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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; normalizzazione</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
	<lastBuildDate>Mon, 30 Jan 2012 07:03:03 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Perché la LIDI? Riflessioni sulla funzione culturale dell&#8217;introversione</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2009/10/22/perche-la-lidi-riflessioni-sulla-funzione-culturale-dellintroversione/</link>
		<comments>http://www.legaintroversi.it/2009/10/22/perche-la-lidi-riflessioni-sulla-funzione-culturale-dellintroversione/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 22 Oct 2009 07:24:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conferenze]]></category>
		<category><![CDATA[disadattamento]]></category>
		<category><![CDATA[disagio giovanile]]></category>
		<category><![CDATA[estroversione]]></category>
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		<description><![CDATA[Che cos&#8217;è l&#8217;introversione. Dal pregiudizio alla conoscenza Incontro di presentazione della LIDI del 21.10.2009 Roma, Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221; Intervento del dott. Luigi Anepeta 1. Nella selva delle sigle che caratterizza il nostro mondo, quella della LIDI, quando viene esplicitata, evoca di solito qualche perplessità. L&#8217;esistenza di una Lega che si prefigge [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="alignr">
<em>Che cos&#8217;è l&#8217;introversione. Dal pregiudizio alla conoscenza</em><br />
<strong>Incontro di presentazione della LIDI del 21.10.2009</strong><br />
Roma, Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221;<br />
Intervento del <span class="highlight-blue">dott. Luigi Anepeta</span></p>
<h3>1.</h3>
<p>Nella selva delle sigle che caratterizza il nostro mondo, quella della LIDI, quando viene esplicitata, evoca di solito qualche perplessità.<br />
L&#8217;esistenza di una Lega che si prefigge di tutelare i Diritti degli Introversi sembra un&#8217;iniziativa a dir poco singolare. Perché &#8220;etichettare&#8221;- ci viene chiesto &#8211; una categoria di soggetti in riferimento ad un orientamento caratteriale ritenuto negativo? Quali sono i diritti violati degli introversi che andrebbero tutelati? L&#8217;esigenza di una tutela non conferma paradossalmente la difficoltà di farli valere in prima persona, cioè un disadattamento?<br />
Avanzate nel corso dei tre anni di vita dell&#8217;Associazione da varie persone sicuramente in buona fede, queste perplessità attestano un fenomeno ben noto ai sociologi: quello per cui la persistenza di un pregiudizio è in gran parte dovuta alla sua incorporazione nel senso comune, vale a dire in quell&#8217;insieme di convinzioni collettive vissute a tal punto come ovvie da non richiedere più riflessione.</p>
<p>Coniati da C. G. Jung nel 1920, i termini estroversione e introversione hanno avuto uno straordinario successo, diventando di uso corrente. Il senso comune, appropriandosene, ha dato ad essi una connotazione cognitivo-emozionale del tutto estranea al pensiero dell&#8217;autore, molto attento nel sottolineare i valori e i limiti delle due tipologie caratteriali.<br />
Tale connotazione si ricava anche dai dizionari nei quali l&#8217;introverso è definito chiuso, timido, silenzioso, freddo, schivo, distaccato, mentre l&#8217;estroverso aperto, comunicativo, sicuro, cordiale, espansivo, esuberante.<br />
Sia pure meramente descrittive, le definizioni lessicali vertono sul comportamento apparente, ma implicano una valutazione rispettivamente negativa e positiva.<br />
Il senso comune, purtroppo, ha contagiato anche la psicologia. Se si va su Internet e si digitano termini come timidezza, insicurezza, vergogna, fobia sociale, ecc. vengono fuori una pletora di centri professionali che offrono i loro servizi per risolvere questi &#8220;disturbi&#8221;.<br />
Se poi si circola nei forum giovanili dedicati a problemi psicologici, si scopre che la maggioranza degli utenti considerano l&#8217;essere introverso una condizione che ostacola l&#8217;adattamento sociale: in gergo giovanile, una &#8220;sfiga&#8221;.<br />
All&#8217;epoca in cui Jung scrisse il suo capolavoro (<em>Tipi psicologici</em>), il pregiudizio non esisteva; oggi esiste ed è tangibile. Per sormontarlo non basta tentare di restaurare il significato originario e scientifico dei termini, approfondendolo alla luce degli sviluppi più recenti delle scienze umane e sociali. Occorre capire come esso si è prodotto e perché si è diffuso.</p>
<p>Che io sappia, non è stata fatta alcuna ricerca sociologica sul pregiudizio in questione. Forse non ce n&#8217;è neppure bisogno. Si può fare un test estremamente semplice a riguardo. Basta pronunciare dentro di sé i due termini e valutare la connotazione emozionale che ad essi si associa. Nella stragrande maggioranza delle persone la connotazione coincide con quella del senso comune e dei vocabolari.<br />
C&#8217;è, peraltro, una prova ancora meno confutabile. Quasi tutti gli introversi interiorizzano il pregiudizio. In conseguenza di questo, alcuni negano addirittura di essere introversi, altri convivono con la dolorosa consapevolezza di essere inferiori agli altri.<br />
<strong>Il malessere degli introversi nel nostro mondo, che va da un senso interiore di disadattamento ad un disagio psichico conclamato, è un dato di fatto poco confutabile. Nell&#8217;ottica della LIDI, esso, però, non è costitutivo del modo di essere introverso, non dipende, cioè, dal venire al mondo con determinate caratteristiche psichiche, bensì dal fatto che la nostra cultura, in conseguenza di cambiamenti socio-storici, ha operato una &#8220;scelta&#8221; che privilegia in assoluto un modello normativo estroverso, e, di conseguenza, squalifica e disconferma il comportamento introverso che non si adegua ad esso.</strong><br />
&Egrave; questa scelta che la LIDI intende mettere in discussione perché, anche se essa non è riconducibile ad una volontà deliberata di danneggiare gli introversi, di fatto li danneggia, attivando in essi il vissuto di essere inadeguati, difettosi, &#8220;sbagliati&#8221; e spingendoli spesso nel vicolo cieco dell&#8217;isolamento e del disagio psicologico.<br />
<strong>Nell&#8217;ottica della LIDI, l&#8217;esperienza degli introversi nel nostro mondo, problematica per molti aspetti, è in gran parte la conseguenza del pregiudizio sociale che li investe e che essi, purtroppo, interiorizzano, sviluppando precocemente un vissuto di più o meno grave inadeguatezza.</strong><br />
Che tale pregiudizio sia inconsapevole è provato dal fatto che esso è adottato largamente dagli educatori (familiari, insegnanti) e si traduce, di solito, in una pressione pressoché continua operata sugli introversi a fin di bene perché imparino a stare con gli altri, a comunicare, a fare amicizie, ecc.</p>
<p>Il <a href="http://lidi.forumfree.net">Forum della LIDI</a> è ricco di testimonianze a riguardo. Ne riporto alcune, esemplari:</p>
<blockquote>
<p>È una verità che ogni bambino introverso impara ben presto: la società non vuole persone introverse, non sa cosa farsene e così le incita a rinnegare il proprio carattere, i propri bisogni per altri che reputa migliori e più desiderabili. È questo il messaggio che mi è stato trasmesso sia a scuola che nella vita di tutti i giorni: devi parlare, interagire, essere al centro dell&#8217;attenzione anche solo per pochi secondi. Non rimanere in silenzio, non parlare di cose interessanti, non li fare sentire in imbarazzo con la tua incapacità di rincorrere gli argomenti. Il mondo è nelle mani degli estroversi, è palese, sono loro ad avere successo, a far carriera, a cogliere le opportunità migliori&#8230; o perlomeno questo è quello che vogliono farci credere. Il peggior difetto di un introverso? Essere quello che &#8220;non è di moda&#8221;. Il peggior difetto di un estroverso? Il non riflettere veramente su quello che dice o fa.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Per i miei genitori la mia timidezza introversione andava bene finché ero bambina, sai com&#8217;è ai &#8220;miei tempi&#8221; (negli anni 90!) c&#8217;era il mito del bambino silenzioso, giudizioso, bravo a scuola. Ed io ero proprio così. Quando sono cresciuta e dovevo allora abbracciare lo stereotipo prima dell&#8217;adolescente e poi dell&#8217;adulta aperta, simpatica, estroversa &#8220;sveglia&#8221; se vogliamo dire, le cose sono andate sempre più peggiorando. È una vita che mi dicono che devo cambiare, che se non cerco di cambiare non mi troverò mai bene nella vita, che siamo fatti per essere esseri sociali e non è possibile che io preferisca stare da sola che uscire con gli amici; che la vita è anche doversi confrontare con il giudizio degli altri e anche soffrirci&#8230; Mi dicono che alla mia età, 24 anni, bisogna essere pieni di vita e di brio, aver voglia di fare. Invece io sono sempre amante dei passatempi solitari: mi piace guardare film su internet, leggere notizie interessanti, leggere un bel libro da sola e fare escursioni da sola a contatto con la natura. Anche avere un&#8217;amica o due con cui confidarmi ma nel gruppo non mi ci trovo.<br />
Mia sorella è molto estroversa, ha avuto tantissimi amici e a me, che ero riservatissima, l&#8217;hanno sempre proposta come modello, a volte credendo di spronarmi dicendo che &#8220;ero una fallita in confronto a lei&#8221; e che &#8220;non ce l&#8217;avrei mai fatta ad essere come lei&#8221; credendo di stimolarmi in quel modo. Ancora oggi non mi lasciano in pace.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Purtroppo le difficoltà stanno nel liberarsi dall&#8217;interiorizzazione di certi modelli e nel trovare interlocutori altrettanto liberi e autentici. La cosa è difficile e molto rara. Tutti noi, consapevoli o meno, usiamo delle maschere nell&#8217;affrontare gli altri. Questo è un metodo affinato dall&#8217;uomo che vive in società per riuscire a salvaguardare delle parti di sé intime e profonde (non sempre ha senso dire tutto,far sapere tutto di se, mettersi in gioco completamente e incondizionatamente, usare la massima fiducia e spontaneità nell&#8217;approcciare l&#8217;altro) e allo stesso tempo, però, a entrare in relazione con gli altri. Come tentativo di trovare un compromesso tra le due cose non sarebbe neanche troppo tremenda. Il guaio è che le persone &#8211; senza neanche rendersene conto &#8211; interpretano solo il ruolo assegnato e sono disturbate ossessivamente dall&#8217;avere anche un mondo interiore che vivono come fonte di problemi e di rovinosa compromissione delle prestazioni che devono dare all&#8217;esterno, quindi tentano di annullarlo, di non ascoltarlo, di eliminarlo il più possibile. Il fine è quello di aderire perfettamente ad un modello, essere artificiali, inautentici come segno di controllo di sé, di superiorità, efficienza, maturità e di bellezza. Tutti quelli che non riescono a recitare in maniera inappuntabile e che usano segni di genuinità, spontaneità e differenziazione, di scostamento dal &#8220;come si deve fare&#8221; sono vissuti come persone matte, strane, pericolose o che poverine, non ce la fanno, tradiscono incapacità a controllarsi, a sapersi muovere, parlare relazionarsi, debolezza, pochezza di mezzi, di forze e di risorse. Sono ben poche le persone che non si spaventano e che apprezzano chi si discosta dagli stereotipi, chi li interpreta a maniera sua o se ne inventa di altri.</p>
</blockquote>
<p>L&#8217;amarezza critica esplicita in queste testimonianze non deve indurre a pensare che la LIDI si propone di processare le famiglie, gli insegnanti o la società. Essa intende piuttosto <strong>promuovere una riflessione sul modo di produzione antropologico proprio della nostra società</strong>. Se si sgombra il campo dall&#8217;astrazione psicologista per cui l&#8217;allevamento e l&#8217;educazione sono processi &#8220;naturali&#8221;, si capisce immediatamente che essi tendono a modellare una &#8220;materia prima&#8221; fornita dalla natura, che è il corredo genetico unico e irripetibile con cui ogni soggetto viene al mondo.<br />
Per quanto si possano e si debbano valorizzare i rapporti affettivi tra gli educatori e i bambini ad essi affidati, non c&#8217;è dubbio che il processo educativo richiede l&#8217;adozione, più o meno consapevole, di &#8220;tecniche&#8221; finalizzate a realizzare un progetto.<br />
I progetti possono essere vari, a seconda degli ambienti e degli educatori, ma hanno un obiettivo univoco: la <em>produzione</em> di un soggetto capace di inserirsi nel mondo e di integrarsi in esso, assumendo determinati ruoli e adempiendo i doveri che essi comportano; la produzione, dunque, di un soggetto &#8220;normale&#8221; in rapporto ad un determinato contesto.<br />
Famiglie e Scuola sono, dunque, <em>agenzie sociali</em> cui è affidato, in ultima analisi, il compito di produrre cittadini. </p>
<p>In passato, che i figli fossero destinati a diventare, anzitutto, cittadini, era considerato ovvio. Gli uomini venivano allevati sulla base di principi tradizionali, vissuti come un patrimonio di sapere ereditato dai padri e dagli avi e, da adulti, tendevano ad agire in maniera conforme a quei principi. Il conformismo, in pratica, era un valore primario che non azzerava le differenze individuali, ma le conteneva entro schemi comportamentali ritualizzati, scarsamente flessibili.<br />
Oggi, secondo alcuni, le cose sono radicalmente cambiate. Una nuova sensibilità educativa comporterebbe una particolare attenzione per lo sviluppo dell&#8217;individuo come essere unico e irripetibile. Nessun educatore ovviamente prescinde dall&#8217;insegnare le buone maniere, ma si dà per scontato che ciò avvenga rispettando la diversità e la particolarità dell&#8217;individuo.<br />
Si tratta di un <em>mito</em> piuttosto che di una realtà. Anche se, infatti, in genere gli educatori tendono a riconoscere la diversità che si dà tra i figli e in una certa misura a rispettarla, essi non riescono a prescindere dal dovere che la società assegna loro: quella di <strong>costruire cittadini adattati a questa società</strong>, vale a dire ad una società dinamica e competitiva, che postula anzitutto di essere efficienti.<br />
Il <em>modello</em> di riferimento al quale, lo voglia o no, ogni educatore si riconduce, è dunque piuttosto univoco. Esso <em>valorizza l&#8217;adesione e l&#8217;adattamento alla realtà, la capacità di comunicare e di stare con gli altri, un certo grado di competitività, lo spirito pratico necessario per conseguire risultati oggettivi, il non farsi troppi problemi, il prendere la vita come viene, ecc</em>.<br />
Si tratta di un <strong>modello manifestamente estroverso</strong>, il cui potere di omologazione è enorme perché esso assicura l&#8217;inserimento nel gruppo e la conferma di essere normali.<br />
Applicato inconsapevolmente agli introversi, tale modello ha effetti deleteri.</p>
<p>Se mi si consente un paragone, direi che oggi gli introversi si trovano a vivere, in termini più drammatici, la stessa situazione sperimentata sino a qualche decennio fa dai mancini, che erano assoggettati ad una rieducazione finalizzata a farli diventare destrimani.<br />
Il pregiudizio nei confronti del mancinismo è stato sormontato in nome della consapevolezza promossa dallo sviluppo scientifico che si tratta di una condizione naturale, di origine genetica, rimasta costante nel corso del tempo (dalla preistoria ad oggi), la cui correzione, portata avanti in buona fede ma con una oggettiva crudeltà, ha prodotto un&#8217;inutile sofferenza per i soggetti e, non di rado, danni piuttosto seri a carico della personalità.<br />
La LIDI intende promuovere un processo analogo di consapevolezza in rapporto all&#8217;introversione, e quindi un approccio pedagogico e culturale ad essa che, sormontando il pregiudizio, ne riconosca il valore e ne rispetti le modalità e i tempi di sviluppo.<br />
Sarebbe poco onesto, peraltro, omettere che la LIDI ha un obiettivo più ambizioso di quello che si può ricavare dalla sua sigla. I modelli normativi sui quali ogni cultura fonda la propria identità e che presiedono alla riproduzione sociale, nonostante una tendenziale inerzia, sono dinamici, vale a dire cambiano nel corso del tempo in rapporto allo sviluppo della società.<br />
Pochi dubbi si danno riguardo al fatto che, negli ultimi venti anni, il modello estroverso è andato incontro ad una radicalizzazione per cui, oggi, non sembra azzardato definirlo <strong>estrovertito</strong> nella misura in cui esso promuove una tendenza crescente ad affermare narcisisticamente il proprio valore, esibendo una grande capacità comunicativa, un&#8217;estrema sicurezza e la tendenza ad accettare senza paura qualunque confronto competitivo.<br />
Tale modello normativo, se incide in maniera negativa sull&#8217;evoluzione della personalità e sull&#8217;esperienza di vita degli introversi, in realtà è nocivo per tutti i soggetti, soprattutto per i più giovani.</p>
<p>L&#8217;osservatorio delle scuole fornisce una prova clamorosa di quest&#8217;assunto. La fascia della popolazione scolastica delle medie inferiori pone sempre più spesso di fronte ad un fenomeno inquietante. I ragazzi che accedono ad esse hanno ancora qualche tratto visibilmente infantile. Nel corso dei tre anni, però, essi vanno incontro, in una percentuale elevatissima, ad una &#8220;muta&#8221; sorprendente innescata dallo sviluppo puberale: si trasformano quasi repentinamente in ragazzi e ragazze che, sia pure in misura diversa, tendono ad ostentare un <strong>atteggiamento adultomorfo</strong>, vale a dire a comportarsi come esseri &#8220;vissuti&#8221;, disincantati, disinibiti, cinici e talora aggressivi verbalmente e fisicamente.<br />
Un mio giovanissimo paziente introverso è rimasto sconvolto di recente dal fatto che, nel corso della proiezione a scuola di un filmato su Auschwitz, le cui immagini lo turbavano profondamente, alcuni compagni ridevano sguaiatamente, facendo battute di pessimo gusto. &#8220;Ragazzate&#8221;, indubbiamente, ma terribilmente indiziarie di un crescente processo di anestetizzazione empatica.<br />
Qualche studioso <em>à la page</em> coglie stoltamente in questa &#8220;muta&#8221; i segni positivi di un progresso culturale, che rende gli adolescenti di oggi più &#8220;svegli&#8221; rispetto a quelli del passato. In realtà, essa corrisponde all&#8217;adozione di una &#8220;maschera&#8221; che blocca la maturazione della personalità e obbliga gli adolescenti a dare la prova di <strong>essere adeguati ad un mondo che penalizza ogni forma di debolezza</strong>, e quindi anche l&#8217;umana debolezza intrinseca alle vicissitudini dell&#8217;adolescenza, programmata dalla natura per realizzare gradualmente un passaggio dall&#8217;orizzonte ristretto dell&#8217;infanzia ad un&#8217;apertura al mondo che postula il dubbio, l&#8217;insicurezza, la problematicità.<br />
Altri studiosi hanno identificato in questa muta la &#8220;morte dell&#8217;adolescenza&#8221;, riconducendola al fatto che i ragazzi si trovano di fronte ad un <em>aut aut</em> terribile, tale per cui o ci si maschera da soggetti estrovertiti, realizzando una condizione di pseudo-adultità, o ci si arrende ad essere identificati dal gruppo come deboli, inadeguati, &#8220;sfigati&#8221;, con la conseguenza di finire emarginati se non addirittura ridicolizzati e maltrattati.<br />
<strong>La LIDI intende porre in discussione, criticamente e operativamente, il modello normativo che sottende questa &#8220;muta&#8221;, sulla base degli effetti alienanti che produce. Essa lo fa identificando negli introversi coloro che ne subiscono i danni maggiori.</strong><br />
Posti di fronte all&#8217;aut aut cui si è fatto cenno, alcuni di essi tentano di &#8220;mascherarsi&#8221;, ma raramente ci riescono. I più non ci provano neppure e rimangono confinati, almeno nel rapporto con i coetanei, nel ruolo di esseri inferiori, disadattati, privi di valore. Tale ruolo non è riscattato neppure dal rendimento scolastico talvolta eccellente: nell&#8217;ottica del modello normativo dominante, infatti, andare bene a scuola, se gratifica gli adulti è spesso, agli occhi dei coetanei, un ulteriore motivo di discredito.</p>
<p>Occorre, dunque, partire dal significato negativo, pregiudiziale che il modo di essere introverso ha assunto nel nostro mondo e riabilitare la verità su questo orientamento caratteriale. L&#8217;impresa non è affatto semplice perché, come vedremo, essa impone di trascendere il piano della psicologia e di affrontare complessi problemi inerenti la condizione umana.</p>
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		<title>Fëdor Dostoevskij – L&#8217;idiota</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Aug 2009 06:59:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[appartenenza/integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Dostoevskij]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
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		<description><![CDATA[1. Con Nietzsche, Dostoevskij si può ritenere colui che ha più approfondito il tema dell&#8217;introversione, da entrambi colta come diversità rispetto alla media (eccezionalità per l&#8217;uno, &#8220;morbosità&#8221; per l&#8217;altro). Il fascino esercitato da Dostoevskij su Nietzsche si può ricondurre al fatto che egli non arretra di fronte ad una verità sgradevole: quella per cui, se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Con <a href="/2007/05/25/la-personalita-di-friedrich-nietzsche/">Nietzsche</a>, <span class="highlight-blue-b">Dostoevskij</span> si può ritenere colui che ha più approfondito il tema dell&#8217;introversione, da entrambi colta come diversità rispetto alla media (eccezionalità per l&#8217;uno, &#8220;morbosità&#8221; per l&#8217;altro). Il fascino esercitato da Dostoevskij su Nietzsche si può ricondurre al fatto che egli non arretra di fronte ad una verità sgradevole: quella per cui, se l&#8217;espressione comportamentale più propria e immediata dell&#8217;introversione è un modo di essere naturalmente vincolato al rispetto e alla comprensione dell&#8217;altro, che può giungere alla <em>pietas</em>, laddove le circostanze di vita, vissute come ingiuste, attivano una componente oppositiva, il comportamento può sormontare i vincoli naturali e attestarsi su di un registro di aggressività e &#8220;cattiveria&#8221; che, in sé e per sé, sembra incompatibile con la sensibilità sociale.</p>
<p>Sia ne <a href="/2006/12/06/fedor-dostoevskij-memorie-dal-sottosuolo/"><strong><em>Le memorie del sottosuolo</em></strong></a> che in <em>Delitto e castigo</em>, Dostoevskij descrive in maniera straordinariamente acuta questa temibile alienazione. In entrambi i casi, il cinismo dei protagonisti appare senza limite e la loro brutalità, nei confronti peraltro di esseri vulnerabili, ripugnante. &Egrave; vero che qua e là, come ho cercato di evidenziare nelle recensioni, la loro natura profonda viene in luce sotto forma di senso di colpa, e che questo vissuto, almeno in un caso – quello dello studente Raskolnikov – produce una riparazione. Ciò nulla toglie al fatto che i protagonisti, nonostante il senso di colpa, agiscono comportamenti oggettivamente ingiustificabili.</p>
<p>Nietzsche fa propria l&#8217;ideologia nichilistica espressa a chiare lettere da Raskolnikov, dando ad essa il carattere di una cattiveria necessaria al fine di affrancare l&#8217;umanità da un patetico umanitarismo e attestarla sul piano di una nobile e spietata lotta tra spiriti eletti per affermare il diritto del più forte. Nel ricavare da Dostoeskij l&#8217;ideologia nichilistica, Nietzsche esprime la sua fiera (e &#8220;patologica&#8221;) avversione nei confronti della <em>pietas</em>, sublime sentimento che egli squalifica come cedimento all&#8217;influenza del Cristianesimo, e che, paradossalmente, rappresenta l’unica possibilità per gli spiriti &#8220;eletti&#8221;, vale a dire dotati di una viva sensibilità, di andare al di là del bene e del male.</p>
<p>Rispetto a Nietzsche, Dostoevskij, con <strong><em>L&#8217;idiota</em></strong>, arriva più in profondità nello studio della natura umana e delle sue molteplici espressioni, dipendenti in parte dall&#8217;interazione con l&#8217;ambiente sociale e culturale. <strong>Gli estremi caratteriali della tipologia introversa, &#8211; l&#8217;una più espressiva della natura, l&#8217;altra della volontà di negarla e di affrancarsene &#8211; sono incarnate, infatti, dai due protagonisti &#8211; Lev Nikolaeviè Myškin e Nastas&#8217;ja Filippovna –</strong>, il cui tragico rapporto rappresenta la struttura del romanzo. Lo spettro introverso, nelle sue diverse combinazioni, è rappresentato anche da altri personaggi (Ganja e Aglaja per un verso, Rogozin e Ippolit per un altro).</p>
<p>Anche se Dostoevskij non accenna mai esplicitamente all&#8217;introversione, che egli abbia intuito l&#8217;esistenza di una tipologia caratteriale diversa rispetto alla media, atta a funzionare come una sorta di prisma delle ambivalenze intrinseche alla natura umana, è attestato dal fatto che, ne <em>L&#8217;idiota</em>, più ancora che in altre opere, i protagonisti e coloro che appartengono a tale tipologia risaltano sullo sfondo di un mondo la cui normalità, peraltro apparente, fa sì che quell&#8217;ambivalenza si esprime sul registro della mediocrità.</p>
<p>Ciò concerne l&#8217;uomo comune:</p>
<blockquote>
<p>Ci sono delle persone difficili da caratterizzare una volta per tutte nei loro tratti più tipici. Esse vengono di solito definite &#8220;comuni&#8221;, &#8220;la maggioranza&#8221;, e di fatto costituiscono la grande maggioranza di ogni società…<br />
<br />
Ciò nonostante rimane dinanzi a noi un quesito: come si deve comportare il romanziere con le persone ordinarie, completamente &#8220;comuni&#8221;, come deve porle dinanzi al lettore per renderle in qualche modo interessanti? Escluderli del tutto dal racconto non si può dal momento che le persone ordinarie costituiscono continuamente e nella maggioranza dei casi l&#8217;elemento indispensabile nel concatenarsi degli eventi della vita, escluderli dunque significherebbe trasgredire alla regola della verosimiglianza. Riempire i romanzi unicamente di tipi o, semplicemente per suscitare interesse, di esseri strani e inesistenti sarebbe inverosimile e, certo, anche poco interessante. Secondo noi, lo scrittore deve cimentarsi nello scoprire sfumature interessanti e istruttive anche nell&#8217;ordinarietà. Proprio quando, per esempio, l&#8217;essenza stessa di alcune persone ordinarie si racchiude nella loro ordinarietà quotidiana e immutabile oppure, ancora meglio, quando, nonostante tutti i loro sforzi straordinari per sfuggire in qualche modo dalla sfera della routine e della banalità, finiscono tuttavia per rimanervi immutabilmente ed eternamente invischiati, allora anche tali persone acquisiscono a modo loro una caratteristica tipica: la loro ordinarietà, che non vuole in alcun modo rimanere ciò che è, ma vuole diventare a qualunque costo originale e indipendente senza essere dotata di alcun mezzo per esserlo…</p>
<p>
In realtà non c&#8217;è niente di più triste che, per esempio, essere ricchi, di buona famiglia, di bell&#8217;aspetto, abbastanza istruiti e intelligenti, persino buoni, e al tempo stesso non avere nessun talento, nessuna peculiarità, neanche una stranezza, né un&#8217;idea originale, insomma essere proprio &#8220;come tutti&#8221;. La ricchezza c&#8217;è, sì, ma non come quella dei Rothschild; la famiglia onorata, anche, ma non si è mai distinta in nulla; l&#8217;apparenza è piacevole, ma poco espressiva; l&#8217;educazione passabile, ma non si sa come metterla a frutto; l&#8217;intelligenza c&#8217;è, ma senza <em>idee proprie</em>; il cuore c&#8217;è, ma senza magnanimità e così via per tutti gli altri aspetti. Di persone come queste al mondo ce ne sono moltissime e anche più di quante sembrerebbe. Si dividono come il resto delle persone in due ordini principali: gli uni limitati, gli altri &#8220;assai più intelligenti&#8221;. I primi sono più felici. Per l&#8217;uomo &#8220;comune&#8221; limitato, per esempio, non c&#8217;è niente di più facile che immaginare se stesso come una persona poco comune e originale, compiacendosene senza alcun tentennamento…<br />
<br />
La sfrontataggine dell&#8217;ingenuità, in alcuni casi, arriva a livelli stupefacenti. Tutto questo sembra impossibile, ma lo si riscontra di continuo… l&#8217;incrollabile fiducia dell&#8217;uomo stupido in se stesso e nel proprio talento&#8230;<br />
</p>
<p>&#8230; questa categoria, come abbiamo già detto, è molto più infelice della prima. Il fatto è che l&#8217;uomo comune <em>intelligente</em>, anche se qualche volta di sfuggita ha immaginato di essere uomo geniale e originalissimo (anche per tutta la sua vita), ciò nonostante conserva nel suo cuore il tarlo del dubbio che lo conduce alla più totale disperazione. Anche se si rassegna, è completamente avvelenato interiormente dalla vanità frustrata. D&#8217;altronde abbiamo preso in considerazione un caso limite, mentre nella stragrande maggioranza di questa <em>intelligente</em> categoria di persone il fenomeno ha luogo non in maniera così tragica: ci si rovina un po&#8217; il fegato, ecco tutto. Tuttavia prima di arrendersi e rassegnarsi, queste persone a volte ne combinano delle belle per moltissimo tempo, dalla giovinezza all&#8217;età della rassegnazione, e tutto a causa del desiderio di originalità.</p>
</blockquote>
<p>Se <strong>la mediocrità è il tratto distintivo dell&#8217;uomo comune</strong>, essa investe, mutatis mutandis, anhe l&#8217;élite sociale, la classe nobiliare. Il principe Myskin tenta di illudersi a riguardo:</p>
<blockquote>
<p>Per la prima volta nella vita vedeva un angoletto di quello che si definiva col terribile nome di &#8220;gran mondo Da molto tempo, in seguito ad alcuni speciali propositi, congetture e inclinazioni, desiderava ardentemente penetrare in quella cerchia incantata di persone, proprio per questo la prima impressione lo coinvolgeva tanto. La prima impressione fu persino fantastica. Ebbe la subitanea sensazione che tutte quelle persone fossero nate proprio per stare insieme, che non fosse in corso nessuna &#8220;serata&#8221; con invitati, ma che quelli fossero intimi amici ai quali egli era legato da lunga e devota frequentazione e affinità di pensiero e dai quali era tornato dopo una breve separazione.</p>
<p>
Il fascino delle belle maniere, della sobrietà e della apparente sincerità era quasi magico. Non gli venne neanche in mente che tutta quella spontaneità, quella nobiltà, l&#8217;arguzia, il contegno dignitoso, potessero far parte di un&#8217;eccellente e artistica messinscena. La maggioranza di quelle persone, nonostante l&#8217;imponente esteriorità, era composta da persone abbastanza insulse che, tra l&#8217;altro, ignoravano, nel loro autocompiacimento, che quello che di buono c&#8217;era in loro era solo messinscena. Delle loro qualità essi non avevano merito dal momento che l&#8217;acquisivano inconsciamente, ereditariamente. Il principe non voleva neanche sospettare una cosa simile incantato dalla delizia della prima impressione.</p>
</blockquote>
<p>Ma la &#8220;verità&#8221; sfugge, infine, dalle sue labbra:</p>
<blockquote>
<p>Perché è proprio così, siamo ridicoli, superficiali, con cattive abitudini, ci annoiamo, non sappiamo osservare, non sappiamo comprendere, siamo tutti della stessa pasta, tutti, sia voi sia io, sia loro! Ecco non vi offendete se vi dico in faccia che siete ridicoli? E se è così, non è vero che siete materia viva? Sapete, secondo me, essere ridicoli a volte è bene, persino meglio: è più facile perdonarsi l&#8217;un l&#8217;altro, è più facile riconciliarsi. Non si può capire tutto subito, non si può cominciare dalla perfezione! Ci sono tante cose da non capire prima di raggiungere la perfezione! Quando si capisce troppo in fretta, non si capisce bene. Lo dico a voi, a voi che siete già in grado di capire molto e&#8230; di non capire.</p>
</blockquote>
<p>&Egrave; sullo sfondo di questa universale mediocrità che vanno analizzate le tipologie dei protagonisti del romanzo &#8211; Lev Nikolaeviè Myškin e Nastas&#8217;ja Filippovna -, che sono le due facce estremizzate della stessa medaglia, il cui conio è <strong>una sensibilità del tutto fuori dell&#8217;ordinario</strong>.</p>
<p>La trama del romanzo è esposta in questi termini nel Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi:</p>
<p><em>
<p>Il principe Myskin, ultimo germoglio d&#8217;una grande famiglia decaduta, ritorna in patria dopo aver soggiornato in Svizzera per ragioni di salute, essendo malato di nervi. In realtà in questo uomo apparentemente &#8220;idiota&#8221;, la cui idiozia consiste nell&#8217;assoluta impotenza della volontà e in una fede assoluta negli altri, fondata sopra una ancora più assoluta inesperienza di vita, Dostoevskij voleva dare un simbolo della saggezza cristiana nella sua essenza più pura.</p>
<p>Compagno di viaggio di Myskin in Russia è Rogozin, colui che gli offrirà l&#8217;occasione di dimostrare quel che può capitare a un uomo &#8220;positivamente buono&#8221; a contatto con la realtà. Spinto da una segreta simpatia e dal bisogno di confidarsi, Rogozin, giovane esuberante e volitivo, confida durante il viaggio a Myskin, che è spiritualmente il suo opposto, la passione violenta suscitata in lui da Nastasja Filippovna , una bellezza di fama equivoca la quale, orfana fin dall&#8217;infanzia, educata per carità, e divenuta amante dell&#8217;uomo che si era preso cura di lei, quasi con il senso di una doverosa ma disgustosa restituzione del beneficio ricevuto, nasconde nell&#8217;animo, naturalmente generoso, una avversione per il mondo maschile e, in genere, per tutti coloro che sembrano valersi, per umiliarla, di una sorte più fortunata.<br />
Giunti a Pietroburgo, i due si separano, e il principe si reca dal generale Epancin, suo parente, dal quale spera essere aiutato nella vita di lavoro che intende cominciare.</p>
<p>&#8220;Il romanzo, intricatissimo di avvenimenti, che si svolgono in breve periodo di tempo, muove di qui in un&#8217;atmosfera di nervosa inquietudine. Presso il generale, Myskin sente ancora parlare di Nastasja: il segretario del generale, infatti, Ganja, si prepara a sposarla in vista della dote che le darà il suo protettore di un tempo. E un legame sotterraneo attira il giovane principe verso questa ignota in cui intuisce un carattere nobile, vittima delle circostanze.<br />
Andato in casa di Ganja, che si offre di ospitarlo, egli incontra la donna e confusamente intuisce la situazione: Ganja non è un disonesto ma un ambizioso che vorrebbe quel matrimonio per i vantaggi che ne deriverebbero alla sua carriera; Nastasja, d&#8217;altra parte, sarebbe forse disposta ad accettarlo se appena vedesse predominare in lui un sentimento più umano, ma è disgustata dal suo piccolo arrivismo che sferza con violenta ironia quasi per costringerlo a superarlo. Così Myskin, uscito appena da una malattia che gli aveva oscurato la mente, intimamente convinto che ogni gesto umano debba essere volto al bene dei suoi simili e che ogni uomo sia in ansiosa ricerca della propria bontà, si getta indifeso nella pericolosa avventura. La sera egli si presenta non invitato in casa di Nastasja, circondata da una compagnia di gente che aspetta la sua decisione se sposare o no il pretendente Ganja, e quando arriva Rogozin, ubriaco e in compagnia di ubriachi, che getta sul tavolo una forte somma con la quale vorrebbe compensare la donna della dote promessa dal suo protettore e portarla poi con sé come amante, egli si fa decisamente difensore di Nastasja e si dichiara pronto a sposarla per salvarla dalla rovina.<br />
Nastasja vede in lui l&#8217;uomo che potrebbe veramente salvarla, ma non accetta questa soluzione dettata dalla pietà e troppo pericolosa per il giovane; e fugge con Rogozin.<br />
La posizione di Myskin diviene ancor più complessa con il delinearsi dell&#8217;amore di Aglaja, la figlia minore del generale Epancin, per lui: amore dissimulato per orgoglio ma alimentato da un&#8217;affezionata ammirazione. Il principe sembra corrispondere, ma, in lui, il richiamo del sesso non riesce ad affiorare dal senso di universale affetto che lo lega agli uomini tutti; e questo, se da un lato fa aumentare l&#8217;ammirazione di Aglaja per lui, dall&#8217;altro esaspera la sua femminilità e la porta talora a disprezzare l&#8217;uomo nella creatura superiore che essa venera. Infine tra Myskin e Rogozin si viene lentamente formando un rapporto di simpatia quasi fraterna, per quel che di superiore hanno in comune nei loro atteggiamenti verso Nastasja, e, insieme, da parte di Rogozin, di furiosa rivalità, che spinge il giovane fin quasi a tentar di uccidere l&#8217;amico.</p>
<p>Dietro queste vicende principali passano poi figure minori, amici di Rogozin e di Myskin, studenti senza avvenire, uomini mancati di ogni sorta, in cui imperversa egualmente la triste lotta tra segrete tendenze verso il bene e una effettiva malvagità. Quasi commento dell&#8217;insieme, figura di adolescenza sana e in buona fede fra tanti ondeggianti motivi, è Kolja, il fratello minore di Ganja, a cui è affidato lo stesso compito che avrà Alësa nei Fratelli Karamazov. Il romanzo finisce tragicamente con l&#8217;uccisione di Nastasja per mano di Rogozin e con la definitiva follìa del principe.&#8221;</p>
<p></em></p>
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		<title>I quattrocento colpi &#8211; François Truffaut</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Aug 2009 17:28:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[1. Nel primo articolo sulla genetica dell&#8217;introversione ho riprodotto l&#8217;immagine di E.T. tratta dal film Incontri ravvicinati del terzo tipo per fare riferimento al tipo ideale verso il quale tende l’evoluzione umana e che è implicito nel potenziale di sviluppo degli introversi. È per puro caso che, nel film di Spielberg, lo scienziato deputato a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Nel primo <a href="/2007/01/28/genetica-e-introversione-1/">articolo sulla genetica dell&#8217;introversione</a> ho riprodotto l&#8217;immagine di E.T. tratta dal film <em>Incontri ravvicinati del terzo tipo</em> per fare riferimento al tipo ideale verso il quale tende l’evoluzione umana e che è implicito nel potenziale di sviluppo degli introversi. È per puro caso che, nel film di Spielberg, lo scienziato deputato a coordinare l&#8217;impresa di entrare in contatto con gli estraterrestri sia <span class="highlight-blue-b">François Truffaut</span>, <strong>un regista la cui vita è un documento esemplare dei pericoli e allo stesso tempo della ricchezza intrinseca alla norma di reazione introversa</strong>.</p>
<p>L&#8217;esperienza di Truffaut, di fatto, ha riconosciuto due fasi nettamente distinte: la prima, dall&#8217;infanzia sino alla tarda adolescenza, caratterizzata da una turbolenza pressoché continua che, oggi, sarebbe stata di sicuro diagnosticata come una sindrome borderline; la seconda, alimentata dalla passione per il cinema e per i libri, che ha portato non solo al successo il regista, ma ha trasformato l&#8217;uomo, a detta di tutti coloro che lo hanno conosciuto e frequentato, in un essere profondo, riflessivo, appassionato, riservato e estremamente gentile.<br />
La parabola di Truffaut è stata, insomma, quella tipica di un <strong>introverso oppositivo</strong>, che ha intrattenuto con il mondo un rapporto perennemente conflittuale finché non ha trovato, grazie anche all’incontro con un adulto che ha immediatamente intuito le sue doti creative, la sua strada artistica.</p>
<p>La prima fase della vita è stata ricostruita da Truffaut stesso nei seguenti termini:</p>
<blockquote><p>Sono nato a Parigi il 6 febbraio 1932. Ero un allievo terribile che costituiva la disperazione dei suoi genitori. Sono stato bocciato agli esami di quinta elementare e, nei corsi superiori, la mia occupazione preferita era quella di marinare la scuola (&#8230;) C&#8217;era la guerra, e noi barattavamo oggetti rubacchiati qua e là con litri di vino che poi vendevamo. Poco prima della Liberazione fui mandato in colonia ma dopo pochi giorni scappai. M&#8217;impiegai come magazziniere presso un commerciante di grano e dopo aver perduto l&#8217;impiego, quattro mesi dopo fondai un cine-club in concorrenza con quello di André Bazin. È in quella circostanza che l&#8217;ho conosciuto. Mio padre ritrovò le mie tracce e mi consegnò alla polizia. Sono stato ospite per molto tempo del riformatorio di Villejuif da cui mi fece uscire André Bazin. Sono stato manovale in un&#8217;officina, poi mi sono arruolato per la guerra d&#8217;Indocina. Ho approfittato di una licenza per disertare. Ma, dietro consiglio di Bazin, ho raggiunto il mio reparto. In seguito sono stato riformato per instabilità di carattere.</p></blockquote>
<p><span class="highlight-blue">André Bazin</span> è, dunque, la figura di riferimento che, entrando nella vita di Truffaut, lo ha aiutato a trovare la via della sua autorealizzazione.</p>
<p>In una scena di <em>Tìrez sur le pianiste</em> (poi soppressa al montaggio), il protagonista Charlie Kohler parla con deferenza e affetto del suo vecchio maestro di pianoforte, Zélény. Le parole sono quelle dell&#8217;omaggio di Truffaut a Bazin, scritto in occasione della sua morte (novembre &#8217;58) e pubblicato su <em>Aro</em>.<br />
«Tu capisci, se non avessi avuto Zélény, non sarei mai diventato pianista, è il solo che mi abbia aiutato; è stato un padre per me; non mi ha sola¬mente insegnato il piano, mi ha insegnato a diventare uomo. Era un tipo straordinario; gli devo tutto ciò che di felice mi è capitato nella mia vita; parlare con lui era come per un indù bagnarsi nel Gange. Era malato, ma la sua salute morale era formidabile. Chiedeva in prestito del denaro a voce alta e lo prestava discretamente. Con lui tutto diventava semplice, chiaro e sincero. Quando doveva assentarsi per più giorni, cercava sempre un amico al quale prestare la sua casa, un altro a cui prestare la sua auto&#8230; Amava tutti, senza eccezioni; ci si chiede sempre se il mondo è giusto o ingiusto, ma sono certo che esistono tipi come Zélény che lo rendono migliore perché a forza di credere che la vita è bella e agendo come se lo fosse, fanno del bene a tutti coloro che li avvicinano; si potrebbero contare sulla punta delle dita le persone che si sono comportate male nei suoi con¬fronti. In sua presenza, a contatto con lui, stupiti da tanta purezza, era impossibile non dare il meglio di se stessi. Il suo segreto era la bontà e la bontà è forse il segreto del genio».</p>
<p>Era quasi inevitabile che l&#8217;avvio della carriera cinematografica di Truffaut non potesse prescindere dall&#8217;autobiografia, dal tornare suoi suoi passi e ricostruire la sua carriera di bambino e adolescente difficile. Con <strong><em>Les quatre-cents coups</em></strong> (<em>I quattrocento colpi</em>, pessima traduzione per un titolo originario gergale che significa &#8220;il diavolo a quattro&#8221;) non raggiunge solo, nel 1959, il successo, che durerà sino alla fine prematura della sua vita, sopravvenuta nel 1984, ma consegna al cinema <strong>un capolavoro denso di verità sulla condizione di un adolescente oppositivo</strong>, la cui apparente freddezza,  il cui distacco e la cui ribellione nei confronti del mondo degli adulti celano un bisogno infinito di amore, di libertà e di grandezza.</p>
<p>La trama del film è stata sintetizzata in questi termini da Alberto Barbera e Umberto Mosca nella loro eccellente monografia (<em>Francois Truffaut</em>, Editrice il Castoro, Milano 1995):</p>
<blockquote><p>Antoine Doinel vive con la madre e il padre adottivo in un piccolo e insufficiente appartamento di un quartiere popolare di Parigi. L&#8217;ostilità dell&#8217;ambiente e l&#8217;incomprensione delle persone con cui vive, determinano i gesti di rivolta di Antoine, che si difende come può: marinare la scuola, rubare i soldi della spesa, mentire a genitori ed insegnanti, divengono pratiche quotidiane che tradiscono il bisogno di evadere, di vivere la propria vita in maniera diversa. Ma per i professori, Antoine non è che un ragazzo particolarmente indisciplinato che va punito; per i genitori, troppo occupati dai rispettivi problemi (non vanno d&#8217;accordo neppure tra di loro: il padre non pensa che alle auto, la madre cerca scampo in una relazione con il capufficio), egli è piuttosto un ingombro, un peso dà tollerare finché è possibile. Un giorno, per giustificare un&#8217;assenza da scuola Antoine si inventa la morte della madre; scoperto, decide di non tornare a casa e passa la notte in una stamperia, dove lo ha condotto il suo unico amico e compagno di scuola René. Il giorno seguente, i genitori si prendono cura di lui, sono affettuosi e pieni di attenzioni. Antoine fa buoni propositi, promette di impegnarsi; ma a scuola, il professore lo accusa di aver copiato il tema da un brano di Balzac Cacciato dall&#8217;aula, si rifugia in casa di René. Con lui progetta il furto di una macchina da scrivere dall&#8217;ufficio di suo padre. Scoperto mentre la sta riportando (perché non riesce a venderla), è consegnato dagli stessi genitori alla polizia. Antoine passa la notte in guardina, in compagnia di prostitute e rapinatori: il giorno seguente, il giudice decide, con il consenso della madre, di assegnarlo ad un centro di osservazione per minori delinquenti. Durante una partita di pallone, Antoine evade e, attraverso la campagna, raggiunge il mare che non aveva mai visto.</p></blockquote>
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		<title>Il dramma degli introversi nel nostro mondo</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Sep 2007 18:34:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'introversione]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
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		<category><![CDATA[Jung]]></category>
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		<description><![CDATA[Queste riflessioni danno per scontata la lettura dell&#8217;articolo precedente (Introversione e disagio psichico). Esse valgono ad aggiornare il discorso su di un problema che, un giorno o l&#8217;altro, dovrà essere riconosciuto e affrontato dalle famiglie, dalla scuola e dalla società. Nell&#8217;immediato, la cosa più importante è che sopravvenga una presa di coscienza da parte dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Queste riflessioni danno per scontata la lettura dell&#8217;articolo precedente (<strong><em><a href="/2007/07/24/introversione-e-disagio-psichico/">Introversione e disagio psichico</a></em></strong>). Esse valgono ad aggiornare il discorso su di un problema che, un giorno o l&#8217;altro, dovrà essere riconosciuto e affrontato dalle famiglie, dalla scuola e dalla società. Nell&#8217;immediato, la cosa più importante è che sopravvenga una presa di coscienza da parte dei diretti interessati. Tale presa di coscienza, finché rimarrà individuale, non inciderà in alcun modo nell&#8217;organizzazione pregiudiziale del mondo. Potrà però contribuire ad evitare che l&#8217;introverso inforchi egli stesso gli occhiali del pregiudizio nei propri confronti, sviluppi una rabbia infinità verso gli altri, la cui incomprensione e la cui insensibilità sono più spesso involontarie e imbocchi la via di una normalizzazione mimetica, che consegue di solito effetti mediocri, quando non addirittura patetici.</p>
<h3>1.</h3>
<p>Sostenere che nel nostro mondo gli introversi vivono peggio di quanto sia accaduto nel corso di tutta la storia dell&#8217;umanità è probabilmente eccessivo. Per convincersi di questo, basta pensare a quella che deve essere stata la loro sofferenza in tutte le società organizzate comunitaristicamente e fondate su di una perpetua interazione faccia a faccia, che non comportavano alcun riconoscimento della privacy né autorizzavano alcun raccoglimento privato. In situazioni del genere, presumibilmente, alcuni introversi riuscivano a mettere a frutto le loro qualità, spesso fuori dell&#8217;ordinario, assumendo il ruolo di stregoni, sciamani, oracoli, sacerdoti, poeti, artisti, filosofi. Alcuni, sprovvisti o inconsapevoli della loro creatività, si davano all&#8217;eremitaggio e al monachesimo. I più, quasi di sicuro, finivano però con l&#8217;essere ritenuti e con il sentirsi diversi, strani, bizzarri, e con il comportarsi di conseguenza fino al punto di essere etichettati come malati di mente.</p>
<p>Più volte ho considerato la possibilità d&#8217;interpretare in questi termini la misteriosa incidenza, costante nel tempo e nello spazio, della schizofrenia che, nelle sue espressioni più proprie, autistiche, non fa altro che accentuare alcuni tratti di carattere intrinseci all&#8217;introversione. Ancora oggi, del resto, gran parte dei soggetti diagnosticati schizofrenici appartengono di fatto allo spettro introverso. È difficile che questo sia un caso, anche se è pregiudiziale affermare che l&#8217;introversione rappresenta una predisposizione alla schizofrenia. Essa predispone ad un&#8217;interazione in qualche misura problematica con il mondo, i cui esiti dipendono però dal contesto ambientale e culturale.</p>
<p>Se non è lecito, dunque, sostenere che gli introversi non siano mai vissuti peggio di quanto vivono nel nostro mondo, non v&#8217;è alcun dubbio che essi, senza alcuna colpa, pagano, ancora oggi, prezzi psicologici rilevanti. <strong>Su dieci soggetti che, per i disturbi più diversi, entrano in terapia, i tratti dell&#8217;introversione e alcune tappe tipiche della carriera introversa sono ricostruibili in una percentuale estremamente significativa (6-7 su dieci).</strong> Perché ancora oggi accade questo è il problema che intendo affrontare. L&#8217;<a href="/2007/07/24/introversione-e-disagio-psichico">articolo sull&#8217;introversione</a> fornisce molteplici spunti di riflessione a riguardo, ma forse è opportuno estrapolare quelli più significativi.</p>
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		<title>Sviluppi della riflessione su introversione ed estroversione</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Mar 2007 13:27:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni e interventi]]></category>
		<category><![CDATA[disagio psichico]]></category>
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		<description><![CDATA[Assemblea Ordinaria del 24.03.2007 Relazione del dott. Luigi Anepeta 1. Nel corso di questi mesi, molte riflessioni si sono addensate sul tema dell&#8217;introversione e sul rapporto tra introversione e estroversione. Le riflessioni sono state alimentate in parte dai commenti di coloro che hanno letto il saggio, in parte dall&#8217;aver colto io stesso nel testo alcune [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="alignr"><strong>Assemblea Ordinaria del 24.03.2007<br />
Relazione del <span class="highlight-blue">dott. Luigi Anepeta</span></strong></p>
<h3>1.</h3>
<p>Nel corso di questi mesi, molte riflessioni si sono addensate sul tema dell&#8217;introversione e sul rapporto tra introversione e estroversione. Le riflessioni sono state alimentate in parte dai commenti di coloro che hanno letto <a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/">il saggio</a>, in parte dall&#8217;aver colto io stesso nel testo alcune lacune che andavano colmate. Se dovessi dar conto di tutti gli sviluppi teorici che hanno prodotto tali riflessioni, l&#8217;incontro assembleare si trasformerebbe in una conferenza. Preferisco focalizzare il discorso su un solo nucleo, peraltro essenziale, più volte rilevato dai lettori. Mentre parecchi introversi, riconoscendosi nei contenuti del libro, hanno in genere un&#8217;illuminazione (che non modifica immediatamente il loro malessere, ma dà ad esso un nuovo significato), gli estroversi reagiscono con una certa noncuranza (dato che la questione non li riguarda) e al limite con una qualche irritazione. Secondo taluni, infatti, <strong>il saggio, nell&#8217;intento di sormontare il pregiudizio nei confronti dell&#8217;introversione, comporterebbe il rischio di rovesciare tale pregiudizio a carico dell&#8217;estroversione</strong>.</p>
<p>Per quanto poco fondata, in quanto non avrebbe senso appellarsi alla tolleranza e al rispetto della diversità tra gli esseri umani sulla base dell&#8217;intolleranza, questa critica significa che il testo presenta qualche ambiguità. Preparando la seconda edizione, penso di averla identificata e di avervi posto rimedio sia sotto il profilo concettuale che terminologico.</p>
<p>Sottopongo all&#8217;Assemblea le mie riflessioni per verificare se esse raccolgono il consenso dei più.</p>
<p>Anzitutto occorre rilevare che il senso comune ostacola non poco i nuovi significati che la LIDI attribuisce ai termini introversione ed estroversione. Nell&#8217;originaria accezione junghiana essi definiscono i due orientamenti caratteriali tipologici più rappresentati e in qualche misura immediatamente evidenti negli esseri umani. Jung ha sufficientemente chiarito che tali orientamenti sono entrambi presenti in ogni essere umano. Parlare di soggetto introverso o estroverso significa, dunque, definire la prevalenza nella sua personalità di un orientamento sull&#8217;altro.</p>
<p>Il senso comune ha semplificato le cose sulla base delle apparenze, ignorando la compresenza dei due orientamenti in ogni personalità. In conseguenza di questo <strong>introversione e estroversione sono divenuti termini che fanno riferimento a orientamenti caratteriali nettamente distinti</strong>: si è pertanto introversi o estroversi tout-court.</p>
<p>Non avrei scritto un saggio e tanto meno fondato una Lega se non avessi intuito che la teoria junghiana difettava in alcuni punti. Pongo tra parentesi il fatto &#8211; importante per la storia del pensiero psicoanalitico &#8211; che <span class="highlight-blue">Jung</span> ha scritto <em>Tipi psicologici</em> dopo avere attraversato una profonda crisi &#8220;introversa&#8221; ed esserne venuto fuori in virtù di quella che egli ha definito una salutare apertura al mondo. Nonostante l&#8217;equilibrio neutrale che cerca di mantenere nel valutare i due orientamenti caratteriali, tra le righe del saggio s&#8217;intuisce che, se è critico nei confronti dell&#8217;estroversione iperadattata al mondo, nutre non poche riserve nei confronti dell&#8217;introversione.</p>
<p>Il punto è un altro. Descrivendo le due tipologie, <strong>Jung dà per scontato che l&#8217;introverso reprime la componente estroversa e che l&#8217;estroverso reprime quella introversa. Da ciò discende che entrambe le tipologie riconoscono in profondità un compenso &#8220;nevrotico&#8221; direttamente proporzionale alla repressione</strong>. Egli non si è mai chiesto se il &#8220;nevroticismo&#8221; introverso e quello estroverso dipendano da influenze ambientali piuttosto che da orientamenti costituzionali, vale a dire se non si dia un modello culturale di riferimento che costringe gli introversi a reprimere la componente estroversa del loro carattere e gli estroversi a reprimere quella introversa.</p>
<p>Apro una parentesi per specificare che il termine <em>nevroticismo</em> va inteso in senso lato e non psichiatrico. Esso prescinde dal fatto che si diano, a livello soggettivo, dinamiche conflittuali potenzialmente capaci di dare luogo a dei sintomi. Fa riferimento ad <strong>un blocco dello sviluppo della personalità </strong>secondo le sue linee di tendenza costituzionali e dunque ad un&#8217;inibizione di potenzialità presenti nel corredo genetico individuale che non trovano la via per dispiegarsi o oggettivarsi. La conseguenza di tale blocco è una struttura di personalità impoverita, unilaterale e, in qualche misura, disfunzionale, che, solo in alcuni casi, si manifesta sotto forma di un disagio psichico conclamato.</p>
<p><strong>Oggi, in misura maggiore rispetto all&#8217;epoca in cui Jung ha scritto il suo saggio, introversione e estroversione sono dimensioni caratteriali i cui sviluppi sono generalmente &#8220;nevrotici&#8221;. Il problema è che il &#8220;nevroticismo&#8221; introverso è socialmente identificato, mentre quello estroverso non viene in genere rilevato ed è giudicato &#8220;normale&#8221;.</strong></p>
<p>Sulle apparenze del comportamento si è costruito il pregiudizio nei confronti dell&#8217;introversione, che dipende dal giudizio positivo con cui si definisce l&#8217;estroversione.</p>
<p>Per convincersi del fatto che quel pregiudizio ha fatto breccia non solo nel senso comune ma anche sulla cultura, basta consultare i dizionari che, a riguardo, diventano indiziari di come le parole possono essere usate per ideologizzare la realtà, vale a dire per qualificarla in un modo piuttosto che in un altro.</p>
<p>Consultandoli, comparando le definizioni e condensandole viene fuori che <strong>l&#8217;estroverso è aperto, comunicativo, cordiale, affettuoso, espansivo, esuberante; l&#8217;introverso, viceversa, chiuso, timido, schivo, freddo, riservato, distaccato</strong>.</p>
<p>Sarebbe interessante fare una ricerca semantica sui campi di significati impliciti in queste qualificazioni. Proporrei questa ricerca ai numerosi insegnanti che sono soci o simpatizzanti della LIDI.</p>
<p>Mi limito per ora solo a rilevare che <strong>un asse fondamentale di significati fa capo all&#8217;antitesi tra apertura e chiusura</strong>, che con un&#8217;evidenza immediata fa riferimento al comportamento del soggetto nei confronti del mondo esterno in termini di attenzione, partecipazione, interazione, comunicazione, ecc. Essa identifica nell&#8217;apertura un valore positivo e nella chiusura un valore negativo.</p>
<p>L&#8217;ideologia che sottende tali giudizi si può tranquillamente definire adattiva. Posto che si considera come segno di normalità, nonché di raggiunta maturità, una buona relazione con il mondo esterno, la chiusura ricade nell&#8217;ambito del difetto, del disadattamento.</p>
<p>È facile cogliere il significato ideologico di tale criterio normativo.</p>
<p>In quanto autoconsapevole, ogni soggetto umano sa di avere un&#8217;esperienza mentale, un mondo interno distinto da quello esterno. Sa, dunque, che la sua coscienza vive nell&#8217;interfaccia tra due mondi, ciascuno dei quali esercita su di lui un&#8217;attrazione.</p>
<p>Ogni coscienza fluttua tra l&#8217;apertura al mondo esterno e l&#8217;apertura al mondo interno: tangibile il primo, in quanto apparentemente costituito da oggetti che si possono toccare, manipolare,ecc; intangibile il secondo, in quanto costituito da contenuti psichici (pensieri, emozioni, memorie, fantasie, ecc.).</p>
<p>L&#8217;equilibrio di una personalità sta nel trovare il giusto grado di apertura al mondo esterno e al mondo interno, secondo una formula che non può essere la stessa per tutti.</p>
<p>Oggi una situazione di equilibrio è quasi puramente teorica. Molti introversi si chiudono rispetto al mondo esterno più di quanto sia necessario per salvaguardare la loro identità, si difendono dalla paura perpetua di essere giudicati inadeguati, difettosi, disadattati, e, sentendosi sollecitati a normalizzarsi secondo un modello estraneo alla loro vocazione ad essere, spesso covano una sorda ostilità nei confronti del mondo sociale. Molti estroversi, però, si chiudono al mondo interno più di quanto sia ragionevole per assicurare alla personalità un minimo di sviluppo evolutivo. Essi rimangono cristallizzati in un modo di essere efficiente in rapporto alle richieste dell&#8217;ambiente sociale, ma sostanzialmente ripetitivo e monotono.</p>
<p><strong>È evidente che questi orientamenti &#8220;nevrotici&#8221;, che Jung assume come naturali, sono il prodotto di un modello normativo che mortifica, in diversa misura, le potenzialità evolutive intrinseche al modo di essere introverso e a quello estroverso.</strong></p>
<p>Nel <a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/">saggio</a> ho definito tale modello tout-court estroverso, commettendo un errore che ha fuorviato alcuni lettori e va rimediato.</p>
<p>Il modello in questione è sufficientemente noto:<strong> esso privilegia l&#8217;adesione e l&#8217;adattamento alla realtà così com&#8217;è, la capacità di comunicare e di stare con gli altri, un certo grado di competitività, lo spirito pratico necessario per conseguire risultati tangibili (in termini di conferme sociali, status. prestigio, ecc.), il non farsi troppi problemi, il prendere la vita come viene, ecc.</strong></p>
<p>In che senso si può ritenere disfunzionale tale modello in rapporto alle potenzialità genetiche umane?</p>
<p>Sottolineerei due aspetti essenziali.</p>
<p><strong>Il primo è la sollecitazione rivolta all&#8217;uomo ad agire, ad essere intraprendente, a sfruttare le occasioni che gli vengono offerte, ma senza avere un atteggiamento critico nei confronti della realtà</strong>. Egli dunque deve essere, al tempo stesso, attivo sul piano del darsi da fare e passivo nell&#8217;accettare le regole del gioco, come se fossero leggi di natura. Certo, quest&#8217;orientamento favorisce l&#8217;integrazione sociale, ma al prezzo di una burocratizzazione dell&#8217;esperienza per cui il soggetto può ritrovarsi ad essere efficiente, inserito e allo stesso tempo insoddisfatto e infelice.</p>
<p><strong>Il secondo aspetto riguarda il perpetuo confronto con gli altri indotto dall&#8217;ideologia della competitività, il misurare di continuo il proprio essere nell&#8217;interazione sociale in termini di adeguatezza/inadeguatezza</strong>. L&#8217;ossessione del confronto naturalmente non può riguardare che le apparenze, vale a dire il modo in cui gli altri si comportano e il loro status (quello che hanno): insomma, l&#8217;immagine sociale. La conseguenza di tale ossessione, che allontana le persone dal valutare e dal coltivare le loro qualità umane e le loro potenzialità indipendentemente dal vantaggio che se ne può ricavare in termini di immagine sociale, è una perpetua intossicazione invidiosa e una tendenza universale all&#8217;omologazione. In virtù di questo, si realizza nel nostro mondo lo strano fenomeno della miseria psicologica nell&#8217;abbondanza secondo l&#8217;assioma di Seneca per il quale non è povero chi ha poco, ma chi desidera di più.</p>
<p>I danni che gli introversi ricavano dal confronto con questo modello normativo, che viene loro proposto come assoluto e al quale non riescono ad adattarsi (anche quando, a rischio di alienarsi, s&#8217;impegnano con tutte le loto forze), sono noti e giustificano la fondazione e l&#8217;attività della LIDI.</p>
<p>Non dobbiamo ignorare però i danni che subiscono gli estroversi.</p>
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