
<p>Le sue ansie interiori si placano, permettendogli di dedicarsi ad una intensa formazione culturale autodidatta, e di scoprire ed affermare la propria irrinunciabile vocazione poetica.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La mia carriera lavorativa</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Sep 2006 10:37:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[inadeguatezza]]></category>
		<category><![CDATA[introversi oppositivi]]></category>
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		<description><![CDATA[Testimonianza di Maria Concetta Cirrincione Dopo 36 anni di lavoro finalmente arriva la liberazione: la pensione. Non che non amassi il mio lavoro, anzi&#8230; mi manca&#8230; se potessi lo svolgerei a casa. Non mi manca l&#8217;ambiente e nemmeno le persone (eccetto alcune). Se avete la pazienza di leggere e di scusarmi per gli eventuali errori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Testimonianza di Maria Concetta Cirrincione</h3>
<p>Dopo 36 anni di lavoro finalmente arriva la liberazione: la pensione. Non che non amassi il mio lavoro, anzi&#8230; mi manca&#8230; se potessi lo svolgerei a casa. Non mi manca l&#8217;ambiente e nemmeno le persone (eccetto alcune).</p>
<p>Se avete la pazienza di leggere e di scusarmi per gli eventuali errori e la mia forma espressiva un po&#8217; contorta, vi racconterò <strong>la mia vita lavorativa da introversa</strong> in un ambiente in cui predomina l&#8217;ipocrisia, la prevaricazione, lo sfruttamento e in alcuni casi anche il mobbing e il dispregio dei più elementari diritti del lavoratore.</p>
<p><strong>Nel 1970 mi sono trasferita a Roma dalla Sicilia</strong> lasciando un ambiente e una famiglia di cui non accettavo i valori e ho iniziato a lavorare come <strong>Infermiera Professionale</strong> in un Ospedale. L&#8217;impatto è stato durissimo, mi sentivo un numero non una persona; i medici con cui sono venuta a contatto si sentivano dei padreterni e ti trattavano come una pezza da piedi, come una deficiente. L&#8217;unica gratificazione era qualche scambio di parole con i pazienti. Avevo la tentazione di andar via, ma l&#8217;idea di tornare a casa sconfitta ed andare di nuovo a lottare contro i mulini a vento non mi garbava affatto. Premetto che sia durante l&#8217;infanzia che nell&#8217;adolescenza ho sfoderato un <strong>io oppositivo</strong> molto agguerrito con le relative conseguenze che vi lascio immaginare, data la mia identità di genere e il contesto culturale meridionale.</p>
<p>Ero molto ligia al dovere, anche nelle minime cose, parlavo poco, comunicavo poco e lavoravo come una schiava saltellando da un reparto all&#8217;altro. Non sapevo mai né i turni né i riposi. Finché non mi sono ribellata e, dopo avere avuto in mano la lettera di assunzione dell&#8217;Ospedale Maggiore di Milano, ho presentato le dimissioni che non sono state accettate perché ero una delle poche persone di cui non si lamentava nessuno e quindi non potevano privarsi di un elemento così prezioso. Vinta la battaglia, finalmente ho avuto un reparto tutto mio.</p>
<p>La decisione di restare è stata comunque molto condizionata dall&#8217;odio verso i meridionali che sentivo nelle parole e nei comportamenti dei milanesi con cui sono venuta a contatto nei pochi giorni di permanenza in quella città. Infatti, prendendo alloggio in un albergo, dopo aver guardato il mio documento mi hanno rifiutato la camera che qualche ora prima era disponibile. Finale della favola, ho dormito in una camera ricavata da un sottoscala, dopo l&#8217;intervento di un poliziotto che, presa da una rabbia cieca per l&#8217;ingiustizia subita, avevo chiamato.</p>
<p>Riguardo la mia introversione (a quei tempi la definivo carattere chiuso e a detta degli altri asociale) ricordo un episodio: un giorno un ginecologo con cui lavoravo mi disse che ero una brava ragazza, preparata, discreta, affidabile, ma spinosa come la pianta SPINA DI GESÙ CRISTO.</p>
<p>Nel frattempo <strong>mi ero sposata e avevo avuto una bambina</strong> che purtroppo era affetta da una sindrome celiaca e necessitava di cure materne. Ho chiesto in Direzione un cambio turno presentandomi con un&#8217;altra ragazza che sempre per motivi familiari desiderava lavorare di pomeriggio e quindi avremmo garantito sempre un turno giornaliero. Risultato, a me chiedevano il pomeriggio all&#8217;altra la mattina. Questo è sadismo o cosa?</p>
<p>Mi sono rimboccata le maniche e ho cominciato a fare concorsi per evitare i turni. Stendo un altro velo pietoso su questo argomento: basti dire che mi sono trovata davanti al clientelismo ed alle raccomandazioni più sfacciate inconcepibili per il mio modo di vedere. Evidentemente vigeva e ancora vige la raccomandocrazia e non la meritocrazia.</p>
<p>Dopo 2 anni circa sono riuscita a ottenere il cambio di qualifica e <strong>ho iniziato a lavorare come tecnico di laboratorio</strong>, ma, ancora una volta per la mia incapacità a stare zitta dopo aver subito delle ingiustizie, ho detto al Direttore che ero a conoscenza del perché per due volte ero risultata idonea e non vincitrice: a parità di titoli e di meriti non avevo il &#8220;bonus&#8221; di una raccomandazione. Risultato: l&#8217;ho pagata cara, non mi ha mai dato un momento di tregua, qualsiasi cosa chiedessi (quando la chiedevo!) era subito no. Me lo trovavo all&#8217;improvviso dietro le spalle e non gli andava mai bene quello che facevo, eppure non avevo niente da rimproverarmi perché ho sempre dato il meglio di me stessa, anche se devo dire che il senso di inadeguatezza mi ha sempre rosicchiata e quindi, come il cane che si morde la coda, davo sempre di più. A distanza di tanti anni penso che in fondo con il potere che aveva, poteva benissimo farmi del male e non l&#8217;ha fatto. Un giorno addirittura presa da una rabbia furibonda perché voleva che adoperassi un apparecchio per le semine su piastra di cui non mi fidavo perché non sterilizzava bene l&#8217;ansa, gli ho detto che aveva i paraocchi come il cavallo e tutto davanti a un codazzo di altri medici. In seguito ho chiesto scusa, non perché mi rifiutavo di lavorare con quell&#8217;accrocco, ma perché lo avevo messo in difficoltà davanti agli altri. A distanza di tanti anni penso che in fondo mi stimava.</p>
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